Il caso-Antoci: La relazione della Commissione regionale antimafia, 1a puntata

Come avevamo annunciato Gl Press pubblica l’intera relazione della Commissione regionale antimafia, approvata all’unanimità dai componenti, con presidente l’on. CLAUDIO FAVA, lo scorso 2 ottobre sul caso-ANTOCI e l’attentato subito, nella notte fra il 17 e il 18 maggio 2016, dall’allora presidente del Parco dei Nebrodi (foto in alto il luogo). La relazione è composta da 105 pagine, per facilitare la lettura dividiamo la relazione in quattro puntate, da oggi a giovedì. Qui le prime 25 pagine dove emergono aspetti importantissimi anche per il Commissariato di Sant’Agata Militello e l’allora dirigente DANIELE MANGANARO (oggi in servizio al Commissariato di Tarquinia). Chiaramente, da parte nostra, nessun commento ma solo, appunto, la pubblicazione della relazione(g.l.)…

COMMISSIONE PARLAMENTARE D’INCHIESTA E VIGILANZA SUL FENOMENO DELLA MAFIA E DELLA CORRUZIONE IN SICILIA Istituita con la legge regionale 14 gennaio 1991, n. 4 e s.m.i. Componenti Commissione:

On. Claudio Fava, Presidente

On. Luisa Lantieri, Vice Presidente vicario

On. Rossana Cannata, Vice Presidente

On. Giuseppe Zitelli, Segretario

On. Giorgio Assenza

On. Nicola D’Agostino

On. Antonino De Luca

On. Gaetano Galvagno

On. Margherita La Rocca Ruvolo

On. Roberta Schillaci

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INCHIESTA SULL’ATTENTATO AL DOTT. GIUSEPPE ANTOCI – RELAZIONE CONCLUSIVA – relatore: onorevole Claudio Fava approvata dalla Commissione nella seduta n. 110 del 2 ottobre 2019

Il presidente Claudio Fava

L’inchiesta di questa Commissione muove dall’esigenza di ricostruire e di ripercorrere analiticamente in tutti i suoi aspetti – movente, dinamica, esiti investigativi e giudiziari – l’attentato subito dall’allora presidente del Parco dei Nebrodi Giuseppe Antoci la notte tra il 17 e il 18 maggio 2016. È noto che fin dai giorni immediatamente successivi al gravissimo episodio sono state espresse opinioni diverse – anche in articoli di stampa su giornali a diffusione nazionale e in inchieste televisive – sul significato e sull’essenza stessa dell’atto criminale. Opinioni e analisi che, senza giungere a precise conclusioni, hanno portato a ritenere che i fatti, così come riferiti e trasfusi in atti ufficiali, avrebbero potuto avere un significato diverso da quello dell’attentato mafioso volto ad eliminare fisicamente il dottor Antoci. Per oltre cinque mesi la Commissione ha svolto audizioni in tutte le direzioni (testimoni, investigatori, magistrati, giornalisti, congiunti) nello sforzo di offrire un contributo di chiarezza ad una vicenda che tuttora mostra – come vedremo in dettaglio – numerose contraddizioni e talune persistenti zone d’ombra. Crediamo che questa chiarezza sia dovuta anzitutto a Giuseppe Antoci che da oltre tre anni attende di capire cosa sia davvero accaduto quella sera, con quali intenzioni e per opera di chi (l’indagine giudiziaria è stata archiviata con decreto del GIP n.2507/17 del 25 luglio 2018 concludendo che “l’avvenuta esplorazione di ogni possibile spunto investigativo non consente di ravvisare ulteriori attività idonee all’individuazione di alcuno degli autori dei delitti contestati”) Il lavoro della Commissione ha inteso verificare le tre ipotesi che da varie fonti, anche tra gli auditi, sono state delineate: 1. un attentato mafioso fallito che intendeva eliminare il dottor Antoci; 2. un atto dimostrativo destinato non ad uccidere ma ad avvertire (la vittima o altri ambienti criminali locali sui quali far ricadere la responsabilità del fatto); 3. nessun attentato ma solo una messinscena (che renderebbe Giuseppe Antoci doppiamente vittima, in quanto del tutto inconsapevole di tale simulazione). Alla luce delle testimonianze raccolte, degli atti acquisiti e delle contraddizioni emerse sotto il profilo testimoniale e investigativo, nessuna delle tre ipotesi può essere accantonata: non l’attentato, sia pure con significative riserve, come vedremo; non l’avvertimento, che appare il meno probabile tra gli scenari proposti; né infine la mera simulazione d’un attentato mafioso mai accaduto. Abbiamo svolto un ciclo di 19 audizioni: Mario Barresi (giornalista), Paolo Mondani (giornalista), Francesco Viviano (giornalista), Mario Ceraolo (ex vice questore della Polizia di Stato, audito due volte), Lorena Ricciardello (compagna dell’assistente capo Tiziano Granata), Enzo Basso (giornalista), Salvatore Calì (sindaco di Cesarò), Giuseppe Cucchiara (ex questore p.t. di Messina), Mario Finocchiaro (ex questore p.t. di Messina), Giuseppe Anzalone (ex dirigente della squadra mobile di Messina), Fabio Venezia (sindaco di Troina), Salvatore Santostefano (assistente capo della Polizia di Stato),  Sebastiano Proto (assistente capo della Polizia di Stato), Giuseppe Lo Porto (ex maresciallo dei carabinieri presso la locale stazione di Cesarò), Giuseppe Antoci (ex presidente dell’Ente Parco dei Nebrodi), Daniele Manganaro (ex dirigente del commissariato di P.S. di Sant’Agata di Militello), Angelo Cavallo (Procuratore capo di Patti) e Nuccio Anselmo (giornalista della Gazzetta del Sud). Il tema dell’inchiesta, inoltre, è stato oggetto di approfondimenti nel corso della missione presso la Prefettura di Messina svoltasi in data 22 luglio 2019 alla quale hanno preso parte, tra gli altri, il procuratore generale Vincenzo Barbaro, il procuratore Maurizio De Lucia e il procuratore aggiunto Vito Di Giorgio. 

