Il caso-Antoci: La relazione della Commissione regionale antimafia, 3a puntata

Sta per concludersi la pubblicazione della relazione della Commissione regionale antimafia sul caso dell’attentato subito, nella notte fra il 17 e il 18 maggio 2016, dall’allora presidente del Parco dei Nebrodi GIUSEPPE ANTOCI (foto in alto). Da pagina 51 a pagina 75, nella seconda parte soprattutto, l’importantissima deposizione, davanti alla Commissione, del dott., avvocato MARIO CERAOLO, al tempo chiamato, direttamente dall’allora Procuratore di Messina GUIDO LO FORTE, per la sua esperienza, a dare una mano “esterna” nelle indagini. E con particolati inediti il dott. Ceraolo chiarisce, in pratica, i dubbi che la Commissione ha poi fatto propri votando, all’unanimità, la relazione per le sue conclusioni che vedremo nell’ultima puntata domani pomeriggio…

La terza puntata si riallaccia all’audizione dell’Assistente della Polizia di Stato Proto, componente della scorta del dott. Antoci, da parte della Commissione. Ovviamente, per capire il senso, il lettore dovrà rivedere le ultime righe della seconda puntata.

PROTO: L’abbiamo spostata in maniera tale che anche loro potessero pure avvicinare la macchina. Secondo il ricordo di Proto, dunque, occorrevano almeno due persone per spostare una singola pietra.

Un terzo punto – dice la Commissione -, discutibile sul piano delle regole di condotta di una scorta, è la scelta di far scendere Giuseppe Antoci dall’auto blindata e di trasbordarlo sul Suv nero del vicequestore aggiunto Manganaro, distante più di 20 metri dalla Thesis, pur sapendo che gli aggressori potevano essere ancora nei dintorni e intenzionati a portare a termine l’attentato, e che la blindatura della Lancia era l’unico riparo certo per la personalità scortata. Perché questa scelta? È la domanda che la Commissione ha rivolto ai due agenti della scorta, Proto e Santostefano, al vicequestore aggiunto Manganaro e al questore pro tempore Cucchiara.

FAVA, Presidente della Commissione. Di fronte un attacco convenzionale non è un po’ rischioso uscire dalla blindata? PROTO: In quel momento la cosa più importante è tenere la persona e capire…  FAVA, Presidente della Commissione. Ma la persona si tiene più al sicuro con gli sportelli chiusi e voi dentro, no? PROTO: Sì, sono momenti in cui salta tutto e ci si affida all’istinto.  FAVA, Presidente della Commissione. Chi decide che Antoci debba lasciare la blindata e salire sull’auto del commissario Manganaro?  PROTO: La decisione non la so, non l’ascolto nemmeno perché sono da un’altra parte… Sento solo: “andiamo via, andiamo via” e portano Antoci sull’altra macchina… GALVANO, Componente Commissione: Il dubbio sta in questo: istinto oppure razionalità? Nel senso che il protocollo si segue o non si segue? Si segue in alcuni momenti o non si segue in alcuni momenti?  PROTO: Il discorso che ho detto… in quel momento, ecco, salta tutto…. Se lei ha una necessità di andare via da un posto per una qualsiasi situazione, penso che anziché andare a vedere tutte le freccette se vede una porta…  GALVANO, Componente Commissione: Lasciando stare quella che è una distinzione tra razionalità e istinto… lei ritiene che sia stato seguito tutto in maniera eccelsa affinché fosse tutelata la sicurezza del dottor Antoci?

PROTO: Per ritornare alle sue parole, la maniera eccelsa, poi è il risultato… il risultato qual è in quel caso? Portare e tenere al sicuro la personalità…  GALVANO, Componente Commissione: il risultato io ritengo che sia una cosa, il fatto di avere eseguito un protocollo è un’altra di cosa, presumo… PROTO: purtroppo penso che mi capiate, su determinate cose non posso, diciamo, esternare… Dello stesso tenore le dichiarazioni rese da Proto ai PM.

P.M. DI GIORGIO: Ma lei ha provato a vedere se funzionava la macchina? La macchina blindata ovviamente.: ASS. PROTO: Stavo entrando, quando dice: “No girate quella, facciamo prima”, “Giriamo quella e facciamo prima”.  P.M. DI GIORGIO: Manganaro lo dice? ASS. PROTO: Manganaro o Santostefano, non lo so. Però Santostefano mi ricordo che prende la persona dalla macchina, apre lo sportello… (…) SANTOSTEFANO: Il dottore Manganaro ce l’avevo a fianco e mi ha detto: “dobbiamo portarci via il presidente!”. Gli ho detto: “sì, però non con questa macchina perché è stata colpita”. io non so che danni può avere, se hanno colpito la tanica o qualche altra cosa praticamente uno rischia di saltare in aria. Questo è il motivo per cui l’abbiamo tolto da quella macchina. (…) MANGANARO: Quando ci immettiamo su questa parte [rettilineo] con i fari della macchina… riusciamo per qualche frazione di secondo ad intravedere… per me due o tre persone… poi la terza persona probabilmente l’ho confusa con un segnale stradale… quindi non vedo nessuna fiammata, sento i colpi… io comincio a sparare colpi dalla macchina…  FAVA, Presidente della Commissione. Perché comincia a sparare colpi dalla macchina? MANGANARO: Sono istinti di reazione. FAVA, Presidente della Commissione. Istinti di reazione perché immagina che ci siano stati… MANGANARO: Eh, li ho visti! Io in una frazione di secondo ho visto due o tre persone armate di fucili in mimetica.  FAVA, Presidente della Commissione. Ha visto anche il fucile?                                                        

MANGANARO: Ho visto anche i fucili. FAVA, Presidente della Commissione. Ma a che distanza erano da lei, mi scusi? MANGANARO: Non lo so… saranno stati trenta metri… quaranta metri… non ho idea, però dalla ricostruzione lo potete vedere…  FAVA, Presidente della Commissione.…e lei riesce a distinguere persino le tute mimetiche? MANGANARO: Sì, sì, sì…  sparo non so quanti colpi… e gli altri li sparo quando scendo dalla macchina… io poi mi avvicino dietro la macchina perché finisco i colpi… scendono Santostefano e Proto e sparano anche loro in direzione del bosco… FAVA, Presidente della Commissione. E poi? MANGANARO: Una volta che scendono Proto e Santostefano gli dico “mettiamo il presidente in salvo” e Santostefano mi dice “usiamo la sua macchina perché la nostra è colpita” FAVA, Presidente della Commissione. Chi è che decide di usare la sua auto? MANGANARO: Santostefano!  FAVA, Presidente della Commissione. Perché non avete provato a vedere se l’auto era marciante?  MANGANARO: No, valutazione che non ho fatto. L’hanno fatta loro della scorta… FAVA, Presidente della Commissione. E’ Santostefano che, in sostanza, insiste per andare via lasciando la blindata. MANGANARO: credo di sì, però ripeto… non ho contezza o meno… FAVA, Presidente della Commissione. ma lei non gli ha chiesto “perché non prendiamo la blindata”? MANGANARO: no presidente, mezzo secondo… che chiedevo… in quel momento l’importante è salvare la vita. (…) FAVA, Presidente della Commissione. Una delle regole principali di questi protocolli è che lo scortato non debba mai scendere da un’auto blindata. Come si spiega, o se glielo spiegò il dottor Manganaro, che invece il dottor Antoci sia stato prelevato dall’auto blindata, caricato su un’auto non blindata e portato fino a questo ricovero della guardia forestale? CUCCHIARA: Io credo sia stata una scelta derivata dal panico che è subentrato negli operatori: una mancanza di lucidità.

