Il caso-Antoci: La relazione della Commissione regionale antimafia, 4a e ultima puntata

Concludiamo la pubblicazione della relazione che la Commissione regionale antimafia (presidente CLAUDIO FAVA, foto in alto), ha votato all’unanimità a inizio di questo mese. Tra gli spunti interessanti di questa ultima puntata: le incongruenze (come le definisce la Commissione) dell’allora dirigente del Commissariato di polizia di Sant’Agata Militello DANIELE MANGANARO, le morti dei poliziotti TINDARO GRANATA e CALOGERO EMILIO “RINO” TODARO avvenute a distanza di 24 ore una dall’altra all’inizio di marzo 2018 e le conclusioni della Commissione che non scarta la simulazione dell’attentato ma rimarcando che, in ogni caso, l’ex presidente del Parco dei Nebrodi GIUSEPPE ANTOCI, è una vittima della vicenda…

L’ultima puntata riprende da pagina 76 durante l’audizione del vice questore aggiunto Daniele Manganaro davanti alla Commissione regionale antimafia.

Daniele Manganaro e Giuseppe Antoci

“Non ho mai avuto incontri se non una volta – riferiva il dott. Manganaro -, qualche mese prima dell’attentato, dove si vociferava che Mario Ceraolo potesse andare a dirigere la Squadra Mobile di Vibo Valentia. In quel contesto Granata mi dice “andiamo a dare un’occhiata al commissariato”, perché la sede di Barcellona è una sede appetibile se uno ci vuole mettere impegno… Quindi passiamo dal commissariato, una visita brevissima, dove Granata chiede al collega un po’ di spiegazioni perché allora c’erano delle minacce, poi ci prendiamo un caffè e andiamo via. Quello è l’unico momento in cui si può dire che intrattengo rapporti con il dottore Ceraolo, poi non c’è nessun rapporto se non una telefonata dopo l’attentato ma di cinque secondi, dieci secondi, per solidarietà…FAVA, Presidente della Commissione: Le volevo fare conoscere quanto, invece, ci dice il dottor Ceraolo a proposito del vostro primo incontro…sull’incontro del 2 dicembre 2015 “mi chiedono un incontro Manganaro e Granata… io li ricevo nel mio ufficio al Commissariato di Barcellona il 2 dicembre 2015 alle 9:30. Mi vengono a trovare per rappresentarmi… che a Palermo, alle Poste, avevano intercettato delle buste che contenevano delle cartucce, una indirizzata al Commissariato e una indirizzata alle guardie del Parco del Parco dei Nebrodi contenenti cinque cartucce per pistola…”. Cioè, quello che qui ci è stato riferito è che non è un incontro causale, che è stato chiesto da voi e che volevate con lui capire che atteggiamento tenere di fronte queste minacce…

MANGANARO: No presidente, io non ho chiesto nessun incontro, se l’abbia fatto Tiziano Granata a mia insaputa io alzo le mani… ma io con Ceraolo non ho chiesto nessun incontro in virtù di quello che io vi ho detto prima: Ceraolo è una persona che io sempre ho tenuto a debita distanza…  FAVA, Presidente della Commissione: Ma se doveva tenerlo a debita distanza perché si confronta con il Ceraolo su una cosa così grave come le minacce ricevute? MANGANARO: No, si è confrontato Granata… io ho assistito, ho preso poco parte…FAVA, Presidente della Commissione: L’incontro c’è stato riferito in modo molto dettagliato, come un’interlocuzione particolarmente ricca… anche sulla lettera, su che atteggiamento tenere da parte vostra… lei esclude di aver parlato con Ceraolo di queste minacce? MANGANARO: In dettaglio? Guardi, io non gli ho chiesto consigli, non gli ho chiesto dei proiettili. L’ha chiesto Granata, hanno parlato tra loro…  FAVA, Presidente della Commissione: E lei perché partecipa?

Postilla: In verità fu proprio il Manganaro a telefonare al Ceraolo, come risulta dall’esame del Manganaro davanti ai PM di Messina: “Sì, sì, l’ho chiamato, l’ho chiamato, gli ho detto “Mario ma che è successo, aiutaci qua…”