Questo infine l’elenco della documentazione acquisita, di cui si è servita la Commissione al fine della redazione della presente relazione: – Richiesta di archiviazione formulata dalla D.D.A presso la Procura di Messina e relativo decreto emesso dal Gip del Tribunale di Messina (documentazione fornita dalla Procura di Messina);  – Verbale di udienza del 21 gennaio 2019, Tribunale di Catania, I Sezione Penale, Procedimento Penale N. 2069/18 R.G. (documentazione fornita dall’avvocato Mario Ceraolo);  – Annotazione del 12 aprile 2017 a firma dell’allora Vice Questore aggiunto Mario Ceraolo (documentazione fornita dall’avvocato Mario Ceraolo);  – Elogio del 14 maggio 2013 (Prot. N. 2585/2015) a firma dell’allora Procuratore Capo di Messina, dottor Guido Lo Forte, indirizzato al Questore di Messina, recante il seguente oggetto: Vice Questore Aggiunto dott. Mario Ceraolo, Dirigente del Commissariato della Polizia di Stato di Barcellona Pozzo di Gotto – Elogio (documentazione fornita dall’avvocato Mario Ceraolo);  – Nota indirizzata al Questore di Messina p.t. del 22.05.2017 (con deposito del 23.05.2017) a firma dell’allora Vice Questore Aggiunto, dottor Mario Ceraolo (documentazione fornita dall’avvocato Mario Ceraolo);  – Atto di denuncia/querela del 4 maggio 2017 presentata da Tiziano Granata nei confronti di Mario Ceraolo (documentazione fornita dalla dottoressa Lorena Ricciardello);  – Documentazione riservata per uso esclusivo d’ufficio trasmessa dalla Prefettura di Messina;  – Richiesta di archiviazione formulata dalla Procura di Patti e relativo decreto emesso dal Tribunale di Patti in ordine all’indagine sulla morte di Tiziano Granata (documentazione fornita dalla Procura di Patti);  – Decreto di archiviazione emesso dal Tribunale di Messina in ordine all’indagine sulla morte di Rino Todaro (documentazione fornita dalla Procura di Messina);  – Relazione informativa depositata dal dottor Antoci in sede di sua audizione del 24 luglio 2019 contenente nr. 15 allegati, così denominati: A) Sentenza Corte di Cassazione su Foti Belligambi Giuseppe; B) Stralcio intercettazioni ambientali su Foti Belligambi Giuseppe; C) Sentenza Tribunale su Ceraolo Mario Spurio e altri; D) Interrogatorio di Ceraolo Mario Spurio da parte della DDA di Messina; E) Interrogatorio di Granata Tiziano da parte della DDA di Messina; F) Intervista Procuratore della Repubblica di Patti Dr. Cavallo alla Gazzetta del Sud; G) richiesta di archiviazione della DDA di Messina; H) Stralcio intercettazione ambientale di Karra Nicola – Calà Campana; I) Stralcio e considerazioni organi inquirenti; L) Stralcio intercettazioni ambientali figli di Foti Belligambi e altri; M) Interrogatorio di Calì Salvatore da parte della DDA di Messina; N) Accertamenti e ricostruzioni della dinamica da parte della Scientifica di Roma;  O) Decreto di archiviazione del Giudice per le indagini preliminari di Messina; P) Stralcio intercettazioni ambientali su Karra Nicola; Q) Dichiarazioni del Capo della Polizia Prefetto Gabrielli; – Ulteriore documentazione fornita dalla Procura della Repubblica di Messina: 

s.i.t. del dottor Daniele Manganaro (11.05.2017), del dottor Giuseppe Antoci (11.07.2016), di Sebastiano Proto (03.05.2017) e Salvatore Santostefano (26.10.206 e 03.05.2017);  ? bozza dell’annotazione del 18 maggio 2016 a firma dell’assistente capo Salvatore Santostefano e dell’assistente capo Sebastiano Proto depositato nel corso dell’assunzione a s.i.t. di Sebastiano Proto; ? fascicolo dei rilievi tecnici eseguiti dal personale del Commissariato di Sant’Agata di Militello del 25 maggio 2016.  Un particolare ringraziamento, infine, va rivolto ai nostri consulenti, il presidente Bruno Di Marco e il dottor Agatino Pappalardo, per il lavoro svolto e la competenza messa al servizio della nostra Commissione.

I FATTI

A partire dalle prime ore della mattina del 18 maggio 2016, la notizia del fallito attentato perpetrato ai danni del presidente dell’Ente Parco dei Nebrodi, dottor Giuseppe Antoci, e del personale della Polizia di Stato preposto alla sua sicurezza, l’assistente capo Sebastiano Proto (autista) e l’assistente capo Salvatore Santostefano (tutela), getta nello sconcerto una nazione intera. Il timore è che si possa aprire una nuova stagione di violenza mafiosa. Lo fa capire a chiare lettere la stampa che accosta l’agguato di Contrada Volpe alle stragi del biennio ’92-’93. Lo lascia intendere l’allora procuratore capo di Messina, dottor Guido Lo Forte1«Quello che emerge è che la mafia sta rialzando la testa, la ‘”terza mafia” della provincia di Messina quella dei Nebrodi, una delle organizzazioni criminali tra le più antiche e pericolose». Una sensazione destinata ad essere significativamente rafforzata dai dettagli dell’azione criminosa che pian piano vanno emergendo.  In particolare, colpiscono le parole di un investigatore coinvolto nelle indagini, la cui identità non viene rivelata, riportate il 19 maggio 2016 dal portale web di Rai News2 Un “attacco da guerriglia civile”, con scene da “terrorismo mafioso”, con tanto di bottiglie Molotov per incendiare auto blindata e costringere gli occupanti a scendere. Ma il “commando” non ha fatto i conti con la reazione del vicequestore Davide (rectius Daniele) Manganaro e degli altri poliziotti. Così un investigatore impegnato nelle indagini sull’agguato. Gli aggressori sarebbero “almeno tre”, ma, sottolinea, è “difficile dirlo con precisione”. La ricostruzione si basa sulle testimonianze delle vittime: “Hanno visto il lampo procurato da ogni esplosione, ma non le persone che hanno sparato”. Per l’investigatore, la “mafia ha alzato il tiro” e un agguato del genere “non può non che essere deciso ad alti livelli”. “Hanno sottovalutato – conclude l’investigatore – che la reazione dello Stato sarà più forte di prima e che adesso l’attenzione su di loro sarà altissima, fino a quando non li prenderemo”:

La sequenza degli accadimenti verificatisi tra la notte del 17 e del 18 maggio 2016 è ricostruita dal gip Eugenio Fiorentino nel decreto di archiviazione emesso in accoglimento della richiesta dei pubblici ministeri della D.D.A. della Procura di Messina del 3 maggio 2018. Tale ricostruzione ha rappresentato, per questa Commissione, un punto di partenza naturale e dovuto per gli approfondimenti oggetto della presente inchiesta (ne parleremo più diffusamente nel capitolo successivo). Qui ci interessa riepilogare, nella loro successione, i fatti di quella notte, così come ricostruiti nel decreto del gip: la riunione tenutasi nella sala del Comune di Cesarò, la successiva cena presso il ristorante “Mazzurco”, la seconda riunione svoltasi nella medesima casa comunale, infine l’agguato in contrada Volpe. “Nel corso della serata del 17 maggio Giuseppe Antoci – presidente dell’Ente Parco dei Nebrodi e già da tempo sottoposto a tutela a causa delle funzioni svolte – aveva partecipato ad una riunione con il sindaco di Calì Salvatore ed alcuni esponenti della giunta del Comune di Cesarò, avente ad oggetto un progetto di recupero di una struttura alberghiera ubicata all’interno del Parco dei Nebrodi, al termine della quale si era recato – su invito del sindaco ed unitamente al dirigente del Commissariato di P.S. di Sant’Agata di Militello, Daniele Manganaro – a cena presso il ristorante denominato “Mazzurco”, sito al bivio per Troina della strada statale n. 120.  Conclusa la cena, dopo una sosta ulteriore di circa un’ora presso gli uffici del comune di Cesarò, l’Antoci e gli uomini della scorta – sempre a bordo dell’autovettura blindata Lancia Thesis – si erano avviati verso il comune di Santo Stefano di Camastra, ove il primo aveva la sua abitazione, mentre il Manganaro, unitamente al suo autista, si era intrattenuto ancora per circa 10 minuti con il sindaco Calì. : (…) Intorno alle ore 1.55 circa il veicolo citato, a bordo del quale si trovava la persona offesa, giunto in Contrada Volpe, era stato costretto a rallentare bruscamente ed a fermarsi, a causa della presenza di alcuni grossi massi collocati sulla carreggiata: quasi contestualmente, esso veniva raggiunto – sulla fiancata sinistra, lato posteriore – da diversi colpi d’arma da fuoco, sparati da almeno due soggetti travisati (indossavano entrambi una giacca mimetica) che si erano appostati sul lato sinistro della carreggiata. Pochissimi istanti dopo giungeva sul luogo dell’attentato anche l’autovettura Suzuki Vitara sulla quale si trovavano il Manganaro e l’Assistente Capo Granata i quali, resisi immediatamente conto di ciò che stava accadendo, rispondevano tempestivamente al fuoco costringendo alla fuga i malviventi (senza che alcuno rimanesse ferito)”. La sequenza degli eventi è poi riassunta nelle dichiarazioni rilasciate da Giuseppe Antoci in sede di sommarie informazioni testimoniali, così come riportate nel decreto di archiviazione. «Una volta in macchina mi sono appisolato. Ad un certo momento, ho udito le voci dei due poliziotti che dicevano che vi erano delle pietre sulla strada e la macchina cominciava a rallentare. Immediatamente ho udito dei colpi molto forti alla macchina, come se fossero state delle pietre. L’agente di tutela ha cominciato ad urlare di abbassarmi e con le mani mi ha spinto verso il basso tra i sedili. Ho sentito l’arrivo di un’altra macchina che ha frenato rumorosamente e ho cominciato a sentire numerosi colpi e ho capito che stavano sparando. Credo che l’autista sia sceso subito dalla macchina e abbia cominciato a sparare. Forse scende anche l’agente di tutela. Non sono in grado di dire nulla sulla direzione degli spari né con quale arma siano stati esplosi. Ho sentito distintamente le urla del Dott. Manganaro ma credo che anche gli altri abbiano urlato, anche se sono stati momenti di forte concitazione. Poco dopo, viene aperto lo sportello posteriore destro, dal lato ove mi trovavo io e qualcuno, che riconosco subito nel Dott. Manganaro, mi tira fuori dall’autovettura, per farmi salire su un’altra vettura e per allontanarci a velocità. Ricordo che nel preciso momento in cui si è aperto lo sportello ho detto “No, no” perché pensavo che volessero sequestrarmi, ma il Dott. Manganaro si è fatto immediatamente riconoscere. Il buio era pesto, ma ricordo di aver visto una pietra di colore chiaro. Quindi ci dirigiamo, con l’altra autovettura, in circa dieci minuti presso il rifugio del Parco “Casello Muto” che attualmente è vigilato da personale del Corpo di Vigilanza del Parco. … Non mi risulta che ci siano stati feriti tra il personale di scorta ed il Dott. Manganaro ed il suo autista. … Ricordo molti colpi di arma da fuoco ma non saprei indicarne il numero. Li ho uditi solo dopo che sono stato abbassato tra i sedili.» : Il gip conclude la sua ricostruzione facendo riferimento alle risultanze investigative emerse in sede di primo sopralluogo sul luogo dell’agguato. “Si rinvenivano: sotto un muretto di contenimento posto sul lato sinistro della carreggiata, in direzione Cesarò – San Fratello, due bottiglie molotov, piene fino all’orlo di benzina; alcune cicche di sigarette che facevano ipotizzare che gli attentatori avessero atteso a lungo l’arrivo dell’autovettura; numerosissimi bossoli espulsi dalle armi in dotazione al personale di scorta e di polizia”.  Queste, infine, le considerazioni riportate dal dottor Antoci nella relazione da questi depositata nel corso della sua audizione dinanzi questa Commissione:  «… il loro obiettivo era fermare l’auto, perché sapevano bene che era blindata, volevano fermarla e poi darle fuoco, infatti sono state ritrovate alcune bottiglie molotov. Quindi volevano incendiare la macchina, una volta bloccata sparando alle ruote, obbligandoci a scendere perché all’interno dell’abitacolo sarebbero penetrati il fumo e le fiamme, e quel punto ci avrebbero giustiziati…