Un’altra scelta che appare poco comprensibile – sostiene la Commissione – è quella di lasciare due agenti, Proto e Granata, sul luogo dell’agguato invece di portare via anche loro con il SUV su cui era stato trasbordato Antoci, pur sapendo che le condizioni (nel cuore della notte, in una strada isolata in mezzo al bosco) li esponevano fatalmente al possibile fuoco degli assalitori. FAVA, Presidente della Commissione. Come mai decidete di lasciare Granata e Proto? MANGANARO: non c’è un ragionamento sulla decisione… ce ne andiamo di corsa, portiamo la personalità in salvo… facevano copertura… ed erano a presidio con una macchina blindata… non me lo sono posto il problema dei ragazzi, assolutamente… dopo che siamo entrati a Casello Muto tra i miliardi di telefonate mi sono messo pure in collegamento con Granata e Granata mi dice “va bene qua sono scappati”. FAVA, Presidente della Commissione. Proto ci dice che non hanno ricevuto alcuna telefonata da parte vostra e Granata dichiara di aver ricevuto una telefonata nell’immediatezza dell’arrivo della prima volante… MANGANARO: Ho chiamato, ho chiamato…  Di diverso tenore le dichiarazioni dell’assistente Granata che all’A.G. riferisce di non aver ricevuto alcuna chiamata da Manganaro per tutto il tempo della loro permanenza nel luogo dell’agguato, ma di essere stato lui a chiamarlo solo pochi istanti prima che arrivasse una volante di soccorso dal commissariato di Sant’Agata.

P.M. DI GIORGIO: Quindi lei e Proto siete rimasti sul posto?. GRANATA: Io e Proto siamo rimasti sul posto. P.M. DI GIORGIO: Ma perché non siete andati via pure voi? Non era pericoloso restare lì in quel momento? Visto che, voglio dire, eravate rimasti vittime pochi secondi prima di un agguato a colpi di fucile, restavate soli…Quanto tempo siete stati lì fermi diciamo?  GRANATA: Mah, mezz’ora, quaranta minuti. PROCURATORE CAVALLO: E avete fatto qualche telefonata? Avete avvisato? GRANATA: Mi sembra che ad un certo punto ho chiamato Manganaro per sapere a che punto erano i soccorsi, se stava arrivando qualcuno. Nel momento in cui l’ho chiamato… ho sentito le sirene della volante in lontananza quindi ho detto: “sono qui, sono qui…” e ho chiuso. PROCURATORE CAVALLO: Ma lei non ha chiamato… non avete chiamato qualche numero del Commissariato? Il 113? Il 112? GRANATA: No. PROCURATORE CAVALLO: Cioè, avendo avuto appena subito un attentato, no? Gli altri erano andati via, non avete chiamato qualche numero? GRANATA: Sul momento no…PROCURATORE CAVALLO: E Proto ha fatto qualche telefonata? Pure lui? GRANATA: Non lo so.  Nemmeno Proto riceve alcuna telefonata da Manganaro o da Santostefano. Questa la sua ricostruzione. FAVA, Presidente della Commissione. Cosa le dice il suo caposcorta Santostefano nel momento in cui si allontana con Antoci? PROTO: Lui non mi dà ordini: grida “andiamo via, andiamo via”…FAVA, Presidente della Commissione. Ma il suo caposcorta non avrebbe potuto caricare anche voi due sull’auto? PROTO: È una cosa che purtroppo… se è necessario si fa andare via. (…) Rimaniamo immobili… quasi non lo so, non pietrificati ma lì vicino… non mi viene nessun input nemmeno di salire sulla macchina, stiamo dietro la macchina, di fianco, messi bassi, dall’altra parte, tremando. FAVA, Presidente della Commissione. Per quanto tempo? PROTO: Fin quando non vediamo i lampeggianti di una volante…venti minuti… un quarto d’ora… FAVA, Presidente della Commissione. Come mai non le viene in mente di vedere se l’auto funziona? PROTO: Non ce la facevo, non riuscivo. FAVA, Presidente della Commissione. E non glielo dice nemmeno Granata? PROTO: No. FAVA, Presidente della Commissione. Durante quei venti minuti di attesa voi non avete ricevuto nessuna telefonata o avete provato a telefonare?

PROTO: Io ho provato a fare una telefonata ad un collega che mi venuto così di chiamare per primo che è un componente della polizia giudiziaria che io stimo chiedendogli aiuto… si chiama Salvatore Mangione…  FAVA, Presidente della Commissione. Non ha provato a chiamare il suo capo scorta Santostefano?  PROTO: No no. FAVA, Presidente della Commissione. E nessuno vi ha chiamato? PROTO: No. FAVA, Presidente della Commissione. Non è insolito? Nessuno vi chiama per sapere se siete ancora vivi?  PROTO: Io non l’ho chiesto (a Santostefano), non gliel’ho mai chiesto…  Abbastanza confusa anche la ricostruzione dei movimenti di Granata, che era alla guida del SUV di Manganaro, subito dopo l’agguato. Interrogato dai PM il 3 maggio 201745 GRANATA: Io stavo scendendo (dall’auto)… Poi mi ha urlato Manganaro: “Dove cazzo stai andando? Torna indietro! Gira la macchina che dobbiamo mettere in salvo il presidente!”, quindi, siccome, mi sembra, le chiavi ce l’avevo… perché la jeep funzionava con la chiave che si appoggia lì vicino, cioè, col sensore…, Granata ricorda di essere sceso dall’auto per sparare, di essere poi tornato indietro per far manovra con il Suzuki e di essere di nuovo sceso dal SUV dirigendosi verso il bosco. P.M. DI GIORGIO: E perché non ha guidato lei? Dico, visto che ha fatto la manovra perché non… GRANATA: Perché mi ha detto: “gira la macchina”, io ho preso, ho girato la macchina e me ne sono sceso dalla macchina. Immaginando che, va, comunque la scorta… dico, sempre questioni di secondi, in quel panico…  e) Un’altra decisione non del tutto condivisibile è la scelta di Santostefano e del vicequestore aggiunto Manganaro di portare Antoci a bordo del suv di Manganaro non verso un centro abitato ma in un vicino rifugio del parco, il “Casello Muto”, pur non sapendo nulla sulle intenzioni degli assalitori (quanti erano? Quanto armati e determinati? Ormai in fuga o ancora nascosti nel bosco?). Questa la spiegazione di Santostefano alla Commissione Antimafia:                                                        