MANGANARO: Assisto presidente, assisto. FAVA, Presidente della Commissione: Avrebbe potuto anche non assistere. MANGANARO: …salgo, vedo l’ufficio… ero interessato nell’eventualità a dirigere quel commissariato… se lui veramente andava via. Su questo punto va evidenziata la contraddizione tra quanto il vicequestore aggiunto Manganaro ha riferito in Commissione e ciò che lo stesso funzionario aveva dichiarato ai PM in sede di sommarie informazioni testimoniali. MANGANARO: Quando è stato dei proiettili io vado da CERAOLO al commissariato… mi manda Tano GRASSO… Tano GRASSO mi dice “vai da Mario CERAOLO perché è conoscitore di (omissis) e del territorio… e ti potrà dare un quadro più chiaro… Io ci vado una volta con GRANATA che è parente di Mario CERAOLO.  Abbiamo chiesto anche al dottor Ceraolo, nel corso della sua seconda audizione, di tornare sull’episodio per offrirci maggiori dettagli: AVV. CERAOLO: La vicenda che ha riguardato la squadra mobile di Vibo Valentia non c’entra nulla. L’incontro è avvenuto alle ore 9.30 nel mio ufficio, il 2 dicembre del 2015. La proposta di ricoprire l’incarico di dirigente della mobile di Vibo Valentia avverrà soltanto un anno dopo nel 2016… FAVA, Presidente della Commissione: Può darsi che già se ne parlasse? AVV. CERAOLO: Assolutamente no. A me è stato proposto il 16 settembre del 2016 da parte dello SCO. […] AVV. CERAOLO: Mi contatta l’onorevole Tano Grasso, che conosce il dottore Manganaro, e mi dice: “guarda che a Daniele è successo questo: hanno ricevuto una busta, contente delle cartucce, di minaccia… Io gli ho detto di parlarne con te”, io detto: “io lo posso ricevere in qualunque momento, basta che concordiamo il giorno…”. E Manganaro insieme con Tiziano Granata sono venuti nel mio ufficio esclusivamente per parlare della busta che aveva ricevuto il Commissariato di S. Agata contenente le cinque cartucce per pistola calibro 9 x 19 che è lo stesso calibro utilizzato dalle forze di Polizia.  […] AVV. CERAOLO: l’argomento è stato quello della busta delle cartucce… forse non è stato gradito quello che io ho detto forse, mi è sembrato di percepire questo… Io ho lottato per 30 anni la mafia… mi hanno minacciato ma sempre a viso aperto, mai nessuna delle mie attività è stata accompagnata da una lettera di minaccia… da cartucce o croci o altre cose… quindi abbiamo avuto un’ampia discussione… di un’ora e mezza… io dissi: “bene parliamo di mafia, ma attenzione perché questo modo di procedere non è mafioso”… Si parlò del fatto di cui io sapevo, la lettera dell’anno precedente indirizzata al dottore Antoci, e io dissi: “guarda che il mafioso con la forbicina che taglia le lettere, fate attenzione…”… Non significava non indagare sulla mafia, significava tenere conto del contesto in cui i fatti avvengono… Dissi io: “Ma com’è possibile che nel momento in cui qualcuno…”, in questo caso era Manganaro, oppure era Antoci o Crocetta o Lumia “…qualunque iniziativa è sempre affiancata da un centro operativo degli anonimi?”. E feci riferimento alla canditura del presidente Crocetta, quando arrivarono le lettere minatorie, settembre 2012, indirizzate a Crocetta e Lumia: “siete infami, vi ammazziamo”… Nel momento in cui il senatore Lumia adottò delle iniziative sul porto di Palermo, lettera di minaccia al senatore Lumia e al direttore della DIA dell’epoca, Giuseppe D’Agata, che poi venne arrestato nell’indagine su Montante… Al presidente dell’Associazione Nazionale Costruttori venne mandata una lettera identica a quella indirizzata ad Antoci e Crocetta… si parla di scannare… A luglio 2016, la dottoressa Brandara, questioni sulla nomina all’IRSAP e arriva la lettera, “finirai come Antoci”, due cartucce di fucile… la solidarietà di Antoci “non ci fermeranno eccetera eccetera”. È stato un susseguirsi, prima di quell’attentato e anche dopo, di iniziative che riguardano queste persone o persone nominate da Crocetta che appena pongono in essere un’attività o svolgono un certo ruolo tutto è accompagnato da atti intimidatori… Questo io dissi a Manganaro… dissi di prestare più attenzione a quello che era il contesto in cui i fatti accadevano. Ritengo che non abbia gradito questa mia posizione un pochino più obiettiva…   Resta un dubbio: perché il questore di Messina non ritiene di approfondire le ragioni di versioni dei fatti così divergenti da parte di due funzionari della sua questura? Perché l’Autorità Giudiziaria non ritiene di mettere a confronti Ceraolo e Manganaro per stabilire una linea di plausibile verità? Ad onor del vero, le risposte ricevute nel corso delle audizioni non sembrano particolarmente convincenti. CUCCHIARA: Capisce bene che era estremamente difficile trovare un punto di sintesi di queste due posizioni. Quello che è certo che l’ambiente in questura era diventato particolarmente pesante. (…) Mi trovavo a gestire un momento estremamente impegnativo per la questura di Messina e per me personalmente che era l’organizzazione del vertice G7 a Taormina, avevo bisogno di tutti i miei funzionari al massimo delle loro possibilità e in quel momento sono stato costretto a fare a meno di Mario Ceraolo perché non potevo metterlo in servizio insieme a Manganaro. FAVA, Presidente della Commissione: Perché scelse Manganaro e non Ceraolo? CUCCHIARA: Mi pare che non scelsi nessuno dei due, adesso non mi ricordo. Perché forse uno era già inserito, l’altro no… Adesso questo è un dettaglio… FAVA, Presidente della Commissione: Ceraolo non ce l’ha raccontato come un dettaglio, nel senso che dopo aver lavorato per molti mesi… CUCCHIARA: …all’attività preparatoria… FAVA, Presidente della Commissione: …scoprì che non era prevista la sua presenza… CUCCHIARA: Io ho fatto questa scelta per motivi di opportunità. FAVA, Presidente della Commissione: Il dottor Ceraolo in Commissione ci ha detto a proposito del vostro dialogo e della delusione che lei manifestò “perché Ceraolo aveva reso delle dichiarazioni che non erano in linea con quelle della Polizia di Stato”.  CUCCHIARA: No, il mio disappunto era dovuto al fatto che non mi avesse informato, essendo lui, come posso dire, autore di informazioni che erano di segno completamente diverso… è chiaro che mi metteva in una situazione, non dico di imbarazzo… le sue affermazioni mi confondevano… FAVA, Presidente della Commissione: Ecco, ma di fronte a questa sua confusione, assolutamente legittima, lei non ebbe un momento di dubbio, un momento di incertezza da dire: “siamo sicuri che sia andata veramente così?” CUCCHIARA: Ho difficoltà a trovare parole giuste per rispondere alla domanda che lei mi fa, se a me sia mai venuto il dubbio, perché, le dico, ma se anche io avessi avuto qualche dubbio a che sarebbe servito? A chi sarebbe servito? A che cosa sarebbe servito il fatto che io andassi… da chi? in procura?  A dire “io ho un dubbio!” “E perché?”  (…) PROCURATORE CAVALLO: I confronti possono avere un’utilità tra persone di bassa preparazione e di basso livello. Fare un confronto tra due soggetti estremamente lucidi, estremamente sagaci, sarebbe stata, mi creda, veramente perdita di tempo. Noi abbiamo preferito prima sentire tutto quello che ci diceva Ceraolo, fra l’altro controllammo anche sui tabulati queste telefonate che effettivamente c’erano state. Dopodiché sentimmo subito quello che per l’ennesima volta ci dicevano Manganaro e Granata… la reazione fu che dopo tre giorni fu depositata una denuncia per calunnia nei confronti del dottore Ceraolo. FAVA, Presidente della Commissione: Da parte di chi? PROCURATORE CAVALLO: Da parte di Manganaro e Granata… FAVA, Presidente della Commissione: Mangaro ci ha escluso di aver presentato denuncia. PROCURATORE CAVALLO: Allora da parte di Granata.  Infine va riferito quando il dottor Antoci afferma – nella relazione informativa. ANTOCI: Dalle dichiarazioni di tanti poliziotti, Manganaro compreso, lo stesso nutriva grande preoccupazione per una “improbabile” promozione che (Ceraolo ndr) sperava di ottenere e che la richiesta di promozione per merito straordinario, inoltrata dal Questore di Messina per il dott. Manganaro e gli altri uomini di scorta, avrebbe potuto cagionargli (un danno ndr). Difatti, mi risulta, che lo stesso (Ceraolo) qualche giorno dopo l’attentato si recò dal Questore, invece che per chiedere come stavano i suoi colleghi, scampati ad un grave attentato, per esprimere invece preoccupazione per la sua “improbabile” promozione.  che ha consegnato a questa Commissione – su presunte “motivazioni” del Ceraolo ostili n ei confronti del Manganaro: Ben diversa, sul punto, l’opinione e la ricostruzione dei fatti del Ceraolo: AVV. CERAOLO: Il dottore Antoci evidentemente queste cose le apprende da Manganaro… Non c’entra nulla la proposta di promozione che venne effettuata per me dal questore Gugliotta con eventuali promozioni nei confronti del dottor Manganaro… FAVA, Presidente della Commissione: Ci spieghi questa velata preoccupazione per il fatto che se promuovono un funzionario di quel territorio non ne possono promuovere un altro. AVV. CERAOLO: Ma non esiste una cosa del genere, non c’entra niente! C’è una norma che prevede determinati requisiti e la commissione può promuovere entrambi, può promuovere anche 10 funzionari! FAVA, Presidente della Commissione: E questo suo incontro con il questore ci fu? “Assolutamente no! Mai nelle conversazioni con il questore Cucchiara io ho parlato di me o lui ha parlato della mia promozione in relazione a quella del dottor Manganaro. Mai!  Sulla proposta di promozione nei confronti del Manganaro abbiamo chiesto all’interessato e ai due questori che si sono succeduti alla guida della questura di Messina di aiutarci a comprendere quale sia stato l’iter. Non sempre in linea tra loro le risposte che abbiamo raccolto. MANGANARO: Tenga presente che il questore mi chiamò… io non l’ho mai chiesta la promozione per merito straordinario… mi chiamò il Questore (Cucchiara)… persona molto vicina a tutta questa vicenda… mi disse che c’era in itinere la promozione di Ceraolo e quindi, per garantire la posizione di Ceraolo, la mia l’avrebbe trasmessa dopo, dice “tanto a lei non cambia nulla nel percorso professionale”, ho detto “guardi signore questore, per me la promozione la fate, non la fate, nella vita poco mi cambia”… (…) CUCCHIARA: Sì, ci fu una proposta di promozione per merito straordinario… Da parte mia… per lui e per i componenti della scorta, perché nell’immediatezza dei fatti, ricordo di aver sentito forse personalmente il Capo della Polizia o il Capo della segreteria del Dipartimento dicendo “guarda… è successo questo episodio, ci sono gli estremi per una proposta di promozione” e mi è stato dato il via libera… FAVA: Proposta che però non è stata ancora raccolta. CUCCHIARA: Ne ho perso le tracce, sinceramente, Presidente…(…). FINOCCHIARO: La proposta di promozione nel periodo che sono stato io questore è rimasta in sospeso, perché si era in attesa della definizione del procedimento (l’indagine sull’attentato, ndr), che poi è stato definito con l’archiviazione. Poi, dal ministero mi chiesero altri documenti, mi chiesero il provvedimento di archiviazione… Poi nel momento in cui sono andato via da Messina la proposta non era stata ancora esitata. Per quanto io sappia non era stata né esitata positivamente né negativamente (…) Siccome nel procedimento sono confluite tutte queste voci, non so se anche la relazione di Ceraolo… probabilmente l’Amministrazione avrà ritenuto di volere attendere.    