LA RICHIESTA DEI PM E IL DECRETO DI ARCHIVIAZIONE 

Il 3 maggio 2018 i pubblici ministeri della Direzione Distrettuale Antimafia, Angelo Cavallo, Vito Di Giorgio e Fabrizio Monaco firmano, con il visto del Procuratore Capo, Maurizio De Lucia, la richiesta di archiviazione dell’indagine. Rileggiamo le considerazioni che in quell’occasione i PM esprimono: . “Prima facie, si ipotizzava un vero e proprio agguato, meticolosamente pianificato, organizzato ed attuato con tecniche di tipo ‘militare’. Appariva indubbio come gli attentatori avessero agito non al fine di compiere un semplice atto intimidatorio e/o dimostrativo, ma al deliberato scopo di uccidere. Costoro, infatti, avevano dapprima ostruito la carreggiata con dei massi, al fine di costringere l’autovettura a rallentare l’andatura; subito dopo, avevano sparato all’indirizzo del mezzo blindato, attingendolo nella sua parte inferiore, nell’immediata vicinanza della gomma posteriore sinistra, e ciò al probabile fine di bloccare la corsa del mezzo.  Al contempo, la presenza delle due bottiglie molotov induceva a ritenere come gli attentatori, una volta bloccata l’autovettura blindata, volessero incendiare quel mezzo e così costringere i suoi occupanti a scendere da esso, in modo che questi ultimi non potessero più beneficiare della protezione del veicolo blindato. I malviventi, evidentemente, erano ben consapevoli del fatto che le armi da fuoco di cui disponevano, fucili caricati a pallettoni, avrebbero potuto bloccare l’autovettura, ma non certo sfondare direttamente la blindatura del mezzo e dunque attingere il presidente Antoci.  Anche il luogo e l’orario dell’agguato erano stati scelti con cura, in un momento in cui la vittima, in ore notturne, stava percorrendo una strada completamente deserta, in una sperduta località di montagna, del tutto priva di telecamere ed altri dispositivi di controllo.  È di tutta evidenza come nella richiesta di archiviazione dei pubblici ministeri della D.D.A. messinese manchi un riferimento netto ed univoco al fatto che l’agguato sia stato commesso con modalità di tipo mafioso.  Un atto di prudenza (emblematicamente sottolineato dall’uso non casuale dell’espressione prima facie) che, a nostro avviso, trova fondamento sia nella richiesta di archiviazione della mancata identificazione degli autori del crimine, sia in alcuni passaggi in cui la “causale mafiosa dell’agguato” è ritenuta non acclarata bensì solo “possibile”. In particolare, la richiesta proposta della locale Direzione Distrettuale Antimafia aveva inteso focalizzare alcuni aspetti.• La ricostruzione dell’agguato operata dai soggetti coinvolti, relativa alle dichiarazioni rese dal dottor Antoci, dal suo personale di scorta (gli assistenti capo Santostefano e Proto), dal dirigente del commissariato di P.S. di Sant’Agata di Militello, dottor Daniele Manganaro, e dal suo autista, l’assistente capo Tiziano Granata11• Le indagini tecniche sulla ricostruzione dell’agguato, esitate dalla Polizia Scientifica di Roma il 14 febbraio 2018, giusta delega della D.D.A. della Procura di Messina datata 8 giugno 2017 . 12 • Le indagini relative alla “possibile” causale mafiosa dell’agguato, nate sulla base delle dichiarazioni del dottor Antoci e del sindaco di Troina, dottor Sebastiano Venezia . • Le indagini finalizzate alla individuazione degli autori dell’attentato così strutturate:  . i.) le intercettazioni disposte dall’A.G. nei confronti dei soggetti indicati in sede di s.i.t. dal sindaco Venezia e individuati dal personale del commissariato di P.S. di Sant’Agata di Militello a seguito di specifiche attività di indagine. Analogo provvedimento veniva disposto anche con riguardo alla persona del sindaco di Cesarò, Salvatore Calì. «In conclusione, le complesse e articolate indagini svolte da questo Ufficio successivamente all’agguato posto in essere, la notte tra il 18 e il 19 maggio 2016, ai danni di Antoci Giuseppe e del personale di scorta non hanno consentito di risalire alla identificazione degli autori di tale grave fatto». A proposito di tale iniziativa investigativa scrivono i pubblici ministeri nella richiesta di archiviazione: «Le attività di intercettazione svolte nei confronti di tutti i soggetti che, secondo l’ipotesi investigativa, avrebbero preso parte all’organizzazione e all’esecuzione dell’agguato davano esito negativo. In particolare, non emergeva alcun elemento idoneo a dimostrare un coinvolgimento loro o di altri soggetti nel fatto delittuoso in parola».

Gli accertamenti genetici sul DNA consistenti nella comparazione tra i campioni biologici prelevati consensualmente a tredici indagati e quelli recuperati sulla scena del crimine (i mozziconi di sigaretta). Tale attività, così come documenta la relazione tecnica della Polizia Scientifica di Palermo del 22 settembre 2017, dava tuttavia esito negativo). L’elaborazione dei dati del traffico telefonico avvenuto nella zona dell’agguato. • Le dichiarazioni del vicequestore Ceraolo circa le diverse, a suo dire, modalità con cui sarebbe avvenuto l’agguato. Le indagini sugli esposti anonimi pervenuti alla Procura, nei quali si negava la veridicità del fatto “affermando che si trattasse di una callida simulazione, finalizzata a ragioni di tornaconto politico e professionale. Infine, gli accertamenti relativi alle “registrazioni” nella disponibilità di Armeli Iapichino Salvatore” e alle dichiarazioni rese da tale Mercurio Massimiliano. Nessuna delle sopra menzionate attività investigative, tuttavia, aveva sortito esiti positivi: motivo per cui si procedeva con la richiesta di archiviazione, accolta il 25 luglio 2018 dal gip del Tribunale di Messina, dottor Eugenio Fiorentino. Vicende dimostratesi, entrambe, di non particolare rilievo investigativo.  Rinviando ad un successivo capitolo l’analisi delle criticità relative alle indagini nonché delle contraddizioni e delle incongruenze concernenti la ricostruzione del fatto, è utile fare alcune considerazioni di merito sul decreto di archiviazione.

  1. LA “MODALITÀ MAFIOSA” DELL’AGGUATO – A margine della ricostruzione del fatto, il gip, aderendo alla quasi totalità delle conclusioni formulate dai pubblici ministeri, tuttavia, diversamente da questi ultimi, utilizza inizialmente parole estremamente precise: «… appariva innegabile che tale gravissimo attentato era stato commesso con modalità tipicamente mafiose… e con la complicità di ulteriori soggetti, che si erano occupati di monitorare tutti gli spostamenti dell’Antoci e di segnalarne la partenza dal comune di Cesarò. I sassi dovevano servire a rallentare la corsa della blindata, i colpi di fucile a bloccarla definitivamente. Le molotov, infine, avrebbero dovuto incendiare il mezzo al fine di costringere gli occupanti ad abbandonarlo, divenendo, così facendo, dei bersagli mobili. Sarebbe stata un’esecuzione brutale, lascia intendere il gip, se non fosse stato per il pronto intervento del dottor Manganaro e dell’assistente capo Granata. A differenza dei pubblici ministeri, dunque, il gip è sicuro nell’individuare il modus operandi di Cosa nostra integrato dalla partecipazione al fatto delittuoso di ulteriori soggetti diversi da quelli sottoposti all’indagine. 
  2. LA PISTA DELLA “MAFIA DEI PASCOLI”- Ma chi poteva aver deliberato un simile proposito criminale? Chi aveva deciso di eliminare il dottor Antoci e la sua scorta? Il gip prova a dare una risposta: “Le descritte modalità dell’azione delittuosa inducevano a collegare tale attentato alle penetranti azioni di controllo e di repressione delle frodi comunitarie nel settore agricolo-pastorale, da tempo avviate da Antoci Giuseppe, nella citata qualità di presidente dell’Ente “Parco dei Nebrodi”, ed in ragione delle quali aveva ricevuto pesanti minacce e intimidazioni attuate tramite missive a lui indirizzate (anche contenenti dei proiettili). Il riferimento è al cd. “protocollo Antoci”, il cui contenuto oggi costituisce parte integrante del vigente Codice Antimafia. Il gip evidenzia un collegamento tra le modalità esecutive dell’agguato e l’attività repressiva posta in essere con l’adozione del protocollo.”. La pista della cosiddetta “mafia dei pascoli” veniva avvalorata, così afferma il gip, dalle dichiarazioni rilasciate nelle ore immediatamente successive all’attentato da uno dei più fidati alleati del presidente Antoci nella lotta alla repressione delle frodi comunitarie nel settore agricolo-zootecnico: il sindaco di Troina, Venezia.