ASSENZA, componente della Commissione: La decisione di andare al rifugio l’ha presa lei o l’ha presa Manganaro? SANTOSTEFANO: Io ASSENZA, componente della Commissione: Anche se Manganaro è un suo superiore, in quell’occasione è lei che decide, se non ricordo male le regole… SANTOSTEFANO: Certo. ASSENZA, componente della Commissione: (La decisione) di farlo salire sul fuoristrada, che evidentemente non era una macchina blindata, l’ha presa lei? SANTOSTEFANO: Sì… perché non conoscevo le condizioni del veicolo che era stato colpito, cioè il nostro. (…) FAVA, Presidente della Commissione: Lei mi conferma che il serbatoio delle auto blindate è una delle parti più protette? SANTOSTEFANO: Non lo posso confermare, non sono un tecnico… FAVA, Presidente della Commissione: Mi scusi, ci ha detto che ha cominciato a fare questo lavoro negli anni ’90, quindi ha un’esperienza più che ventennale. Per cui le saprà qual è il grado di resistenza di un’auto blindata nel momento in cui la carrozzeria non viene perforata, sarà in condizione di sapere se l’auto può essere ancora utilizzata o è un’auto che rischia di procurare danni peggiori. SANTOSTEFANO: Sì, per carità una cosa è la teoria, una cosa è la pratica… FAVA, Presidente della Commissione: Stiamo cercando di capire, proprio sul piano della pratica, come sia possibile che si decida di abbandonare l’unica garanzia, cioè un’auto blindata che offre, come ha offerto in quel caso, protezione fisica (alla personalità), per scegliere un’auto non blindata, con persone armate con intenzioni omicide che sono nel bosco… con l’esperienza che ha lei sull’auto blindata e sul fatto che un’auto blindata, come ci insegna purtroppo l’esperienza di questi trent’anni di mafia in Sicilia, o si fa saltare in aria o è difficile che possa essere fermata… perché si abbandona l’auto blindata?  SANTOSTEFANO: Comprendo perfettamente quello che dice lei… Presidente, io penso una cosa: l’auto è stata colpita, non so che danni ha… se è marciante o meno nelle gomme… le gomme non sono antiproiettili… Perché io ho deciso… ho accordato… il dottore mi ha detto “dobbiamo portarcelo via da qua”. D’AGOSTINO, componente della Commissione: Manganaro le dice di portarlo via. Lei dice sì e scegliete di utilizzare il Suzuki… ma chi decide di portarlo al rifugio? SANTOSTEFANO: Io! D’AGOSTINO, componente della Commissione: Lei questo rifugio lo conosceva? SANTOSTEFANO: Certo, io c’ero già andato altre volte… perché comunque se n’è parlato di ‘sto rifugio, anche nei giornali… D’AGOSTINO, componente della Commissione: E Manganaro non sapeva che c’era questo rifugio? SANTOSTEFANO: Manganaro certo che lo conosceva pure lui, è normale.   Che il rifugio quella notte fosse sorvegliato da personale armato del Parco è invece una circostanza che Manganaro – così ci riferisce in Commissione – ignorava. D’AGOSTINO, componente della Commissione: Questo “Casello Muto”, peraltro a totale conoscenza di tutti che fosse vigilato… MANGANARO: Non mia onorevole… io non ero mai entrato…  Dopo essere arrivati a bordo del suv al “Casello Muto” ed aver svegliato il personale di sorveglianza, Santostefano si allontanerà per raggiungere i colleghi Proto e Granata sul luogo dell’attentato, lasciando Antoci in compagnia del vicequestore aggiunto Manganaro. Per la seconda volta, nel corso della stessa serata, il caposcorta si separa dalla personalità della cui sicurezza è responsabile. La Commissione ha provato a ricostruire le ragioni di questo comportamento, non certo consueto. SANTOSTEFANO: Sono arrivato al Rifugio del Parco e il corpo di vigilanza ci ha aperto, hanno appreso la notizia… li abbiamo fatti entrare dentro, il dottor Manganaro e il presidente Antoci… subito il tempo di sganciare loro sono risceso… ASSENZA, componente della Commissione: È normale che essendo rimasto nell’auto blindata uno della scorta, l’altro lo accompagni nel rifugio e poi lascia la personalità scortata, sia pure in sicurezza con altri? SANTOSTEFANO: In quel contesto bisogna darsi da fare più possibile, per cercare di evitare…

ASSENZA, componente della Commissione: Di evitare che cosa? SANTOSTEFANO: La personalità era al sicuro. C’era un mio funzionario di polizia. C’era polizia del parco… ASSENZA, componente della Commissione: E lei da capo scorta lo poteva lasciare senza nessun un altro componente della scorta? SANTOSTEFANO: Avevo dei componenti la sotto che non sapevo le condizioni… (…) FAVA, Presidente della Commissione: Perché Santostefano lascia, ed è la seconda volta che accade nella serata, la personalità scortata per andare di nuovo sul posto della sparatoria? MANGANARO: Eravamo dentro un mega rifugio con la vigilanza armata… la personalità era al sicuro, presuppongo che è andato a dare manforte giù ai ragazzi… non mi ricordo, non ci penso… FAVA, Presidente della Commissione: Però converrà sul fatto che c’era una modalità strana nei confronti del dottor Antoci quella sera… MANGANARO: Sono d’accordo pienamente con lei presidente, ma sono momenti di concitazione… La Suzuki Vitara, così si legge nel verbale di sopralluogo46 Nel corso di quella notte, i primissimi rilievi – di fatto – non verranno effettuati sullo stato delle cose al momento dell’attentato: i massi sono stati ormai spostati e l’autovettura di Manganaro è in una posizione diversa rispetto a dove si era arrestata al momento dell’agguato. Verrà posteggiata “subito dopo ” l’auto blindata di Antoci.  

GLI ALTRI COLPI DI FUCILE

Un ultimo dettaglio, rimasto ai margini dell’indagine (e di cui non si dà particolare rilievo nella richiesta di archiviazione né nel successivo decreto): i colpi di fucile che Giuseppe Antoci sente provenire dal bosco una volta arrivato al Casello Muto, diversi minuti dopo l’agguato. È proprio Antoci a parlarne per la prima volta.                  

Antoci: C’è una struttura del Parco, a quasi due chilometri, dove sono stato portato, lì accade un ulteriore fatto che ci mise molto in fibrillazione, che mentre eravamo tutti là, erano arrivati anche i rinforzi, sentimmo altri due colpi di fucile, e ci preoccupammo delle persone che erano rimaste invece sulla strada… Non abbiamo capito come mai alle due e mezza di notte… Nessun elemento di plausibilità, su quelle fucilate, arriva dagli altri protagonisti di quella notte o dall’autorità giudiziaria. FAVA, Presidente della Commissione: E dei colpi di fucile che sentite dal Casello Muto? MANGANARO: Ma li sentiamo dopo non mi ricordo quando… quanti erano? Uno-due-tre… Non me lo ricordo…  (…) FAVA, Presidente della Commissione: Lei non ha sentito? SANTOSTEFANO: no, io non mi ricordo… (…) PROTO: Successivamente, mi arriva una telefonata… ma quando già c’erano molti colleghi… non mi ricordo se fosse il sovrintendente Todaro… “tutto a posto lì? Avete sparato voi?”  io dico: “no, adesso no” perché avevano sentito altri colpi, però li avevano sentiti dalla postazione di Casello Muto. Io da lì sotto non li ho uditi, chiedendo anche agli altri.  (…) P.M. DI GIORGIO: Dopo che Antoci va via al “casello Muto”, lei ha sentito altre esplosioni? GRANATA: No. P.M. DI GIORGIO: Quando quindi eravate solo lei e Proto sulla zona dell’agguato? GRANATA: Infatti… mi sembra che ha chiamato me il dottore Manganaro gridando: “Ma stanno sparando ancora?! Stanno sparando ancora?!”, gli ho detto: “No, qua non abbiamo sentito nulla, non c’è nulla…”. Basta47 (…) . FAVA, Presidente della Commissione: (I tre colpi, ndr) si ha difficoltà a riferirli a fatti specifici… CUCCHIARA: A qualche cacciatore probabilmente. (…).  FAVA, Presidente della Commissione: Era aperta la stagione della caccia? C’è la possibilità di cacciare nel parco? LO PORTO: No, nel parco no. FAVA, Presidente della Commissione: Se si ascoltano nella notte delle fucilate, possono essere cacciatori di frodo? LO PORTO: I cacciatori di frodo usano fucili di piccolo calibro che fanno poco rumore. (…) PROCURATORE CAVALLO: Su quelle fucilate ci furono versioni contrastanti e no, non ci siamo dati una spiegazione. Non siamo stati in grado neanche di capire se ci fossero state o meno.  A quanto pare, però, ad udire le fucilate – oggi, addirittura, messe in discussione – non furono solamente il presidente Antoci ed il dottor Manganaro (e le guardie di Casello Muto!). Secondo le testimonianze dei nostri auditi le avrebbe sentite anche un altro poliziotto, il sovrintendente Todaro, il responsabile di P.G. del commissariato di Sant’Agata di Militello. Ma anche su questo punto, le ricostruzioni non sono del tutto nitide. 