  1. RILIEVI CRITICI SULLE AUDIZIONI DEGLI EX QUESTORI DI MESSINA E DEL DOTTOR MANGANARO- Le testimonianze degli ex questori di Messina auditi dalla Commissione, dottor Giuseppe Cucchiara (alla guida della questura messinese dal gennaio 2014 al giugno 2017) e dottor Mario Finocchiaro (dal giugno 2017 al marzo 2019), hanno avuto il comune denominatore – come vedremo – di sostenere la loro estraneità, in qualità di questori, ai fatti di polizia giudiziaria e ai rapporti funzionali tra gli ufficiali di p.g. alle loro dipendenze e l’Autorità Giudiziaria, affermando altresì che essi non sono mai entrati nel dettaglio e nei particolari delle indagini sin dal momento in cui sono verificati i fatti (tale aspetto riguarda in particolar modo il dottor Cucchiara): QUESTORE CUCCHIARA: Quello che investigativamente è accaduto è che non si è trovato un bandolo della matassa dell’attentato. Però, io intendo ripetere e sottolineare: le indagini sono fatte dalla polizia giudiziaria e sono state spese tutte le energie possibili… Il ruolo del questore è quello di fornire strumenti alla sua polizia giudiziaria affinché queste indagini vengano svolte in maniera libera, senza condizionamenti e con i mezzi a disposizione (…) Ci sono delle anomalie? Sì, anomalie ce ne sono, però, ecco… io continuo ancora adesso a ritenere che sia assolutamente inutile ripeterle o evidenziarle perché non voglio essere sgradevole nei confronti di nessuno. Sul punto io credo di non avere altro da aggiungere.  (…) QUESTORE FINOCCHIARO: Io non sono entrato mai in questi particolari, perché erano indagini che erano partite prima del mio arrivo, erano a buon punto… non mi sono soffermato su questi particolari perché sapevo che c’erano indagini da parte dell’Autorità Giudiziaria.

In altre parole, le incongruenze e le anomalie relative alla modalità dell’attentato e ai comportamenti degli operatori emersi nel corso delle audizioni e puntualmente rappresentate ai questori hanno avuto, per tutta risposta, l’affermazione che essi non sono mai entrati nel dettaglio di tali questioni con il dottor Manganaro né con il dirigente della squadra mobile dottor Anzalone (che aveva curato la prima fase delle indagini), ritenendo che ciò esulasse dai propri doveri e dalle proprie facoltà. È altresì assolutamente anomalo che nessuno dei due questori abbia ritenuto, seppur in fasi diverse, di far chiarezza tra le versioni del tutto contrastanti relative alle dinamiche dell’episodio criminale fornite dai due ufficiali di polizia giudiziaria (e trasfuse in atti indirizzati all’Autorità Giudiziaria) convocando il dottor Manganaro ed il dottor Ceraolo dinanzi a sé per dirimere tali contrasti. QUESTORE CUCCHIARA:  Ho parlato più volte col dottore Manganaro, ho parlato col dottore Antoci – è noto il nostro rapporto precedente anche all’attentato – ma mi sono state sempre date delle risposte molto convinte, molto convincenti, molto organiche…(…) QUESTORE FINOCCHIARO: Io ne ero a conoscenza (del contrasto fra Ceraolo e Manganaro, ndr) perché l’ho appreso, come dire… informalmente, dal mio predecessore. (…) Io di questa cosa non ho visto nessuna carta… non ho mai preso cognizione di nessun documento… (…) Col dottore Ceraolo non ne ho mai parlato… in questura si sapeva che Manganaro era abbastanza contrariato da questa relazione di Ceraolo, ma io non ne ho parlato né con l’uno né con l’altro. Specifiche considerazioni vanno fatte anche in seno all’audizione del dottor Manganaro. A fronte del presunto clima di allarmismo sulle cosiddette “vedette di gruppi mafiosi”, Manganaro, così come abbiamo già avuto modo di riferire in precedenza, non ha ritenuto di avvisare gli uomini della scorta del dottor Antoci per “non suggestionarli” e condizionarne l’operatività, salvo poi farsi scrupolo in un secondo momento (a conclusione della seconda riunione presso il Comune di Cesarò) e darsi all’inseguimento dell’autovettura blindata di Antoci nel timore che qualcosa potesse avvenire (e allertando il proprio autista, l’assistente Granata, solo in quella circostanza). Il dottor Manganaro, poi, contrariamente a quanto affermato dal questore Cucchiara (secondo il quale – come riferito in Commissione – i compiti del questore consisterebbero in tema di attività investigativa esclusivamente nell’assicurare risorse umane e materiali agli operatori della polizia giudiziaria senza ingerirsi nelle loro attività neanche in termini di mera conoscenza) asseriva di avere sempre edotto nei dettagli delle investigazioni che svolgeva il proprio questore in qualità di funzionario dirigente del commissariato di Sant’Agata di Militello:  QUESTORE PAPPALARDO, Consulente Commissione Antimafia: Lei con il dottor Cucchiara, questore pro tempore… lo resocontava dell’evoluzioni investigative? MANGANARO: Sempre…  QUESTORE PAPPALARDO, Consulente Commissione Antimafia: Di tutte le attività? MANGANARO: Sì, sì. Come faccio ora e come ho fatto sempre.  QUESTORE PAPPALARDO, Consulente Commissione Antimafia: E se si arrivava all’individuazione, per esempio, di qualche responsabile lei glielo diceva? MANGANARO: Immediatamente! QUESTORE PAPPALARDO, Consulente Commissione Antimafia: Prima ancora di informare i magistrati? MANGANARO: Contestualmente! Infine, nel corso dell’audizione di Manganaro è emerso che, a seguito della relazione depositata dal dottor Ceraolo (nell’aprile 2017), il questore Cucchiara gli avrebbe annunciato la sua intenzione di intraprendere azioni disciplinari nei confronti del dottor Ceraolo “per insubordinazione”. Di tanto il dottor Cucchiara nel corso della sua audizione non ha fatto cenno, limitandosi a riferire alla Commissione (così come riportato nelle pagine precedenti) che lui aveva “solamente” estromesso il dottor Ceraolo, per incompatibilità, dai servizi di ordine pubblico disposti in occasione del G7. DOTTOR DI MARCO, Consulente Commissione Antimafia: Ha mai parlato col il questore Cucchiara delle dichiarazioni di Ceraolo rese ai pubblici ministeri? MANGANARO: Sì, una volta che venni informato e trasmisi la denuncia di Granata, andai dal questore e lo informai. DOTTOR DI MARCO, Consulente Commissione Antimafia: Cosa le disse il questore? MANGANARO: Che avrebbe preso provvedimenti… DOTTOR DI MARCO, Consulente Commissione Antimafia: Nei confronti di chi? MANGANARO: Di Ceraolo. FAVA, Presidente della Commissione: Ma le disse anche perché avrebbe dovuto prendere provvedimenti? MANGANARO: C’è stata insubordinazione… io se vado a scrivere contro un collega ho obbligo di riferire al questore… ha fatto delle affermazioni, come dice Granata in denuncia, calunniose, diffamanti e false nei confronti miei… io ho trasmesso la denuncia all’Autorità Giudiziaria e per conoscenza al mio questore… Il questore mi ha detto “se il Ceralo ha posto in essere insubordinazione non notiziando il questore prenderò provvedimenti”. Dopodiché non ho più saputo nulla né di quello che ha fatto Ceraolo né di quello che è successo.  