Costui, in primo luogo, spiegava il meccanismo che permetteva alle singole aziende agricole di beneficiare dei contributi comunitari erogati dall’AGEA, il cui presupposto essenziale era che ognuna di esse disponesse di un certo quantitativo di terreno, che solitamente chiedeva in affitto a privati o ad enti pubblici (quali i Comuni o lo stesso Ente Parco dei Nebrodi). (…) Egli poi indicava nominativamente le principali aziende che, beneficando di tale meccanismo, avevano potuto lucrare ingenti profitti. (…) Il Venezia evidenziava che – in seguito all’insediamento di una speciale commissione di inchiesta e all’adesione del suo Comune ad un protocollo di legalità predisposto da Giuseppe Antoci – aveva revocato la concessione in locazione dei terreni comunali a diverse aziende.  (…) Egli aggiungeva che successivamente aveva provveduto a bandire regolari delle gare per l’affidamento in locazione dei terreni comunali, alle quali avevano partecipato anche le aziende sopra indicate: queste ultime – avendo tutto l’interesse a mantenere il possesso di quei terreni al fine di continuare a beneficiare dei contributi comunitari – avevano autocertificato di essere esenti da condizionamenti mafiosi, ottenendone l’aggiudicazione provvisoria.  Il Comune di Troina aveva quindi trasmesso le autocertificazioni alla Prefettura di Messina per i relativi controlli antimafia, dai quali era tuttavia emerso che 13 delle 14 imprese in esame non erano in regola con i requisiti richiesti, e, in ragione di ciò, aveva notificato alle predette il recesso dai contratti aggiudicativi provvisoriamente. (…) Il predetto infine osservava che proprio le aziende di cui sopra erano state quelle che avevano patito gravissimi pregiudizi di natura economica a causa delle iniziative sue e del Presidente Antoci e che, per questo, esse ritenevano entrambi dei “nemici giurati” … (…) specificando di temere, proprio in ragione di ciò, per la propria incolumità (“Temo fortemente per la mia incolumità, e credo di essere il prossimo obiettivo di azioni efferate contro la mia persona. Specifico che queste aziende, a causa delle nostre iniziative, hanno perso milioni di euro per i prossimi anni23Insomma il movente – come si potrebbe arguire dalla ricostruzione operata dal Venezia in sede di sommarie informazioni testimoniali – potrebbe essere una vendetta a fronte dei gravi danni economici subiti dalla svolta legalitaria intrapresa dal presidente Antoci e dagli amministratori del territorio.  Un possibile movente che aveva trovato conferma nel contributo alle indagini offerto dal dottor Manganaro, cui il gip dedica particolare rilievo:  Il Manganaro, con annotazione del 25.05.2016, riferiva che il sindaco di Cesarò Calì Salvatore gli aveva confidato di aver notato, proprio la sera del 17.5.2016 e nelle ore immediatamente precedenti l’evento delittuoso, alcune “inquietanti presenze”: in particolare, una Golf grigia, condotta da Cerro Litterio, sostare innanzi il palazzo comunale ove si era svolta la manifestazione cui avevano partecipato gli stessi Calì, Manganaro ed Antoci; poco dopo, una Smart con a bordo tale Karra Nicola, che “li attendeva all’ingresso del ristorante da Mazzurco”, dove essi erano andati a cenare una volta conclusosi il convegno svoltosi presso la casa comunale di Cesarò. (…) La presenza di tali soggetti nei luoghi sopra indicati e nelle ore immediatamente precedenti l’attentato – come se si trattasse di vere e proprie “vedette” impegnate a monitorare i movimenti di Antoci – appariva certamente sospetta, anche in considerazione del fatto che il Cerro era inserito nei contesti malavitosi locali. Dunque – è opinione del gip – la sera del 17 maggio 2016 gli spostamenti del presidente Antoci all’interno del territorio cesarese sarebbero stati tracciati da un gruppo di “vedette mafiose”: prima, nei pressi del palazzo comunale; successivamente, dinanzi l’ingresso del ristorante Mazzurco.  Atteggiamenti “fortemente equivoci”, scrive il gip, ma di per sé inidonei a dimostrare e riscontrare, soprattutto in virtù degli esiti delle attività di indagine, alcun tipo di responsabilità in capo ai soggetti indagati.   Il gip, pertanto, dispone l’archiviazione, così come richiesta di pubblici ministeri, esplicitando che: “l’avvenuta esplorazione di ogni possibile spunto investigativo, non consente di ravvisare ulteriori attività compiutamente idonee all’individuazione di alcuno degli autori dei delitti contestati”. In altre parole: nessuno spazio per altre indagini. Eppure, solamente qualche riga prima, il gip era stato altrettanto netto nell’affermare che, nonostante la capillare attività investigativa della Procura non era possibile «far luce sul movente e sui responsabili dell’attentato in oggetto». Una contraddizione rispetto a quanto, nello stesso decreto di archiviazione, il gip sostiene in merito alle “modalità tipicamente mafiose” dell’agguato. Insomma, resta irrisolta nell’archiviazione del gip la domanda fondamentale: movente certo o no? Agguato mafioso o no?. Ecco qual è stata l’opinione fornitaci dal dottor Angelo Cavallo, all’epoca dei fatti sostituto procuratore presso la D.D.A di Messina: PROCURATORE CAVALLO: La nostra è stata un’archiviazione molto cauta. Il gip, ovviamente, per forza di cosa essendo giudice terzo diventa ancora più cauto e parla ancora di meno quando non può parlare sulla base di elementi oggettivi e di prove. Il movente secondo me, ripeto, è quello che ho detto prima. Antoci, obiettivamente, aveva compiuto un’attività che aveva creato danni veramente seri a certi soggetti. Lo saprete benissimo la storia delle interdittive antimafia, aveva fatto perdere, proprio a queste persone che poi furono intercettate e che si lamentavano dell’operato di Antoci dicendo: “questo pezzo di…” centinaia di migliaia di euro. Quindi il movente secondo me è che qualcuno probabilmente infastidito, di quell’area, da questa iperattività di Antoci lo abbia sottoposto a questo attentato. Non so e non sono in grado di dirlo, certamente, se fu un attentato pianificato da massimi vertici della mafia, questo mi guardo bene da dirlo. Però, devo dire un’altra cosa. Un’altra delle tante obiezioni che ci siamo posti è “ma scusate, se la mafia ha fatto questo attentato è così cretina da fare un attentato in modo che poi si accendano i riflettori su questa vicenda, come poi è stato fatto?”. FAVA, Presidente della Commissione: Potremmo aggiungere: una settimana prima che il TAR si pronunci sui ricorsi che furono presentati… PROCURATORE CAVALLO: …che furono rigettati, quindi questi soggetti i soldi li persero per davvero. Perciò io, ma è una mia personalissima opinione, io sono propenso a ritenere che attentato ci fu. Fu un attentato programmato così a livello di, come dire, di ritorsione da parte di alcuni soggetti dell’area che avevano subito dei danni. Questo attentato poi in un certo senso… forse determinate famiglie mafiose lo ebbero a subire… capirono bene che non aveva alcun senso reagire neanche nel senso di punire, come a volte si legge nei libri di mafia, chi compie queste azioni senza il preventivo consenso, semplicemente perché subito dopo si è messa in moto una macchina del fango molto efficace mi riferisco agli esposti anonimi, mi riferisco agli articoli di giornale. (…) Quindi la mafia, semmai si è posta il problema di cosa fare a questi soggetti, ha ben capito che alla luce di quello che stava uscendo non c’era più bisogno di fare nulla. Cioè non c’era bisogno di punire qualche soggetto che magari aveva voluto fare queste azioni un po’ estemporanee senza chiedere il consenso… FAVA, Presidente della Commissione: Però se davvero fosse stata questa, immaginiamo, la ricostruzione: altri attentatori che per far ricadere la colpa o per mandare un messaggio alle famiglie più coinvolte della zona organizzano questa cosa… però c’erano anche le bottiglie molotov, cioè si dava la sensazione che quell’attentato volesse arrivare a compimento… PROCURATORE CAVALLO: … mi sono sempre chiesto quelle bottiglie molotov se non fosse arrivata la Suzuki Vitara le avrebbero veramente usate o erano solo lì come le cicche? Cioè per dire “vedi stai attento noi ti abbiamo sparato…” non con una doppietta, come scriveva l’anonimo, con un semiautomatico “… ti abbiamo sparato con un fucile che, ovviamente, non penetra la blindatura; ti volevamo fermare la macchina, ti volevamo lanciare le molotov per costringerti ad uscire”. Questo era chiaro il messaggio… però io mi sono sempre chiesto queste bottiglie poi le avrebbero veramente lanciate? Non sono così sicuro. Secondo me bastava quell’attentato così come era stato fatto.  Secondo il dottor Cavallo, dunque, l’attentato poteva andar bene a chi lo aveva ordito così come si era concluso: solo un atto dimostrativo. Resta il fatto che di questa riflessione condivisa dal procuratore Cavallo con la Commissione non vi è alcuna traccia nella richiesta di archiviazione presentata dalla D.D.A. di Messina (e il PM Cavallo fu uno dei firmatari) al gip.