LE INDAGINI E L’ARCHIVIAZIONE

  1. LE DELEGHE DELL’AUTORITA’ GIUDIZIARIA- Le indagini sull’agguato vengono affidate, dalla Procura di Messina, alla squadra mobile e al Commissariato di Sant’Agata di Militello (nel quale lavorano tutti i soggetti “offesi” nell’agguato del 17 maggio: il vicequestore aggiunto Manganaro, che ne è il dirigente, gli assistenti capo Granata, Santostefano e Proto). Come mai la scelta di coinvolgere in prima battuta, sul piano investigativo, proprio quel commissariato? Questa in Commissione la versione del dottor Anzalone, allora dirigente della squadra mobile di Messina: ANZALONE: Fu una co-delega. Ricordo che fu oggetto di discussione la partecipazione (o meno) del personale del Commissariato, compreso il Dirigente, alle indagini, e con i magistrati fu ritenuto che in quella fase il patrimonio informativo cui era in possesso il Dirigente del Commissariato e il personale della Sezione Investigativa poteva essere utile alla prosecuzione delle indagini. FAVA, Presidente della Commissione: Ma non era inconsueto che a indagare fossero proprio le vittime dell’attentato? ANZALONE: Certo, è stato oggetto di riflessione da un punto di vista emotivo (…) Questa è stata una valutazione decisa con i magistrati della distrettuale. Identica domanda, sull’opportunità di codelegare le indagini ad agenti coinvolti nell’agguato, è stata posta anche all’allora questore di Messina, dottor Cucchiara: CUCCHIARA: Presidente, è una domanda che andrebbe posta all’Autorità Giudiziaria… Mi mette in difficoltà con questa domanda. FAVA, Presidente della Commissione: Le chiedo allora se l’è capitato in altri casi. CUCCHIARA: Raramente, forse mai.

Questa, invece, l’opinione dell’attuale Procuratore Generale di Messina, dottor Vincenzo Barbaro, che all’epoca aveva sostituito il dottor Lo Forte (andato in pensione nell’ottobre 2016) alla guida della Procura in qualità di facente funzione: 

PROCURATORE GENERALE BARBARO: Io intervengo in una fase successiva quando le deleghe erano già state rilasciate. Posso dire, in base alla mia esperienza, se non vi sono motivi ostativi non vedo perché non bisogna fare impegnare nelle indagini le forze di polizia presenti sul territorio che magari hanno una conoscenza più approfondita dei luoghi, delle persone, sanno come orientare le indagini…  Una scelta alla quale, almeno così riferisce in Commissione, il vicequestore aggiunto Manganaro si sarebbe sottratto volentieri. MANGANARO: Tenga presente che io davanti al Questore, al dirigente della mobile e al procuratore Lo Forte chiesi di non essere coinvolto nelle indagini perché avevo fatto riserva di costituirmi parte civile, quale parte offesa, in un eventuale procedimento penale… DE LUCA, componente della Commissione: Lo disse o lo formalizzò? MANGANARO: Lo dissi verbalmente: “tenetemi fuori dalle indagini” …  FAVA, Presidente della Commissione: È accaduto esattamente il contrario… MANGANARO: Sì, loro ritenevano che noi potevamo essere gli unici conoscitori dei delitti e del territorio, e quindi ci hanno fatto una co-delega, e di conseguenza alzo le mani e mi metto sugli attenti, presidente…  Dunque, Manganaro “si mette sull’attenti” e tocca al commissariato di Sant’Agata di Militello, congiuntamente alla squadra mobile di Messina, la responsabilità di condurre fin dall’inizio le indagini su un episodio che, stando alle dichiarazioni raccolte da un investigatore rimasto anonimo, appariva come un “attacco da guerriglia civile” con scene da “terrorismo mafioso”. Ma com’è possibile che di fronte ad un attentato che lo stesso Antoci descrive come “uno degli attentati più studiati nella storia degli attentati di mafia, non ce n’è uno di più…”, si affidi l’indagine soltanto alla squadra mobile di Messina e a un commissariato di zona? Come se dopo il fallito attentato all’Addaura contro Giovanni Falcone la delega alle indagini fosse stata affidata al commissariato palermitano di Mondello. Perché non vengono coinvolti nell’indagine gli organi centrali della Polizia di Stato? Spiega l’ex questore Cucchiara:

CUCCHIARA: La Squadra Mobile sicuramente ha informato lo SCO… Escluderei che abbia partecipato all’attività d’indagine, soprattutto nella prima fase… FAVA, Presidente della Commissione: Come è possibile, per un episodio di questo tipo, che non ci sia nessun intervento diretto operativo da parte del Viminale e degli organi centrali? CUCCHIARA: Evidentemente la squadra mobile ritenne di avere forze sufficienti ed esperienza sufficiente per affrontare la parte investigativa e non si ritenne necessario l’intervento di organi centrali. FAVA, Presidente della Commissione: Quello che non riusciamo a capire è come mai da Roma, di fronte ad un fatto così eclatante, ci si limiti a dire “occupatevene voi”.  CUCCHIARA: Non sono in grado di rispondere, domanda che forse andrebbe fatta al capo della squadra mobile. (…) Io mi sono sempre preoccupato da questore, quindi non potendo più fare indagini – come voi ben sapete il questore non è un ufficiale di polizia giudiziaria –, a dire sempre al mio capo di squadra mobile “cosa posso fare per aiutarti? Cosa ti serve per fare le indagini?”.