4 RILIEVO ED INCIDENZA DELLE CRITICITÀ EMERSE NEI PROVVEDIMENTI DELL’AUTORITÀ GIUDIZIARIA- Alla luce di quanto finora rilevato ed esposto, sono necessarie ulteriori considerazioni in ordine ai due provvedimenti adottati dall’Autorità Giudiziaria di Messina: la richiesta di archiviazione presentata dai pubblici ministeri della locale D.D.A ed il relativo decreto di archiviazione emesso dal gip del Tribunale peloritano.  La richiesta di archiviazione per un verso dà conto, correttamente, dell’insufficienza e dell’inadeguatezza degli elementi acquisiti; per altro verso, invece, sembra trascurare e ritenere irrilevanti le contraddizioni, le inesattezze e le diverse versioni emerse nel corso delle indagini (ancorché in sede di assunzione di sommarie informazioni testimoniali queste siano state rilevate e puntualmente contestate dagli stessi inquirenti ad alcune delle persone informate sui fatti). Tali criticità impongono seri interrogativi in ordine alla esatta ricostruzione della dinamica dell’attentato. Interrogativi che, vale la pena precisare, sono rimasti in ombra. Dalle dichiarazioni dei quattro operatori e, in particolare, da quelle dell’assistente capo Tiziano Granata sembrerebbe doversi dedurre che gli sparatori erano due e che questi si trovavano al momento degli spari oltre il ciglio della strada con i piedi sotto il piano stradale, tant’è che il Granata assume di aver visto solo il busto e non le gambe degli aggressori che, a suo dire, avrebbero indossato delle tute mimetiche51 P.M. CAVALLO: Ma com’erano? Vestiti, incappucciati, com’erano vestiti? Cioè, li vedete?: ASS. GRANATA: Io ho avuto l’impressione che avessero una mimetica. P.M. CAVALLO: Ma in faccia non li ha visti?  ASS. GRANATA: No, era buio, soltanto, ripeto, la parte soffusa delle luci… P.M. CAVALLO: Ma quindi lei vede soltanto il torso? Le gambe? La figura intera?

ASS. GRANATA: No, io vedo la parte del busto. P.M. CAVALLO: Il busto. ASS. GRANATA: Il busto e la mimetica. P.M. DI GIORGIO: E perché la parte restante non la vede? ASS. GRANATA: Eh, non lo so. O perché era basso o perché vedo qualcosa di scuro, questo non glielo… Sicuramente perché era basso rispetto… perché lì è una scarpata che scende giù. In oltre, ancora, il Granata ha sostenuto di aver visto le sagome, di aver sentito contemporaneamente i colpi ma di non aver visto le vampate, e di aver bloccato la jeep a 20-30 metri dall’autovettura blindata di Antoci. Ma c’è di più. Nell’annotazione di servizio, redatta nell’immediatezza dell’agguato, riferisce che uno dei due imbracciava un fucile; un anno dopo, in sede di dichiarazioni rese il 3 maggio 2017, afferma che si trattava di una sua deduzione e di non aver potuto vedere la canna del fucile tenuto conto del buio pesto: P.M. DI GIORGIO: Senta, lei, nella relazione di servizio che abbiamo agli atti, ha scritto, parlando di questi due soggetti che indossavano la giacca mimetica, he uno dei due aveva un fucile in mano, lo conferma questo dato? ASS. GRANATA: Sì perché la posizione era… erano messi in questa posizione e quindi… P.M. DI GIORGIO: ma quindi lei ha visto proprio il fucile? Cioè, ha visto il fucile oppure questa è una cosa che ha dedotto dalla posizione delle mani?  ASS. GRANATA: Era buio… quindi il fucile sicuramente non è bianco o fosforescente quindi è, alla fine, si può dire una deduzione mia, perché questa scena… P.M. MONACO: Non ho capito la sua risposta, scusi. ASS. GRANATA: Come? P.M. MONACO: Non ho capito la sua risposta, che significa? ASS. GRANATA: Nel senso che non ho la certezza nel senso che ho visto in maniera delineata il fucile, perché è stato un flash di un attimo, però dalla posizione dal fatto delle mani e dai colpi che ho sentito mi immagino che quello lì era… che in mano avessero un fucile.  P.M. DI GIORGIO: Quindi è riuscito a vedere la posizione delle mani di questi soggetti? Di uno dei due voglio dire. Quantomeno di uno dei due. 