I DUBBI

Il 7 maggio 2019 un lungo articolo a firma di Mario Barresi sul quotidiano La Sicilia. “L’attentato ad Antoci? Caso ancora aperto tra vecchi misteri e nuove piste. L’archiviazione dei 14 mafiosi, le intercettazioni, il dna nelle cicche di sigarette, il file audio e il falso pentito: zero riscontri. Poliziotti contro, le due versioni” ricostruisce la vicenda giudiziaria relativa all’attentato ad Antoci. Perentorio il richiamo in prima pagina: L’articolo riepiloga, puntualmente, gli elementi di dubbio che sarebbero emersi nel corso delle indagini: “Non sono stati i mafiosi. O meglio: ‘quei’ presunti mafiosi dei Nebrodi. Con il tentato attentato a Giuseppe Antoci non c’entra alcuno dei 14 indagati, tutti archiviati dal gip di Messina. «L’avvenuta esplorazione di ogni possibile spunto investigativo», scrive il giudice Eugenio Fiorentino, «non consente di ravvisare ulteriori attività compiutamente idonee all’individuazione di alcuno degli autori dei delitti contestati». E questa, carte alla mano, è l’unica certezza giudiziaria su ciò che accadde, nella notte fra il 17 e il 18 maggio del 2016, sui tornanti della strada statale 289 fra San Fratello e Cesarò: la Lancia “Thesis” blindata su cui viaggiavano l’ex presidente del Parco dei Nebrodi e due uomini della sua scorta, fu bloccata con delle pietre sulla carreggiata e poi attinta da «tre colpi in calibro 12 a palla unica verosimilmente del tipo Cervo o Brenneke», come dice la Scientifica di Roma. Dopo due anni di indagini (intercettazioni a tappeto, acquisizione di migliaia di tabulati telefonici, ricostruzioni balistiche hi-tech, consultazioni di fonti confidenziali fra le cosche dei Nebrodi, prelievi di dna), la Dda di Messina s’è dovuta arrendere”. Il giorno dopo, in un’intervista ad una emittente locale nel corso di una sua visita a Messina, il presidente della Commissione nazionale antimafia Nicola Morra annuncia l’intenzione di aprire un’indagine sulla vicenda e al tempo stesso fa sue le domande ancora senza risposta sulla vicenda Antoci. “Sappiamo tutti che su quegli atti giudiziari c’è ancora tanto da lavorare…È un caso complesso, definito come il peggior attentato dopo le stragi del 199293 eppure tutto è stato archiviato. Chi sono stati i mandanti? Chi sono stati gli esecutori? L’archiviazione che ho studiato pone interrogativi che credo debbano avere delle risposte”. Fin dall’inizio, per la verità, non erano stati pochi i media che avevano raccolto e rilanciato le perplessità affiorate su questo attentato, sull’effettiva dinamica, sul movente, sui mandanti o perfino sul fatto che l’episodio ci sia mai stato. “L’agguato dei Nebrodi non ha ancora un colpevole. E dalle intercettazioni si scopre che lo cercano anche le cosche”, titola il 19 marzo 2017 un articolo di Francesco Viviano sull’Espresso. Quello che segue è, nei passaggi più significativi, il suo articolo. “L’inchiesta si rivela subito difficile per le forze dell’ordine che sguinzagliano in tutte le direzioni i loro informatori. Ma da questi, a distanza di tanti mesi e nonostante il grande sforzo investigativo riversato sul territorio, non hanno avuto neanche una piccola traccia, un’ipotesi, un sospetto. Niente di niente. Neanche gli esami del dna dal sangue rilevato nel luogo dell’attentato, e che si presume possa appartenere a uno degli assalitori, hanno permesso di risalire all’identità di chi ha sparato e quindi al movente. (…) Oltre ai poliziotti e ai carabinieri, alla ricerca degli autori dell’agguato a quanto pare si siano messi pure i boss mafiosi dei clan messinesi e di quelli che agiscono sul territorio dei Nebrodi. (…) Qualche giorno dopo l’agguato al presidente del parco dei Nebrodi i boss, parlando tra di loro, si chiedono insistentemente «cu fu» (chi è stato?). Da una cosca all’altra la domanda è sempre la stessa, ma anche la risposta: «Noi non siamo stati». «Potrebbero essere stati i catanesi?» chiede un intercettato al suo interlocutore, che risponde: «Ce l’avrebbero detto, quantomeno ci avrebbero avvertiti per evitarci ulteriori guai». Insomma, gli storici clan dei Bontempo-Scavo e le altre famiglie che in questi mesi hanno avuto tra le loro file decine di arresti non si danno pace. Anche loro brancolano nel buio e, se avessero avuto notizie, avrebbero fatto giustizia a modo loro oppure, come spesso la storia della mafia insegna, avrebbero segnalato in maniera anonima agli investigatori gli autori dell’attentato per allentare la pressione nei loro confronti. L’unica segnalazione anonima che è arrivata fino ad ora è invece quella inviata a tre procure, Messina, Patti e Termini Imerese, al Ministero dell’Interno, al capo della Polizia e all’autorità Anticorruzione. (…) La denuncia anonima adesso è al vaglio delle tre procure siciliane: vi si trovano accuse anche nei confronti di Manganaro. Secondo l’anonimo il dirigente del commissariato di Sant’Agata di Militello sarebbe anche “vicino” a esponenti politici del Pd e ad alcuni personaggi dell’Antimafia come il senatore Giuseppe Lumia, eletto nella lista “il megafono” di Rosario Crocetta.”  Il 23 marzo 2017 l’articolo sul settimanale siciliano Centonove a firma di Enzo Basso riprende e rilancia (fin dal titolo: “Chi è…Stato?”) i dubbi sull’attentato. “Chi è stato?” chiedono i boss al telefono dopo l’attentato del diciotto maggio scorso al presidente del Parco dei Nebrodi Giuseppe Antoci. Ma ancora, dieci mesi dopo le modalità dell’agguato notturno alle due di notte tra Cesarò e San Fratello, in contrada Muto, sulle quali indagano in tandem le direzioni investigative antimafia di Messina e Catania, restano avvolte in un mistero. Una scena quasi cinematografica: un gruppo di aggressori che sparano nella notte, vengono raggiunti all’improvviso dai provvidenziali colpi di pistola del vicequestore Daniele Manganaro e scappano nell’oscurità del bosco, lasciando ai bordi della strada due bottiglie molotov. Tecniche di un agguato, che non trova eguali nella letteratura criminale e che stupisce gli stessi boss, legati ai clan della macellazione: “Chi è stato?” Nulla rispetto al documento di fitte sei pagine, svelato dal giornalista Franco Viviano su “L’Espresso”, dove si parla anche di uno esplosivo scritto inviato mesi fa alla Procura di Patti, a quella di Termini Imerese e a quella di Messina, oltre che al Viminale, e al Capo della polizia in cui si raccontano fatti inquietanti che portano l’anonimo estensore a chiedere: “Chi è lo Stato?”: il gruppo di potere del governatore Crocetta e del senatore Lumia, insieme a un manipolo di poliziotti, stretto attorno ad Antoci, oppure è lo Stato che tollera degenerazioni di potere? Per supportare queste tesi, l’anonimo mostra di essere addentro alle cose della polizia: “i proiettili spediti da Palermo sono calibro 9 per 9, Luger, in esclusiva dotazione alle forze di polizia dotate di armi parabellum, per chi si esercita nei poligoni di tiro Uits”.