Di diversa opinione il dottor Mario Ceraolo, all’epoca dei fatti dirigente del Commissariato di Barcellona (tratteremo della sua audizione più diffusamente in seguito): AVV. CERAOLO. Inizialmente l’indagine è andata a senso unico quindi andando a senso unico, si è basata sulle relazioni di servizio che ha fatto Manganaro. Leggiamo dalla richiesta di archiviazione che Manganaro ha fatto diverse relazioni di servizio indirizzando i sospetti su queste 14 persone… Mi sorprende molto che in questa vicenda non ci sia stato un maggior coinvolgimento di organismi investigativi di alto livello… Io ritengo che i ROS dei Carabinieri che avevano delle attività in corso, i RIS dei Carabinieri, la Polizia scientifica, lo SCO, dovevano intervenire anche a livelli centrali da Roma… Considerate che vi è una prassi che è stata violata in maniera aperta nella circostanza, che è quella di allertare – quando succede un fatto così grave – tutti gli uffici territoriali… La Polizia scientifica dirà: “gli attentatori senza adeguati sistemi di illuminazione avrebbero avuto difficoltà ad allontanarsi nel bosco”. Dove sono gli attentatori? Dove sono scappati? Per uscire da quel bosco ci vogliono ore… Ci sono altri aspetti che impongono la prassi di avvisare gli altri. Fare posti di blocco. In quel caso – come si dice – si esce tutti fuori! …il Commissariato vicino di Capo d’Orlando, il posto fisso di Tortorici, il Commissariato di Milazzo, la Squadra mobile di Messina, le Volanti di Messina, i carabinieri, i ROS, le Stazioni territoriali…Qui bisognava uscire tutti! C’è stata una tentata strage, non si deve muovere nulla, si iniziavano a fare le perquisizioni, si incominciavano a fare i tampokit… Tutta questa attività è assolutamente mancata nella fase iniziale. I sopralluoghi all’interno del bosco andavano fatti subito alla ricerca di tracce importanti a largo raggio. Ho sentito che Antoci ha dichiarato: “poi le trazzere, lì vicino… c’erano i fuoristrada, se ne sono andati e arrivano fino a Catania.” Ma non esiste! Se erano mafiosi di Cesarò, così come sono stati indiziati, per rientrare a Cesarò attraverso le trazzere, perché la strada statale dove c’erano loro è l’unica strada asfaltata, 27 chilometri attraverso le trazzere… ci vorranno due o tre ore. La mafia quando organizza un attentato pensa a garantirsi l’impunità, non vanno lì in un posto dove nessuno di loro poteva salvarsi. Con un intervento massiccio di forze di polizia, anche a distanza di venti minuti, di mezz’ora, dal bosco non usciva assolutamente nessuno!  Questo, infine, il commento del dottor Anzalone: ANZALONE, già capo della Squadra mobile della Questura di Messina. Il Servizio centrale operativo ritenne di mandarci una squadra di tecnici…  FAVA, presidente della Commissione. Tecnici che si dedicarono soltanto alle ricostruzioni dei tabulati telefonici?  ANZALONE, già Capo della Squadra mobile della Questura di Messina. Tre sicuramente… sono specialisti e quindi sono in grado di analizzare il traffico di cella… In sostanza il Servizio Centrale Operativo intervenne solo ed esclusivamente con riferimento ad un frammento delle indagini, ossia quello relativo alla ricostruzione del traffico telefonico nella zona interessata all’agguato. 

  1. L’AUDIZIONE DELL’EX VICE QUESTORE AGGIUNTO CERAOLO (foto sotto)

Tra i protagonisti delle prime indagini, sia pure in modo incidentale, c’è senz’altro il dottor Ceraolo, all’epoca dei fatti dirigente del commissariato di Barcellona Pozzo di Gotto. A lui, per l’esperienza acquisita nelle indagini sul territorio e per la stima riposta nei suoi confronti. Questa la ricostruzione del dottor Ceraolo, ascoltato in Commissione Antimafia: “Il procuratore Lo Forte affida un approfondimento “informale” sull’attentato ad Antoci.

AVV. CERAOLO: Il 25 maggio 2016 si tiene la conferenza stampa in Questura con la presenza del procuratore capo della distrettuale di Messina, il dottor Guido Lo Forte, alla presenza dei magistrati che avevano coordinato le indagini, il dottore Vito Di Giorgio e il dottor Angelo Cavallo. Il dottore Lo Forte usava, prima di entrare in conferenza stampa, fare un briefing nella stanza del Questore. Quindi in quella stanza c’eravamo io, il questore (Cucchiara), il procuratore Lo Forte e i due sostituti della DDA, Di Giorgio e Cavallo (…) L’argomento principale in quei giorni era l’attentato ad Antoci che si era verificato una settimana prima, il 18 maggio… In quell’occasione, come usava fare e come ha fatto in più occasioni, il procuratore Lo Forte ha detto rivolgendosi a me e al Questore che era vicino a me “vediamo se il dottore Ceraolo come al solito ci può illuminare su questa vicenda magari attivando le sue fonti…”.  FAVA, Presidente della Commissione: Questa richiesta arriva dal procuratore Lo Forte passando attraverso il Questore o il Questore l’apprende in quel momento. AVV. CERAOLO: Il Questore l’apprende in quel momento. Infatti io mi rivolgo per un fatto di rispetto e di gerarchia al Questore, che è il mio capo ufficio, e dico: “Signor Questore, se lei lo ritiene…”. Poi mi giro verso il dottore Lo Forte e dico: “Se il Questore è d’accordo, io attiverò le mie fonti come ho sempre fatto”. FAVA, Presidente della Commissione: E il Questore fu d’accordo? AVV. CERAOLO: Assolutamente. Il Questore fu d’accordo. L’indagine del vicequestore aggiunto Ceraolo non sortisce comunque conferme su un possibile movente mafioso. AVV. CERAOLO. Io contattai diverse fonti su due piani: un piano Cosa nostra per capire se Cosa Nostra barcellonese che secondo me, secondo la mia esperienza trentennale in materia di mafia avrebbe dovuto sapere che in un territorio comunque controllato… si sarebbe commesso un fatto così grave che avrebbe determinato delle conseguenze nella reazione dello Stato sulle loro attività illecite. Fu negativo nel senso che nell’ambiente mafioso barcellonese non si sapeva nulla di questo attentato. Dopodiché sono entrato più nello specifico contattando delle fonti che io avevo acquisito nel corso anche dell’attività precedente svolta sui Nebrodi, Montalbano Elicona, ma io mi sono attivato anche su TortoricI, Cesarò e San Fratello. Io poi riferii in merito all’esito di questi miei accertamenti che sono tutti, come sempre accadeva, su base informale… FAVA, Presidente della Commissione: Quindi riferì non per iscritto?