ASS. GRANATA: La posizione, nel senso che per come loro erano posizionati in quel momento con mimetica e altre cosa davano quell’impressione che fossero in posizione di puntamento. P.M. DI GIORGIO: Cioè utilizzavano tutte e due le mani sostanzialmente. ASS. GRANATA: Questo non… non ho una visione dei particolari, le due mani… ho questa scena di questa figura in quella posizione e poi, contemporaneamente, ho sentito dei colpi. P.M. DI GIORGIO: Quindi, allora, insomma, rispetto a quello che ha scritto, diciamo, il fucile in mano è una sua deduzione, cioè, non è che lei ha visto il fucile mi pare di capire. ASS. GRANATA: Sì, diciamo che è una… P.M. MONACO: Né ha visto i lampi. ASS. GRANATA: Eh? P.M. MONACO: Né ha visto il lampo dell’esplosione dei colpi. Li ha visti, diciamo, i lampi? ASS. GRANATA: No52Dello stesso tenore le dichiarazioni del dottor Manganaro rilasciate all’Autorità Giudiziaria in data 11 maggio 2017 .  53 PM: Lei ha visto i lampi del fucile? :  MANGANARO: No PM: No? MANGANARO: No. PM: Quindi lei è sicuro di aver visto queste due-tre persone illuminate dai fari della macchina? MANGANARO: Sì, sì, sì, sì. PM: Mentre non… MANGANARO: Gli altri (…) i botti li ho sentiti, dottore, perché sono forti. PM: …sente i botti… i botti… ma non vede i lampi della… MANGANARO: no…                                                         

Tale ricostruzione non è conforme ai risultati formulati dalla Polizia Scientifica di Roma. Invero, secondo questa ricostruzione (pervenuta a conoscenza dei pubblici ministeri in data 14 febbraio 2018) risulta che: – la traiettoria dei colpi è specificata dall’alto verso il basso e non già dal basso verso l’alto come si potrebbe arguire dalle dichiarazioni del Granata (di cui sopra);  sempre secondo la relazione della Polizia Scientifica di Roma, lo sparatore doveva trovarsi lungo il ciglio della strada lato Palermo (quindi non sotto il ciglio!) o in una posizione intermedia all’altezza della semicarreggiata. Ogni altra ipotesi in ordine alla posizione dello sparatore viene esclusa categoricamente; si ipotizza che lo sparatore fosse soltanto uno, contrariamente alla ricostruzione fornita dal Granata e dal Manganaro. Ma andiamo ad altre considerazioni che forse rappresentano la premessa per capire l’esatta dinamica dei fatti. Lo sbarramento di una strada statale, per quanto di notte, al fine di tendere un agguato all’autovettura blindata sulla quale viaggiava l’Antoci di ritorno da Cesarò, sembrerebbe difficilmente praticabile in quanto avrebbe presupposto che non transitassero su quel tratto di strada altre autovetture, un elemento che lo stesso dottor Manganaro ammette indirettamente in sede di audizione: DOTTOR DI MARCO, Consulente Commissione Antimafia: Tenuto conto che la strada era ostruita dai massi, lei può escludere, trattandosi di strada statale, che occasionalmente quella stessa strada venisse percorsa da altre autovetture prima di quella blindata? MANGANARO: io non lo posso escludere… Senza considerare che, consistendo lo sbarramento nella collocazione di massi lungo tutta la linea orizzontale della carreggiata, doveva essere predisposto con congruo anticipo rispetto al sopraggiungere dell’obiettivo. La Relazione Tecnica della Polizia Scientifica di Roma dice che “I colpi sono stati sparati da un unico soggetto in posizione ferma con autovettura anch’essa ferma” ovvero “da un soggetto che si è mosso lentamente in direzione laterale da sinistra verso destra, ipotizzando un arretramento a bassa velocità dell’autovettura in esame” oppure “da un soggetto che si sia mosso lungo l’asse della traiettoria, variando in tal caso l’atteggiamento di tiro, tra cui l’inclinazione del fucile” e che “l’azione di sparo è avvenuta in tempi verosimilmente ristretti”. E’ più complicato bloccare per un tempo prolungato e indefinito un’arteria stradale. A meno che non si fosse istituito un posto di blocco in entrambe le direzioni per essere certi che altri veicoli non transitassero nello stesso momento. Ma di tale circostanza vi è la prova contraria tenuto conto che il Manganaro percorrendo la stessa strada raggiunse l’auto blindata senza trovare ostacoli. Non risulta che siano stati misurati – almeno negli atti in possesso di questa Commissione – in volume i massi utilizzati per l’ostruzione in modo da verificare che costituissero effettivamente un ostacolo invalicabile da parte dell’auto blindata. Nel corso delle audizioni, peraltro, così come si è già avuto modo di porre in evidenza, non sono emerse indicazioni univoche sulle effettive dimensioni dei massi: sassi di piccole dimensioni per alcuni; grandi e pesanti per altri. La circostanza inconfutabile del “buio pesto”, come ricostruita dai testimoni dinnanzi alla Procura, rendeva inoltre assai complicato individuare l’autovettura blindata bersaglio degli attentatori: come potevano essere certi che l’auto sopraggiunta fosse proprio quella dell’Antoci? Sempre, in presenza di “buio pesto”, sarebbe stato opportuno spiegare con maggior incisività la circostanza relativa alla direzione dei tre colpi esplosi, in rapida successione, dagli attentatori con estrema precisione in una rosa circoscritta (i tre fori di entrata sono l’uno accanto all’altro). In disparte, la considerazione che nessuna valutazione viene compiuta in ordine al fatto che la Polizia Scientifica non abbia potuto disporre delle armi degli operatori coinvolti nell’agguato56 e al mancato rinvenimento dei bossoli del fucile. Di difficile spiegazione è la prima circostanza che avrebbe consentito di verificare con assoluta certezza la compatibilità fra il numero di colpi esplosi e le armi utilizzate.: Fortemente sospetta la seconda circostanza (se è verosimile, come ipotizza la Polizia Scientifica, che sia stata utilizzata un’arma semi-automatica) giacché se                                                       ne dovrebbe ricavare che è stato lo stesso sparatore a raccogliere i bossoli, circostanza difficilmente compatibile con le condizioni di “buio pesto”, al netto del poco plausibile ricorso ad un raccoglitore artigianale. Su questo punto, riferiamo l’opinione del dottor Ceraolo: AVV. CERAOLO: io mi attengo alla Polizia Scientifica che… fa riferimento in subordine ad un raccoglitore di bossoli che si può montare su un fucile, ma non si è verificato nella mia lunga esperienza di un attacco mafioso fatto con un raccoglitore di bossoli, che è una cosa piuttosto voluminosa che poi non gli avrebbe consentito di avere una fuga agevole. (…) Quando opera la mafia non bada alle armi, non ha problemi di garantirsi l’immunità nascondendo le armi, anzi le butta perché sono armi clandestine con la matricola brasa, perché durante la fuga possono avere un controllo, evitano di portarsi dietro l’arma, l’arma viene subito eliminata. Chi ha tolto i bossoli ha interesse se quella è un’arma regolarmente detenuta registrata e quindi non potevano lasciare i bossoli perché come sapete nel fucile il bossolo è l’unico elemento che consente di individuare il fucile. Nella pistola anche il proiettile perché la canna è rigata, ma nel fucile che è a canna liscia e non lascia segni sul proiettile è solo il bossolo che lascia un segno identificativo. Insomma, entrambe le suddette circostanze avrebbero meritato maggior considerazione.  Infine, la polizia scientifica di Roma, quanto alla via di fuga dello sparatore o degli sparatori, ha precisato che “l’attraversamento della boscaglia lato Palermo… contempla uno svolgimento dell’azione di fuga in condizioni di luce molto scarse che non avrebbero reso affatto agevole il percorso senza l’utilizzo di idonei dispositivi di illuminazione. Veniamo, a questo punto, al decreto di archiviazione”. Ferme restando le valutazioni già espresse nei precedenti paragrafi in relazione al “movente” e alla “metodologia dell’agguato” (alle quali si rinvia), è utile qui soffermarsi su taluni aspetti emersi dalla lettura degli atti, dall’esame della documentazione di cui la Commissione ha disposto e dal contributo offerto dai soggetti auditi. Primo quesito di assoluta rilevanza: per quale ragione il gip non ha ritenuto di soffermarsi sulla relazione della Polizia Scientifica di Roma (limitandosi semplicemente a un richiamo generico alle motivazioni della Procura che “appaiono pienamente condivisibili e devono intendersi in questa sede integralmente richiamate”)? Il quesito non può avere risposte in questa sede. Tuttavia, è indubbio che tale scelta dispieghi effetti sull’intera ricostruzione del fatto. Nel decreto di archiviazione infatti si dà atto che l’auto di Antoci: “…viene raggiunta – sulla fiancata sinistra, lato posteriore – da diversi colpi d’arma da fuoco, sparati da almeno due soggetti travisati”.  Dunque, stando alle conclusioni del gip: – il numero degli spari non viene quantificato (“diversi colpi d’arma da fuoco”); al contrario, vengono quantificati – nonostante la relazione della Polizia Scientifica parli di un solo soggetto sparatore – il numero degli aggressori in “almeno due” (ciò avviene anche nella richiesta di archiviazione); viene adoperata l’espressione “travisati” ma nessuno dei testimoni ha parlato di volti coperti.  Sempre nel citato provvedimento del gip si aggiunge che: “Si trattava, a ben vedere, di un vero e proprio agguato, meticolosamente pianificato (non certamente casuale si poteva considerare l’orario notturno ed il luogo prescelto, una strada completamente deserta, in una sperduta località di montagna…)”. A prescindere (per le ragioni finora esposte) da qualsivoglia considerazione sul “meticolosamente pianificato”, sorprende che il gip abbia fatto riferimento ad una “strada completamente deserta in una sperduta località di montagna” atteso che si tratta di strada statale, sia pur raramente frequentata negli orari notturni, e che il luogo dell’attentato è attiguo dal rifugio Casello Muto, presidiato da vigilanza armata (ove poi Manganaro, Santostefano e Antoci trovarono ricovero successivamente all’agguato). Nessun approfondimento di indagine, inoltre, si è ritenuto opportuno sui tempi necessari per ostruire entrambe le carreggiate, sulle modalità di identificazione dell’autoveicolo di Antoci nonché sulle eventuali precauzioni adottate dagli attentatori al fine di scongiurare – così come effettivamente accaduto – il sopraggiungere di ulteriori autovetture. Infine sorprende e non poco il fatto che il decreto non si occupi assolutamente del contrasto tra le dichiarazioni dell’allora vice questore aggiunto Ceraolo, da una parte, e quelle del dottor Manganaro e dell’assistente capo Granata, dall’altra, dal momento in cui il primo, addirittura, mette in dubbio l’autenticità dell’attentato: contrasto, si noti, che si verifica gravissimamente fra due ufficiali di polizia giudiziaria e non tra persone private informate sui fatti.  