Infine, il 29 aprile 2019 la trasmissione Report, in un lungo servizio di Paolo Mondani sul caso Montante, dedica alcuni passaggi particolarmente significativi sulla vicenda Antoci: anche in questo caso riprendendo e rilanciando il dubbio che di un autentico attentato si sia trattato. La Commissione ha ritenuto di ascoltare gli autori degli articoli e dell’inchiesta della Rai per contestualizzare (nel rispetto del segreto professionale) le fonti delle loro informazioni e per approfondire quant’altro potesse risultare d’ausilio per la nostra indagine. Francesco Viviano, del gruppo Repubblica-L’Espresso: VIVIANO: Ho parlato con alcune fonti, autorevoli, non solo in Sicilia, che mi hanno detto, insomma, che c’erano molti dubbi, molte riserve sulla dinamica, su tutto quanto era accaduto quel giorno… fonti siciliane e fonti romane… fonti autorevoli che mi dicono che è tutto fasullo. Non una: diverse fonti, di cui mi fido, non ho nessun motivo di dubitarne. FAVA, Presidente della Commissione: Queste sue fonti hanno anche offerto una motivazione per questa presunta messinscena? VIVIANO: Mi hanno dato degli spunti…Era stato organizzato per, come dire, ingigantire il fronte antimafia e quindi i personaggi, tra virgolette, antimafia. (…) Qualcuno ha minacciato querele, denunce… Pubblicamente, addirittura, hanno detto che il pezzo in questione era stato tolto dal sito dell’Espresso proprio perché era diffamatorio e anche Antoci andava dicendo questo: che lui l’aveva fatto togliere… (in realtà l’articolo è tuttora on line sul sito web dell’Espresso. Comunque non mi ha querelato nessuno, né Manganaro né Antoci. (…). Vi posso dire una cosa: il commissario Manganaro non è stato promosso…uno come lui che ha sventato un attentato, che ha salvato la vita ad Antoci, che ha sparato agli attentatori dovrebbe esser quantomeno promosso, invece… So perfettamente… che all’interno del commissariato di Sant’Agata di Militello… c’era un casino vero e proprio, c’erano delle vere e proprie bande tra di loro, tra loro poliziotti. Enzo Basso, direttore ed editore del settimanale Centonove: BASSO: Ogni giornalista all’interno di alcune strutture ha le sue fonti. I veterinari, per quel tipo di mondo, sono le antenne sul territorio… ho parlato con più soggetti: non c’è nessuno in quella zona che si aspettasse una cosa del genere… Perché mi sono incuriosito? Perché nel momento in cui mi ha chiamato, il collega Viviano mi ha detto: «sai, i soggetti che sono indagati, loro stessi si chiedevano “chi è stato?”» di qui il famoso titolo di Centonove. Le fonti istituzionali che sono state da noi sentite erano, come dire, molto in linea con la versione che è stata data. Fuori verbale, tutti in qualche modo ponevano dei quesiti e c’era molta perplessità. Questa cosa l’ho avvertita per mesi e mesi… Ricordo che un giorno mi chiamò l’attuale assessore regionale Bernardette Grasso perché voleva sapere se io avevo intenzione di scrivere un articolo su una battuta infelice da parte del governatore Musumeci, allora presidente della Commissione antimafia dell’Ars, che aveva detto: “poi tutti questi attentati, tutti sappiamo come vanno…”.  Era quello che più di venti sindaci avevano in qualche modo riferito sommessamente a Musumeci su quelle che erano le perplessità che su quel territorio … Musumeci andò, credo, a Sant’Agata e in presenza di molti sindaci, nel momento in cui parlò di questi attentati che destavano qualche perplessità, è scoppiato un lungo applauso. (…) BASSO: Nella mia attività di giornalista mi arrivavano… echi di fortissimi scontri dentro il commissariato di Sant’Agata di Militello e una sorta di scontro anche politico perché questo commissariato si era trasformato in una sezione staccata del PD. (…) BASSO: Io non ho nessuna intenzione di screditare Antoci. Se posso dire una mia personalissima ipotesi sono convinto che Antoci sia totalmente in buona fede. È un meccanismo altro che ha pensato probabilmente tutto questo… Il rapporto è tra Montante e Lumia. Antoci è una pedina.  FAVA, Presidente della Commissione: Di chi in questo caso? BASSO: Certamente di Lumia. Questa è una mia idea. Loro stavano facendo un investimento su Antoci… ben strutturato. Di solito si tende a creare una storia, si crea una bellissima storia e poi la si butta sul mercato. Io spero che sia vero l’attentato, che sia opera di manigoldi, ma così come strutturato tende a lasciare sempre un alone di inquietudine… queste figure che spariscono nel bosco di notte, un funzionario di polizia che volontariamente, senza essere in servizio, parte per andare a Cesarò… c’è qualche cosa che ha a che fare con la cinematografia… Se queste cose si dovesse scoprire che siano state decise a tavolino, credo sarebbe un fatto di una gravita assoluta… 