AVV. CERAOLO. Non per iscritto. Ho riferito al dottor Di Giorgio e al dottore Cavallo dicendo: “Guardate, fermo restando la possibilità che c’è sempre di depistaggi… mi dicono che la mafia non c’entra nulla con questo attentato, esattamente mi dicono è una ‘babbarìa’ quasi con il sorriso, è una ‘babbarìa’, questa è una cosa della politica, è stata la politica, è una cosa della politica”.  FAVA, Presidente della Commissione: Ecco mi scusi “questa è una babbarìa” le è stato riferito da qualcuno tra le sue fonti o era un sentire comune di tutti quelli che lei… AVV. CERAOLO. No, tutti dicevano la stessa cosa. FAVA, Presidente della Commissione: E tutti dicevano: ‘É la politica’? AVV. CERAOLO. La politica, se lo sono fatti loro, è la politica. Dicevano tutti la stessa identica cosa. FAVA, Presidente della Commissione: Tra le fonti che lei ha compulsato, a parte fonti interne all’organizzazione mafiosa, ci sono state anche fonti esterne al circuito della criminalità organizzata? Per esempio interna ad altre forze dell’ordine, ad altri corpi di polizia, anche fuori dalla Sicilia?  AVV. CERAOLO. Posso dire che sul punto io non ho cercato delle fonti esterne a quelle mafiose… Nell’ambiente delle Forze di polizia vi erano molte perplessità sull’attentato dal punto di vista proprio logico del succedersi degli eventi, di come si era verificato… FAVA, Presidente della Commissione: Ed erano dubbi che lei ha raccolto soltanto in ambito locale?  AVV. CERAOLO. Anche fuori della Sicilia, nell’ambiente delle Forze di polizia fuori dalla Sicilia.  (…) AVV. CERAOLO. Il dottore Di Giorgio e il dottore Cavallo (i PM responsabili dell’indagine, ndr) mi chiedevano continuamente quale era il mio parere, qual era la mia ricostruzione del fatto sulla base, però, degli elementi di cui io ero in possesso… altri elementi che mi fornivano loro… In quelle occasioni c’era uno scambio, io fornivo il mio parere in maniera obiettiva su ciò che mi si poneva… In queste occasioni si è parlato delle fonti e io ho fornito quello che era, come dire, il mio parere da memoria storica della lotta alla criminalità organizzata non soltanto in provincia di Messina… Io ho percepito questo. Loro avevano delle perplessità su diversi fatti… FAVA, Presidente della Commissione. ‘Loro’ è la DDA di Messina? AVV. CERAOLO. Il dottore Di Giorgio e il dottore Cavallo con i quali io avevo un confronto quotidiano… A mio avviso, ma questa è una mia percezione perché non me lo hanno detto espressamente, con questo continuo chiedere il mio parere nonostante io non facessi parte delle indagini ufficialmente… FAVA, Presidente della Commissione. Mi scusi, per nostra chiarezza: da una parte c’è il Procuratore della Repubblica che le chiede di svolgere questa attività di intelligence, sostanziale e informale al tempo stesso; contemporaneamente anche la DDA, in modo altrettanto informale, mi pare di capire, le sottopone alcuni elementi di perplessità per capire qual è la sua opinione. AVV. CERAOLO. Io li ho percepiti come perplessità… FAVA, Presidente della Commissione. Lei riferiva per iscritto in questo caso? AVV. CERAOLO. No, era un confronto assolutamente verbale in ufficio; mentre parlavamo di altro… però… a partire dal maggio 2016, ad ogni occasione di incontro si parlava di questa vicenda.  Dunque Ceraolo ricostruisce a più riprese, anche con i PM, gli esiti di una sua indagine informale (sollecitata dall’allora procuratore Lo Forte), asserendo che fonti confidenziali smentivano la matrice mafiosa e insinuavano che non si sarebbe trattato nemmeno di un attentato ma di una “messinscena”: una “babbarìa della politica”. Di tenore diverso il ricordo che il dottor Cavallo, oggi Procuratore di Patti, ha consegnato a questa Commissione. PROCURATORE CAVALLO: A me non risulta assolutamente. A parte che non è nello stile di alcuna procura dare incarichi informali. Potrebbe essere successo… che il procuratore Lo Forte abbia fatto qualche battuta dicendo: “dottor Ceraolo ma tu cosa sai di questa storia? Sai qualcosa?” ma da qui a dire che ci sia stato un incarico, anche informale, ce ne corre veramente… FAVA, Presidente della Commissione: Ma lei era presente? PROCURATORE CAVALLO: Francamente non lo ricordo. Non escludo che, come tante volte succede, in quei minuti in cui si prende il caffè prima della conferenza stampa, ovviamente ci sono tutte le persone che hanno partecipato alle indagini, compreso il dottore Ceraolo, potrebbe anche essere che Lo Forte abbia fatto una battuta di questo tipo. (…) FAVA, Presidente della Commissione: Il dottor Ceraolo, tra le altre cose, riferisce: “il dottore Di Giorgio e il dottore Cavallo mi chiedevano continuamente quale era il mio parere, qual era la mia ricostruzione del fatto… Loro avevano delle perplessità su diversi fatti…”.