LE MORTI DI GRANATA E DI TODARO

Foto in alto, da sx: Todaro e Granata

La vicenda dell’attentato all’ex presidente del Parco dei Nebrodi è legata, in termini temporali, a quella di due dei più fidati collaboratori del dottor Manganaro: il sovrintende Calogero Emilio Todaro e l’assistente capo Tiziano Granata. Muoiono a distanza di un giorno l’uno dall’altro. Granata, il 1° marzo 2018 per arresto cardiocircolatorio. Todaro, l’indomani, a seguito di una leucemia fulminante.   Entrambi i poliziotti sono stati coinvolti, seppur con ruoli differenti, negli accadimenti del 18 maggio 2016.  Granata, è noto, era l’autista di Manganaro la notte dell’agguato ad Antoci. Todaro fu tra i primi ad intervenire sul luogo del crimine, in qualità di responsabile della sezione di polizia giudiziaria del commissariato di Sant’Agata di Militello, circostanza, quest’ultima, che ci è stata riferita da Manganaro, suo diretto superiore, e dal collega del servizio scorte, l’assistente capo Sebastiano Proto, nel corso delle loro audizioni: FAVA, Presidente della Commissione: La prima telefonata che ha fatto? MANGANARO: Al commissariato. Poi sicuramente…  il questore, Todaro, Terrana, la volante diverse volte, la pg… FAVA, Presidente della Commissione: Todaro perché? MANGANARO: È il responsabile della mia polizia giudiziaria… FAVA, Presidente della Commissione: Chiama lei Todaro o lo chiama la sala operativa? MANGANARO: Presidente non mi ricordo, forse l’ho chiamato io, non ci penso.

DE LUCA, componente della Commissione: Todaro era di servizio quella notte? PROTO: No, è arrivato anche allertato dalla sala operativa, dagli altri colleghi, non so personalmente da chi… Todaro, proprio per il suo ruolo di responsabile della sezione p.g., è anche l’operatore che avrebbe seguito le indagini sull’agguato, in co-delega con la Squadra mobile di Messina, per conto del commissariato di Sant’Agata di Militello.

MANGANARO: Avevamo soltanto una remotizzazione congiunta… perché a Messina non capivano il dialetto di Cesarò e San Fratello… da parte della mia squadra di polizia giudiziaria era Todaro che coordinava tutte queste attività interne al mio ufficio… Todaro, inoltre, sarà impegnato – così come si evince dal fascicolo dei rilievi tecnici del 25 maggio 2016 a firma della polizia scientifica del Commissariato di Sant’Agata di Militello – nell’attività di accertamento riguardante l’autovettura blindata in uso al Presidente Antoci la notte dell’agguato59 La stampa è la prima ad avanzare dubbi sulla tragica coincidenza delle due morti, definendole strane e sospette e ad accostare i loro nomi – non solo per ragioni di mera consecutio temporale – all’azione di contrasto inaugurata dal presidente Antoci e quindi alla vicenda del fallito attentato. Anche il dottor Manganaro e la compagna di Granata, Lorena Ricciardello, nutrono perplessità sul fatto che si tratti di due decessi per cause naturali. La dottoressa Ricciardello ha descritto alla Commissione quale fosse lo stato d’animo del Granata sia nei mesi successivi all’agguato che nei giorni immediatamente precedenti alla sua morte. 