Mario Barresi, de La Sicilia: BARRESI: Io comincio a occuparmi di questa vicenda quasi nell’immediatezza dei fatti andando direttamente sui luoghi, tra Sant’Agata di Militello e Cesarò, per verificare delle voci che quasi diciamo all’indomani del fatto si erano cominciate a diffondere FAVA, Presidente della Commissione: Queste voci erano interne o esterne ad ambiti istituzionali o in entrambe le direzioni? BARRESI: Raccolsi degli elementi da fonti investigative… che non erano direttamente impegnate nell’indagine ma che comunque erano a conoscenza di particolari importanti sull’indagine… mi resi conto che c’era una sorta di indagine sull’indagine, cioè mentre si cercava di ricostruire la dinamica del tentativo di attentato c’era comunque un tentativo di verificare se c’era una chiave di lettura alternativa rispetto a quella prevalente nell’immediatezza dei fatti (…) C’erano due tesi investigative nettamente contrapposte rispetto alla ricostruzione di quei fatti. (…) Ricevetti una garbata richiesta di evitare di diffondere questo tipo di informazione perché eravamo nei giorni più importanti e più delicati e quindi mi bloccai in attesa del corso ufficiale delle indagini che però poi è arrivato parecchio tempo dopo. (…) L’articolo del 7 maggio 2019 raccoglie una memoria storica di alcuni elementi che, già nella primavera del 2016, avevo acquisito… mi sono limitato semplicemente a raccontare lo stato dell’arte dell’inchiesta non per addizione ma per sottrazione, cioè cercando di capire tutti i segni meno che c’erano nell’inchiesta cioè perché non si era approfondito un aspetto, perché non si era seguita un’altra pista… L’anomalia, se così vogliamo chiamarla, è che per quasi un anno le indagini vengono condotte da un poliziotto (Manganaro ndr) che in quell’episodio era testimone.  Paolo Mondani, giornalista di Report: MONDANI: Abbiamo approfondito il tema del protocollo Antoci, e l’attentato del 18 maggio in particolare, perché ci sembrava inizialmente assolutamente paradossale che, all’indomani dell’attentato, si definisse quell’attentato come il più importante attentato seguito alle stragi di mafia ben note, mentre l’indagine sull’attentato era stata archiviata al tribunale di Messina, un’indagine durata due anni che non ha portato ad individuare né mandanti né esecutori. È molto significativo il fatto che la decina di fonti con le quali ho potuto parlare era in sostanza convinta che la dinamica dell’attentato fosse diversa da come è stata rappresentata dai poliziotti che ne sono stati protagonisti.  FAVA, Presidente della Commissione: Su quali punti? MONDANI: Ho intervistato il dottor Ceraolo ma ho sentito molti altri… Un punto lo abbiamo notato subito: tra i testimoni dell’attentato risulta l’allora commissario Manganaro che è contemporaneamente lo stesso cui sono state affidate le indagini. Opportuno? Non opportuno? Io ritengo che non sia opportuno, ma, insomma, è andata così…Complessivamente l’indagine parte e continua per molto tempo sulla base della testimonianza del vice questore Manganaro. Gli altri poliziotti presenti quella notte vengono sentiti il solo nel maggio 2017, cioè ad un anno dall’attentato. (…) Perché la mafia prepara tre molotov, mai usate in precedenza, a mio ricordo, dalla mafia? Perché lasciano i mozziconi di sigaretta ma non c’è un DNA compatibile? Perché hanno cura di non lasciare impronte sulle bottiglie molotov mentre lasciano i mozziconi? Raccolgono i tre bossoli di fucile sparati contro la blindata. Io mi chiedo: quando avrebbero avuto il tempo di raccoglierli siccome, dice Manganaro, lui arriva contemporaneamente agli spari? Non voglio ovviamente rivelare le fonti ma, senza mezzi termini, i carabinieri non sembrano affatto convinti che siano andate così le cose, esattamente come i poliziotti che ho incontrato… I poliziotti si sono molto concentrati sul trasbordo, sull’uso che si è fatto della blindata, sul fatto che i poliziotti che avevano in carico la difesa, diciamo così, la vita del Presidente Antoci non si siano comportati come i protocolli prevedono e i protocolli sarebbero stati radicalmente trasgrediti da quei comportamenti. Mentre, per la parte che riguarda i carabinieri, ho riscontrato vere e proprie convinzioni che non fosse andata com’è stata ricostruita. (…) Altro fatto strano: nel dicembre 2014 una lettera viene recapitata (ad Antoci) negli uffici del Parco dei Nebrodi, “finirai scannato tu e Crocetta”, il testo scritto con lettere di giornale ritagliate ed incollate. Ho chiesto a degli investigatori: ma è mai successo che la mafia facesse delle lettere anonime con lettere ritagliate incollate? (…) Il Presidente Antoci mi parla di mascariatori. Io ho replicato che il fango cresce quando le domande rimangono senza risposta: chi ha ordinato la strage veramente? Chi l’ha realizzata? E perché per un fatto di questa gravità le indagini si sono curiosamente fermate.

1a PUNTATA, CONTINUA

Edited by, lunedì 14 ottobre 2019, ore 17,04. 

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