PROCURATORE CAVALLO: Falso! Assolutamente falso…Io assolutamente non ho mai chiesto alcun consiglio al dottore Ceraolo nè tantomeno Di Giorgio… FAVA, Presidente della Commissione: Più che consigli Ceraolo parla di “pareri”. PROCURATORE CAVALLO: Non è nel nostro stile chiedere pareri a un personaggio che sicuramente era titolato… aveva fatto anche delle buone indagini con noi su Barcellona…  ma che innanzitutto avrebbe dovuto spaziare in una zona che non era di sua stretta competenza… Il primo contatto che io ho con Ceraolo, insieme a Di Giorgio, è quel famoso… FAVA, Presidente della Commissione: 12 aprile 2017! PROCURATORE CAVALLO:…quel giorno il dottore Ceraolo venne per salutarci perché stava andando in pensione… fui io, nella stanza di Di Giorgio, proprio a mo’ di battuta, incuriosito, a dire per la prima volta, ripeto, al dottore Ceraolo: “ma lei che idea si è fatta su questa storia?”. In quel momento il dottore Ceraolo ci disse: “io veramente ho avuto una telefonata con Granata e mi ha detto come sono andati i fatti…”. Al che noi, sia io che Di Giorgio, rimanemmo stupiti… Gli chiedemmo di redigere un’annotazione cosa che lui fece senz’altro… ricordo che all’inizio aveva anche un po’ di timore, perché disse che in quel caso immaginava che sarebbe andato incontro a delle precise reazioni da parte dei controinteressati… noi gli chiedemmo comunque di fare il suo dovere, devo dire che lui lo fece immediatamente, si mise a disposizione, fece l’annotazione… dopodiché immediatamente lo sentimmo…  Due versioni in conciliabili: “ad ogni occasione di incontro si parlava di questa vicenda”, dice il dottor Ceraolo; “io non ho mai chiesto nessuno consiglio a Ceraolo”, afferma invece il procuratore Cavallo. Sul punto, comunque, il dottor Ceraolo ha tenuto ferma la propria ricostruzione aggiungendo altri dettagli nel corso della sua seconda audizione: CERAOLO: Io non ho ricevuto una delega d’indagine formale, scritta… Alla presenza del dottore Cavallo, del dottore Di Giorgio e del questore Cucchiara, il dottore Lo Forte disse espressamente, come aveva detto anche in altre occasioni e per altre vicende: “vediamo se il dottore Ceraolo, come al solito, ci può illuminare contattando le sue fonti”. Io mi sono rivolto verso il questore, ho detto: “se il signor questore acconsente”, il questore ha fatto un cenno di assenso ed io ho detto: “va bene, mi attiverò in questo senso”…Siccome io venivo da un’esperienza ultra-decennale nel territorio dei Nebrodi, in tantissime altre occasioni – per primo il dottor Cavallo, così come il dottor Di Giorgio, così come il dottor Monaco, così come altri procuratori di Patti o Barcellona, in confronti che avevamo a livello quotidiano – c’era uno scambio di informazioni e chiedevano dei pareri basati sulla mia esperienza… FAVA, Presidente della Commissione: Però in questo caso c’è stata una sollecitazione del dottor Lo Forte?  CERAOLO: Esattamente, c’è stata una sollecitazione, ma il dottore Lo Forte lo aveva fatto in tantissime altre occasioni…FAVA, Presidente della Commissione: Lo aveva fatto con lei? CERAOLO: Con me! Il dottore Lo Forte in altre situazioni poi, ad esempio, mi aveva richiesto delle relazioni che io ho fatto e che ho consegnato direttamente al Procuratore… Mi diceva: “lei cosa sa su questa persona” ed io riferivo verbalmente… in alcuni casi mi ha detto: “mi può fare una relazione?” e io facevo la relazione… FAVA, Presidente della Commissione: In questo caso lei riferì soltanto verbalmente? CERAOLO: Sì… io ho riferito proprio al dottore Cavallo e al dottore Di Giorgio: “in merito a quella situazione, io ho contatto alcune fonti e mi hanno detto questo”. FAVA, Presidente della Commissione: Chiese lei di parlare con loro? CERAOLO: No, no… ma guardi, noi ci vedevamo tutti i giorni. Io sono stato a Barcellona sette anni, dal 2010 all’ottobre 2017. Noi avevamo incontri con la D.D.A quotidiani…  FAVA, Presidente della Commissione: Su questo incontro di cui le ci ha riferito, il dottor Cavallo lo ricorda così: «quel giorno il dottore Ceraolo venne per salutarci perché stava andando in pensione… fui io nella stanza di Di Giorgio, proprio a mo’ di battuta incuriosito, a dire per la prima volta, ripeto, al dottore Ceraolo: “ma lei che idea si è fatta su questa storia?”…CERAOLO: Il dottore Cavallo ricorda assolutamente male! Primo: non sono andato a salutare perché andavo in pensione, neanche sapevo del pensionamento a quella data, aprile 2017, cosa che poi accadrà, alla luce di una serie di eventi, nell’ottobre 2017… Il 10 aprile 2017, al Teatro “Vittorio Emanuele” a Messina alla fine della festa della Polizia di Stato, mi avvicinarono il dottore Di Giorgio e il dottor Cavallo dicendo: “dottore, se può passare dalla DDA perché vorremmo formalizzare quelle cose che ci siamo detti con particolare riferimento alle conversazioni che lei ha avuto con l’assistente Granata e con il dottor Manganaro”. Ed io il 12 aprile, su loro richiesta, sono andato alla D.D.A., ho depositato una relazione scritta su richiesta loro e poi mi hanno sentito.  Quindi non c’è stato un saluto per il pensionamento, non è assolutamente vero. Noi da un anno che parlavamo dell’attentato. Mi venne chiesta una ricostruzione del fatto e mi sottoposero anche il fascicolo delle indagini… mi stesero sul tavolo, mi ricordo, una sorta di planimetria, piuttosto grande, dove c’era la collazione dei bossoli e mi chiesero alla luce della mia esperienza come si poteva ricostruire questo fatto e io dissi la mia… FAVA, Presidente della Commissione: Tutto questo, mi scusi, più o meno quanto tempo dopo l’attentato? CERAOLO: Nel corso di quell’anno. FAVA: In più occasioni?  CERAOLO: In più occasioni. Quasi tutti i giorni noi ci vedevamo… Io depositavo informative per centinaia di pagine su Barcellona. Queste conversazioni erano all’ordine del giorno su questa vicenda… FAVA, Presidente della Commissione: Il dottor Cavallo dice: “Non ho mai chiesto alcun consiglio al dottor Ceraolo”. CERAOLO: Non è assolutamente vero, mi dispiace per il dottore Cavallo per il quale ho una grande stima… Ricorda male, non posso dire altro. (…) Io ricordo che la prima domanda che mi venne posta fu se esisteva una scorciatoia sulla strada che collega Cesarò con San Fratello. L’attentato si verifica sulla strada statale 289, sono 35 chilometri di strada che collegano il comune collinare di Cesarò fino ad arrivare appunto a San Fratello. È una strada totalmente disabitata soprattutto ovviamente di notte, non passano delle macchine e attraversa quasi interamente il bosco di San Fratello… Io conoscendo il luogo ho detto: “no, a me non risulta che ci siano delle scorciatoie”, nel senso che partendo da Cesarò, è vero, si possono seguire due strade per un breve tratto di alcuni chilometri ma ai fini dei tempi sono assolutamente equivalenti. FAVA, Presidente della Commissione. Quale era la ragione di questa domanda? AVV. CERAOLO. La ragione della domanda era collegata al fatto che da quello che io ho appreso in quel momento, quella sera da Cesarò la macchina blindata con Antoci e i due della scorta cioè Proto autista e Santostefano caposcorta, parti all’una e trenta dal comune di Cesarò e invece Manganaro con l’assistente Granata che era su un’altra macchina partì dieci minuti dopo. Sembrerebbe – almeno adesso io ho avuto modo di leggere la richiesta di archiviazione, questi sono i fatti – che Manganaro e Granata abbiano detto di aver fatto una scorciatoia che gli ha consentito di recuperare quei dieci minuti. Io dissi che quella scorciatoia non c’era perché non c’è… ma in ogni caso partendo dieci minuti dopo è impossibile raggiungere una macchina blindata… per il semplice motivo che non siamo sull’autostrada dove uno va a cento e l’altro a 200 e recupera, lì sono strade come voi sapete interamente di salita prima poi discesa, una serie di tornanti e di curve. La blindata ha l’obbligo per regolamento di andare a velocità anche superiore a quella consentita dal codice della strada… L’attentato è all’1 e 55, dopo 25 minuti dalla partenza… in 25 minuti secondo me oggettivamente è impossibile recuperare dieci minuti di ritardo. (…) AVV. CERAOLO: …Mi venne chiesto sui colpi…. Ricordo la foto che c’era su internet della macchina con i tre fori delle fucilate e io dissi da subito, mi dispiace dirlo… ma c’è differenza rispetto a quello che invece mi raccontò Manganaro in una conversazione che abbiamo avuto… Io dissi subito ai magistrati Di Giorgio e Cavallo che guardando soltanto la foto chiunque capirebbe che ha sparato una persona in piedi dietro la macchina in posizione leggermente obliqua… il piombo colpisce la blindata, scivola e va a gonfiare il piantone un po’ più avanti, quindi certamente hanno sparato da dietro in posizione leggermente obliqua, dall’alto verso il basso e ha sparato un fucile semiautomatico perché ha sparato tre colpi in rapida successione mettendoli in 20 centimetri, mentre invece il dottor Manganaro nel corso della telefonata… mi disse che sul posto aveva visto almeno due che sparavano, travisati, con la mimetica e che lui arriva al momento dell’esplosione dei colpi e che questi soggetti si trovavano sotto un muretto a sinistra della carreggiata nel luogo dove sono state rinvenute due bottiglie molotov. Quindi io ho detto che secondo me invece la persona che ha sparato era ai margini