LORENA RICCIARDELLO: Io ho fatto diverse dichiarazioni, diversi dubbi ho esposto pubblicamente, perché comunque volevo la verità sulla morte di Tiziano. (…) Io so che Tiziano, non subito dopo l’attentato, ma qualche tempo dopo, ha incominciato ad essere nervoso (…) Io, ripeto, io sono la compagna, Tiziano aveva sempre una protezione nei miei confronti, lui diceva sempre che mi doveva tutelare… tanto è vero che lui anche al campanello di casa aveva tolto pure il suo nome. (…) Poi a lui lo turbò molto la questione del fatto che Mario Ceraolo, che si conoscevano da quando Tiziano era piccolo, avesse dato una versione diversa dell’attentato, mi diceva questo: “Mario Ceraolo ha dato una versione diversa dell’attentato” e questa cosa lo ha amareggiato e deluso…FAVA, Presidente della Commissione: Quando lei dice che pensa che non sia morto per infarto, perché lo dice, da cosa lo desume e che cosa immagina? “Le strane morti degli agenti Granata e Todaro, indagini dopo le autopsie”: 

RICCIARDELLO: Perché Tiziano era sempre preoccupato e poi comunque durante la sua attività lavorativa, ancora prima dell’attentato, Tiziano… io cioè parlo per quello che lui mi riferisce… lui mi faceva i nomi di alcune persone che ce l’avevano con lui, che gli ostacolavano la carriera, solo perché lui faceva semplicemente il suo dovere, e Tiziano il suo dovere lo faceva. (…) FAVA, Presidente della Commissione: Tiziano, al di là diciamo di questa preoccupazione nei suoi confronti nell’esporla troppo, ebbe mai occasione di manifestarle qualche preoccupazione per se stesso? RICCIARDELLO: Sì, lui diceva che comunque bisognava stare attenti e faceva anche attenzione a dove si muoveva, nel senso che si guardava sempre attorno. Già il fatto stesso che lui abbia tolto il nominativo del campanello, poi il fatto stesso che comunque… la preoccupazione maggiore era per me e per i suoi familiari.

FAVA, Presidente della Commissione: Lei ci diceva che non crede che il suo compagno sia morto per infarto. Dal punto di vista diciamo fisico, questo infarto aveva avuto qualche segnale, qualche indizio, affaticamento, stanchezza? RICCIARDELLO: Per quanto riguarda questo infarto, che non è un infarto… ma un arresto cardiocircolatorio… l’arresto cardiocircolatorio, è vero ti può anche uccidere. Ma c’è un vuoto nella giornata del 28, in cui non si hanno notizie di Tiziano, del suo telefono. Se hai un arresto cardiocircolatorio, non è che rimani 24 ore comatoso nel letto. Ti puoi comunque muovere, riesci a prendere il telefono, fino a quando c’è l’exitus… Io ho sempre pensato, allora lo dissi anche al PM Bonanzinga, che sospettavo anche di un avvelenamento. Perché nel periodo in cui ero scesa in precedenza, quando festeggiamo il suo compleanno che fece 40 anni, Tiziano senza mangiare così doveva evacuare velocemente, andare in bagno…FAVA, Presidente della Commissione: Quanto tempo prima questo?  RICCIARDELLO: Lui ha fatto il compleanno il 14 di febbraio. (…) Poi un’altra cosa…l’allarme che c’era qualcosa che non andava l’ho lanciato io da Genova, chiamando suo fratello, perché comunque non sentendoci più all’improvviso, per me c’era qualcosa che non andava. La sera (del decesso ndr) Tiziano mi ha risposto al telefono, per tutta la giornata il suo telefono era chiuso o mi rispondeva la segreteria… quindi non so dire se era chiuso o meno perché comunque sono sempre le linee telefoniche, però la telefonata mi è partita più volte la sera, intorno alle 20.00, 20.28, ed ero io che staccavo la chiamata, perché non sentivo parlare dall’altro lato…Io telefonavo a Tiziano e nel mio telefono risultava che avevano risposto dall’altro lato, i minuti scorrevano e non c’era nessuna voce. Allora io riattaccai e rifeci questa situazione per altre quattro volte, e per quattro volte mi è stato risposto. Non ho sentito niente dall’altro lato…ero io che poi staccavo, cioè io sono stata anche 25, 30 secondi. FAVA, Presidente della Commissione: Chiedendo, parlando? RICCIARDELLO: Chiedendo: “Tiziano, pronto, ci sei?”. FAVA, Presidente della Commissione: E nessuno rispondeva. RICCIARDELLO: Ecco. E di questo io sono convinta che lui mi abbia risposto, però non risulta in nessun posto che sono state fatte delle indagini per quanto riguarda le celle telefoniche. FAVA, Presidente della Commissione: Cioè, qualcuno le rispose, o Tiziano o qualcuno le rispose, però, nessuno parlava al telefono.

RICCIARDELLO: Mi hanno risposto dal telefono di Tiziano, io ero convinta che fosse lui perché chiedevo: “Tiziano, Tiziano, ci sei, ci sei?”…  FAVA, Presidente della Commissione: A quando risalirebbe la morte del suo compagno? RICCIARDELLO: Secondo le analisi, risulterebbe che è morto nella notte tra il 28 febbraio e l’1 marzo, dopo la mezzanotte, presumibilmente… FAVA, Presidente della Commissione: E le telefonate di cui parla lei sono il 28 febbraio. RICCIARDELLO: Sono del 28 sera dalle ore 20.00.  Non meno partecipato il ricordo del dottor Manganaro il quale ha chiarito anche la ragione del suo trasferimento, dal commissariato di Sant’Agata di Militello a quello di Tarquinia. Che andrebbe rintracciata – secondo quanto ha riferito in Commissione – proprio nella morte dei suoi due collaboratori.

