Brolo: Operazione anti-usura. Calabrò non risponde, Chiaia nega tutto

Si sono svolti, davanti al Gip del tribunale di Patti UGO DOMENICO MOLINA, che ha firmato l’ordinanza di custodia cautelare, gli interrogatori delle due persone arrestate una settimana fa dai carabinieri nell’ambito di una operazione anti-usura. FORTUNATO CALABRO’, di Brolo, non ha risposto, il messinese FRANCO CHIAIA ha negato ogni accusa mossa nei suoi confronti…

Si sono svolti, davanti al Gip del tribunale di Patti Ugo Domenico Molina, che ha firmato l’ordinanza di custodia cautelare, gli interrogatori delle due persone arrestate una settimana fa dai carabinieri nell’ambito di una operazione anti-usura. Fortunato Calabrò, 42 anni, di Brolo, difeso dall’avvocato Salvatore Silvestro, non ha risposto alle domande del giudice, resta rinchiuso nel carcere “Maida” di Barcellona Pozzo di Gotto e, quasi certamente, il legale di fiducia ricorrerà al Tribunale del Riesame di Messina. Ha invece risposto il messinese Franco Chiaia, 53 anni, assistito dall’avvocato Pietro Luccisano, che si è difeso sostenendo di non essere coinvolto nella vicenda e di non avere fatto usura, unico reato per il quale è stato arrestato e posto ai domiciliari.  

LA VICENDA

Calabrò e Chiaia sono accusati di usura pluriaggravata in concorso mentre il solo Calabrò di estorsione, lesioni personali e rapina. Il provvedimento restrittivo è scaturito da un’attività di indagine sviluppata dalla Compagnia dei carabinieri di Patti, coordinata dal sostituto procuratore Giorgia Orlando, i cui esiti hanno consentito di ricostruire la drammatica vicenda di cui è stato vittima un imprenditore brolese, proprio partendo dalla sua decisione di denunciare i fatti. Il commerciante, infatti, titolare con il fratello di un negozio all’ingrosso di calzature, attanagliato dalla crisi economica ed oberato dai debiti contratti con le banche, nel dicembre del 2016 è caduto nella trappola dell’usura, accettando dal Calabrò, per il tramite di Chiaia, la consegna di 50.000 euro in contanti con l’applicazione di un tasso di interesse usurario del 13% mensile, pari a 6.500 euro al mese. L’imprenditore, con una parte del denaro ricevuto in prestito, ha ripianato i debiti contratti nell’attività commerciale ed il resto lo ha dovuto da subito impiegare per soddisfare il pagamento degli interessi usurari, fino ad esaurire completamente, in soli otto mesi, le risorse economiche necessarie per accontentare i propri aguzzini. Ridotto in stato d’indigenza al punto di non riuscire a provvedere a sé stesso, è caduto nella disperazione ed a partire dall’estate del 2017, non riuscendo a fare fronte con puntualità alle pretese usurarie, ha iniziato ad essere vittima di soprusi sempre più pressanti con minacce, prevaricazioni di ogni genere e violenze fisiche. La vittima ha dovuto subire veri e propri saccheggi, per soddisfare le pressanti richieste economiche che gli venivano rivolte. Il Calabrò, con atteggiamento di assoluta prepotenza, si sarebbe più volte presentato presso il magazzino dell’imprenditore, impossessandosi, gratuitamente, di calzature e articoli di abbigliamento per un valore complessivo di 30.000 euro. In un’altra circostanza, invece, l’usuraio avrebbe addirittura costretto la vittima a cedere un notevole quantitativo di merce, 260 paia di scarpe, ad un negoziante messinese, per poi intascarsi interamente il ricavato della vendita pari a 6.000 euro. Ai soprusi avrebbero fatto da corollario le continue minacce, compiute anche con una pistola, le ingiurie, i pedinamenti, il danneggiamento dell’autovettura, nonché le frequenti aggressioni fisiche, culminate nell’episodio in cui, al termine di un inseguimento, il Calabrò avrebbe inflitto alla vittima, terrorizzata, una violenta testata al volto. Tutto questo per annichilire l’imprenditore ed indurlo a non denunciare i fatti. Tra la fine del 2018 e l’inizio del 2019, ancora, altri due gravissimi episodi avrebbero visto coinvolto anche un secondo imprenditore, anch’egli commerciante, il quale aveva consegnato alla vittima un assegno postdatato di cui il Calabrò si è impossessato, facendosi consegnare altresì, a titolo di garanzia della solvibilità del titolo, denaro contante ed una lavatrice, concretizzando, in tal modo, il reato di estorsione di cui è altresì accusato. I due imprenditori, inoltre, in una seconda circostanza, mentre erano insieme all’interno della loro autovettura, sono stati bloccati dal Calabrò il quale, dopo averli colpiti con schiaffi e pugni al volto, si sarebbe impossessato di un telefono cellulare, dicendo che ne avrebbe fatto dono alla figlia. Proprio in quel periodo la vittima di usura, oppressa dalle esose richieste di denaro da parte dell’aguzzino, giunto a pretendere addirittura la consegna di 100.000 euro e ridotto in un concreto stato di povertà materiale tanto da doversi trasferire presso i genitori, ha iniziato a pensare alla vendita dell’abitazione di proprietà, quale estrema soluzione per spezzare il vincolo con i propri aguzzini. Per sottrarsi alla stretta del suo usuraio la vittima era arrivata al punto di valutare il tragico proposito di togliersi la vita, come confessato agli inquirenti ma, fortunatamente, il gesto estremo è stato scongiurato proprio dalla decisione di denunciare i fatti ai carabinieri, come di fatto avvenuto nel marzo scorso. Le indagini, condotte dai militari della Sezione Operativa della Compagnia Carabinieri di Patti, hanno consentito di riscontrare passo per passo il drammatico racconto della vittima, vero punto di partenza dell’intera attività investigativa. Più in particolare i gravi indizi a carico degli indagati sono emersi non soltanto raccogliendo le testimonianze di familiari e conoscenti ed effettuando individuazioni fotografiche e sopralluoghi ma anche mediante lo svolgimento di attività tecniche d’intercettazione telefonica nei confronti dei soggetti coinvolti. Proprio queste operazioni intercettive hanno svelato, in tutta la loro violenza, le pressioni esercitate dal Calabrò nei confronti dell’imprenditore vittima dell’usura: pressioni costanti, attuate con atteggiamento di dominio assoluto, tali da gettare la vittima in uno stato di prostrazione psicologica così grave da indurlo a pensare al suicidio e tali da farla desistere da qualsiasi proposito di ribellione. Dal momento liberatorio della denuncia ad oggi, i militari impegnati nelle attività investigative, si sono dimostrati anche un vero e proprio riferimento per la vittima che, nonostante l’indigenza ed il profondo malessere, ha saputo affidarsi completamente alle mani dello Stato. Le risultanze investigative raccolte, quindi, hanno permesso di ricostruire chiaramente i tratti della vicenda, evidenziando le gravi responsabilità degli indagati e consentendo così all’Autorità Giudiziaria di emettere il provvedimento custodiale, in esecuzione del quale, lo scorso 14 novembre, Calabrò Fortunato e Chiaia Franco sono stati tratti in arresto, il primo associato alla Casa circondariale “Maida” di Barcellona Pozzo di Gotto ed il secondo sottoposto agli arresti domiciliari.

          Giuseppe Lazzaro

Edited by, mercoledì 21 novembre 2019, ore 11,27. 

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