della strada, sull’asfalto sopra, o comunque appena fuori, ha sparato obliquamente dall’alto verso il basso, quindi non poteva essere sotto un muretto perché i colpi sarebbero stati dal basso verso l’alto e in maniera, come dire, perpendicolare alla macchina… Ventuno mesi dopo, mi dispiace dirlo, la Scientifica mi ha dato ragione…È proprio questo il punto dirimente nella ricostruzione che Ceraolo fa ai PM: le telefonate che ebbe, subito dopo l’agguato, con l’assistente Granata (al quale, ci riferisce Ceraolo, il vicequestore era legato da un rapporto di parentela e di amicizia) e con il vicequestore aggiunto Manganaro. AVV. CERAOLO: Conosco ovviamente l’assistente Tiziano Granata che non c’è più in quanto è deceduto il primo marzo del 2018…Il papà di Tiziano Granata e mio fratello hanno sposato due sorelle. Quindi io l’ho visto crescere, lui in me aveva un punto di riferimento, da un punto di vista professionale per la mia esperienza nelle indagini in materia di mafia e criminalità organizzata… Con lui vi era un rapporto di stima reciproca. Ovviamente conosco Daniele Manganaro che ho conosciuto prima come agente perché Manganaro prima era un agente in servizio sulle volanti al Commissariato di Capo d’Orlando all’epoca in cui rivestiva anche il ruolo di consigliere comunale nel comune di Ficarra, vicino appunto a Capo d’Orlando. (…) Io chiamai ovviamente per esprimere solidarietà a Granata perché appunto abbiamo, avevamo perché lui non c’è più, questo rapporto molto confidenziale. In quell’occasione lui mi disse che (…) in fondo al rettilineo ha visto la macchina ferma con queste pietre davanti. A questo punto dice che Manganaro ha iniziato a sparare in direzione del bosco, a sinistra mentre lui (Granata) invece si impegnò a parcheggiare la macchina.  FAVA, Presidente della Commissione. Granata aveva visto o sentito qualcosa prima che Manganaro reagisse? AVV. CERAOLO. No, questo è il punto. Il punto è che Granata nella conversazione che ha con me nell’immediatezza del fatto cioè il 19 maggio 2016, lui mi dice: “io non ho visto nessuno”. Testualmente. FAVA, Presidente della Commissione. Torniamo al momento della sparatoria, arrivano alla macchina, convincono gli altri due poliziotti a scendere, Manganaro dice: “sparate in quella direzione”; poi accade, da quello che leggiamo, che prendono Antoci, lo caricano sull’auto non blindata e lo portano via. Giusto? AVV. CERAOLO. Giusto. Assolutamente sì. Una scelta del tutto sconsiderata, in violazione di regolamento, a tutela della sicurezza della persona scortata e dei propri dipendenti di cui il dirigente è responsabile (…) perché lasciare la blindata perfettamente funzionante sul posto e fare salire la persona scortata su una macchina non blindata con il personale di polizia quasi del tutto disarmato… FAVA, Presidente della Commissione. Granata e l’autista. AVV. CERAOLO. Granata e l’autista restano sul posto, il caposcorta Santostefano con Manganaro prendono posto sulla macchina di Manganaro che non è blindata. Già questo è grave ma è ancora più grave che Manganaro a bordo è disarmato, lui dichiara: “ho esploso l’intero mio caricatore”. Quindi è disarmato. Nel momento in cui dicono che c’è un conflitto a fuoco ma non c’è stato perché il conflitto a fuoco significa che uno scambio di colpi che non c’è stato perché Manganaro dichiara: “ho sparato nel buio degli alberi”… Ma al di là di questo a me Manganaro dice che c’erano dieci o dodici persone: ancora più grave il fatto di mettere la persona scortata e il personale di polizia disarmato su una macchina non blindata… lasciando due agenti sulla strada, con la blindata perfettamente funzionante, quasi del tutto disarmati. FAVA, Presidente della Commissione. Torniamo alla sua telefonata invece con Manganaro. Quanto tempo dopo l’episodio? AVV. CERAOLO. È stato dopo pochissimi giorni. Io mi sono sentito con Manganaro e lui… mi parlò di un agguato mafioso che era stato deciso a livello regionale addirittura da Palermo. FAVA, Presidente della Commissione. Le disse da dove traeva questo convincimento? AVV. CERAOLO. No, ma già c’era stato un incontro. Il 2 dicembre 2015, sei mesi prima dell’attentato, Manganaro era venuto nel mio ufficio perché avevano ricevuto delle buste con alcune cartucce per pistola dentro, una indirizzata al Commissariato e una indirizzata alle guardie Parco del Parco dei Nebrodi. Poi si disse che era una minaccia per il Presidente Antoci e per il dottor Manganaro. (…) In pratica l’attentato si inserisce oggettivamente e temporalmente in un contesto di un’escalation di atti intimidatori che sono stati a mio avviso – come io dissi anche a Manganaro – atipici rispetto al modus operandi mafioso. E ai quali invece è stata data una esaltazione mediatica, secondo me sproporzionata, riconducendoli ad atti mafiosi. FAVA, Presidente della Commissione. Qual era l’elemento atipico secondo lei? AVV. CERAOLO. Benissimo. Il 2 dicembre 2015 mi chiedono un incontro Manganaro e  Granata in virtù di quel rapporto, di quella stima nei miei confronti e io li ricevo nel mio ufficio al Commissariato di Barcellona alle 9.30. Mi vengono a trovare per rappresentarmi – io lo apprendo da loro perché sulla stampa uscirà soltanto dopo circa quindici giorni – che a Palermo, alle Poste, avevano intercettato delle buste che contenevano delle cartucce, una indirizzata al Commissariato e una indirizzata al guardie Parco del Parco dei Nebrodi contenenti cinque cartucce per pistola, peraltro quelle in uso alle Forze di Polizia, ‘9 per 19’, e mi dissero nell’occasione che in precedenza, nel dicembre del 2014, era stata indirizzata al Presidente del Parco dei Nebrodi, Antoci, che era già Presidente dall’ottobre 2013, una busta con delle minacce dove c’era scritto: “Finirai scannatu, tu e Crocetta”. Di questo io avevo cognizione perché era uscita sul giornale. In pratica nella busta l’indirizzo era scritto al computer, il foglio poi era stato ritagliato e attaccato sulla busta e la minaccia era scritta ritagliando delle lettere. Nel corso di questo incontro che ho avuto con Manganaro ho detto: “Fate attenzione, allargate un po’ il vostro orizzonte investigativo su questa busta delle cartucce, su queste minacce che arrivano ad Antoci e a Crocetta perché la mafia non opera così”… Non ho mai visto il mafioso che si mette con la forbicina, sarebbe per lui un’onta, si vergognerebbe di una cosa del genere, con la forbicina a scrivere questa cosa. (…) Quando invece io telefonai a Manganaro per esprimere la mia solidarietà, lui esordì dicendo: “gli ho sparato addosso e li ho indotti a scappare”. Il commando era composto sicuramente da almeno dieci – dodici persone, abbiamo trovato delle cicche di sigarette che erano masticate, il che dimostra – mi disse – il particolare nervosismo degli attentatori e il fatto che erano lì da molto tempo ad attenderci perché erano masticate. Abbiamo trovato le bottiglie molotov perché volevano compiere una strage, volevano lanciarle ma avendo io sparato contro di loro, gli ho impedito di fare questo”. La telefonata si raffreddò, io notai, quando io chiesi: “Avete trovato bossoli sul posto che potevano ricondurci all’arma”? E lui mi disse di no, di non avere trovato i bossoli e mi disse: “Perché non lo sai? La doppietta non espelle i bossoli”. Io chiedo a Daniele: “scusa la doppietta? Ci sono tre colpi. Come fa la doppietta a sparare tre colpi?” “No, ma non sai come fanno tra di loro i mafiosi, magari per essere coinvolti tutti hanno sparato un colpo ciascuno, erano in tre.” Ho detto: “Ma come fanno a sparare tre colpi nello stesso punto essendo tre persone diverse. Mi sembra un po’ strano. Va bene, va bene”. Da lì ha chiuso i contatti con me sull’argomento ‘attentato’. Con me non ha più parlato. (…) Perché dico l’importanza dei bossoli? Lì ha sparato un fucile semiautomatico, io l’ho detto il primo giorno guardando la foto e dopo 21 mesi lo ha attestato espressamente la Polizia scientifica. La Polizia scientifica dice le stesse parole che ho detto io il primo giorno: “ha sparato un uomo che era dietro la macchina in posizione obliqua, ha sparato con un fucile semiautomatico, in rapida successione, in posizione dall’alto verso il basso”. Ora, se il dottor Manganaro ha visto i soggetti sparare, questi erano nella posizione che dice la Polizia scientifica quindi non nel bosco, ma sulla strada, i bossoli quando li hanno raccolti? Come hanno fatto a fare sparire i bossoli? Se tutto è avvenuto sotto i suoi occhi… se l’unico che dice di aver visto gli attentatori è il dottor Manganaro… i bossoli dove sono? Se li ha visti nel momento in cui hanno sparato, i bossoli dove sono?  Manganaro versus Ceraolo, insomma. Due versioni, entrambe raccolte da questa Commissione, profondamente distanti tra loro. FAVA, Presidente della Commissione: Nel suo interrogatorio il dottor Ceraolo dice di aver saputo da lei che il comando di fuoco sarebbe stato composto da più di dieci persone di provenienza catanese posizionata su entrambi i lati della carreggiata… MANGANARO: Non l’ho mai detto… DE LUCA, componente della Commissione: Con il dottor Ceraolo i rapporti erano tesi? MANGANARO: Io non ho mai avuto rapporti con il commissario Ceraolo… mai!

3a puntata- Continua

Edited by, mercoledì 16 ottobre 2019, ore 16,00. 

               

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