FAVA, Presidente della Commissione: Il suo trasferimento? MANGANARO: L’ho chiesto io, presidente, dopo che sono morti i ragazzi … quei due ragazzi sono quelli che hanno un rapporto con me che va ben oltre la colleganza o il rapporto di superiore gerarchico… erano il responsabile e il vice-responsabile della polizia giudiziaria… sono i due colleghi che hanno firmato tutti gli atti…  FAVA, Presidente della Commissione: Lei crede che non siano morti accidentali? MANGANARO: Presidente, io mi attengo a quelle che sono le evidenze chiamiamole giudiziali, perché sono state fatte delle perizie medico-legali sia dal consulente di parte che del perito nominato dai tribunali, quindi per loro sono delle morti naturali da tutti i punti di vista…FAVA, Presidente della Commissione: Le chiedo se lei dubita MANGANARO: Presidente, mi perdoni ma non sono autorizzato ad esprimermi in questa direzione. (…) FAVA, Presidente della Commissione: Ma la ragione del trasferimento, ci spieghi il collegamento… MANGANARO: Sì, perché poi non ero più lucido nella gestione dell’ufficio, quindi sono andato dal questore. Perché poi cosa successe…venne fatta un’assemblea sindacale al mio ufficio, durante l’assemblea sindacale… emerge che c’erano voci in giro che ci poteva essere un terzo morto entro l’estate… e quindi i ragazzi mi chiamano dopo questa riunione sindacale… «Dottore, c’è molta tensione. Il terzo morto pensano tutti che sia lei» … Io faccio una relazione dettagliata al questore. Ho detto: «… se è vero che deve arrivare un terzo morto perché ci sono intercettazioni in corso, fate quello che volete, ma avvisatemi perché un terzo morto non lo reggerei e se sono io non voglio che la mia famiglia perda una persona. Se, invece, è una calunnia siamo sempre al solito gioco. Qui gli atti da parte di organi investigativi escono e vanno alla stampa o vanno nei bar. Io ‘sta cosa non la posso condividere». Al questore ho detto: «veda che io non sono lucido, valuti la mia posizione». Il questore a distanza di 48 ore mi chiama: «ti metto a rapporto a Roma e vediamo dove ti puoi spostare per raggiungere la tua serenità».  Di tale clima di tensione che si respirava all’interno del commissariato di Sant’Agata di Militello nonché delle ragioni di sicurezza che il dottor Manganaro pone a fondamento della propria richiesta di trasferimento non ne conserva però ricordo l’allora questore Finocchiaro: FINOCCHIARO: No, non c’erano ragioni di sicurezza. C’erano ragioni legate al fatto che, insomma, ormai era un bel po’ di tempo che stava a Sant’Agata. Certo, anche questa situazione di continue voci, anonimi… credo che anche lo stesso Mangano si sia reso conto che forse era il caso di spostarsi e andare via da Sant’Agata. Col Ministero, col Dipartimento c’è stata un’interlocuzione per cui poi hanno concordato in qualche modo questo trasferimento al commissariato di Tarquinia. Anche Tiziano Granata, ci riferisce Manganaro, avrebbe manifestato timori per la propria incolumità. Ecco quanto riportato dinanzi a questa Commissione dall’attuale dirigente del Commissariato di Tarquinia.

DE LUCA, componente della Commissione: Granata le ha mai confidato paure o timori nei confronti del Ceraolo? MANGANARO: Sì, lui sosteneva che dopo quella formalizzazione che aveva fatto in distrettuale… il Ceraolo cercava di girargli intorno, girargli sotto casa… però di altro non ricordo. DE LUCA, componente della Commissione: Che vuol dire gli girava intorno? MANGANARO: Aveva timore, Tiziano aveva timore di questa persona… Timori di ritorsioni… aveva proprio paura che gli potesse fare qualcosa di fisico…DE LUCA, componente della Commissione: Questo gliel’ha confidato? MANGANARO: Sì, me l’ha confidato…Sul punto, ecco come replica il diretto interessato, l’ex vice questore Ceraolo: 

AVV. CERAOLO: Questo lo dice il dottor Manganaro?…Tiziano Granata non avrebbe mai detto una cosa del genere. Primo: non so esattamente dove abita Tiziano Granata, so il quartiere, la zona ma non so neanche la casa… Secondo: gli incontri con Tiziano Granata avvenivano occasionalmente nella frazione Gliaca di Piraino, di dove siamo originari entrambi, nei pressi del bar o nei pressi della chiesa… Questa (di Manganaro) è un’attribuzione anche piuttosto grave… A me invece risulta che Tiziano Granata fosse molto condizionato dalla presenza del dottore Manganaro…  FAVA, Presidente della Commissione: Questa è una sua sensazione. AVV. CERAOLO: E’ una mia sensazione che nasce da tanti anni di esperienza… capisco quando la persona davanti a me potrebbe dire di più però è nervosa, fuma, butta la sigaretta intera…  FAVA, Presidente della Commissione: Questo solo in occasione del vostro primo incontro o ci sono stati altri incontri in cui avete parlato dell’attentato? AVV. CERAOLO: In tutti gli incontri… L’ultimo incontro che io ho con Tiziano Granata è quello del 9 aprile 2017, pochi giorni prima che io venissi sentito dalla D.D.A…. quando io andavo in chiesa e lui mi fermò, erano le 18.30… per dirmi che stavano preparando le querele per gli articoli che erano usciti sull’Espresso e Centonove… e lì mi raccontò altre cose… FAVA, Presidente della Commissione: Altre cose che confermavano la versione ufficiale? AVV. CERAOLO: Che andavano in direzione opposta alla versione ufficiale…Ad esempio, mi ricordo un fatto inedito che mi disse, quello del colpo in aria, che mi sembrò strano. Ho detto: “scusa ma gli attentatori che erano lì”, ce n’erano almeno tre, visto che c’erano tre marche di sigarette e cinque cicche… quindi almeno gli attentatori erano tre; il mafioso o qualunque criminale intenda fare un atto così grave non va disarmato, quindi erano tutti e tre armati, poi ha sparato soltanto uno anche questo è un fatto piuttosto strano. Ma tre persone armate, che oltretutto si vedono sparare addosso, come mai non hanno reagito? E anche qui lui disse questa frase: “mi ha detto Daniele che hanno sparato un colpo in aria”, ho detto: “te l’ha detto Daniele? Perché tu non eri là, non l’hai sentito ‘sto colpo in aria?”. DE LUCA, componente della Commissione: Pensa che (Granata, ndr) avesse motivo di avere paura? AVV. CERAOLO: No, no, era imbarazzato nei miei confronti perché sapeva qual era la mia carriera, il mio impegno nella lotta alla mafia per tutte le attività e i risultati che avevo ottenuto e aveva imbarazzo a parlare di questa vicenda… Paura no, imbarazzo a parlare di certi argomenti. Io questo ho percepito. (…) FAVA, Presidente della Commissione: Ma secondo lei, visto che c’era questa contraddittorietà nelle cose che diceva e forse anche il desiderio di dire qualcosa in più, come si giustifica il fatto che proprio un paio di settimane dopo arriva da parte del Granata una querela? AVV. CERAOLO: La querela io ritengo che l’abbia fatta su input di Manganaro. Allora, io il 22 maggio 2017 sono andato nell’ufficio – forse il dottor Cavallo non ricorderà neppure questo, eventualmente glielo posso ricordare io – …sono andato nell’ufficio del dottor Di Giorgio… subito dopo è arrivato il dottore Cavallo… Lì ho detto: “Voi mi avete sentito il 12 aprile del 2017. Ho saputo che successivamente a me avete sentito Tiziano Granata e che Tiziano Granata ha subito un’aggressione verbale, dopo essere stato sentito da voi… Il dottore Manganaro si è recato a Gliaca di Piraino e lo ha aggredito verbalmente alla presenza di altre persone che ne hanno poi parlato con me, contestandogli che aveva parlato con me… dicendogli tu hai parlato con Ceraolo, hai riferito delle cose che adesso vanno a smentire quello che io ho scritto nella mia annotazione”. Tiziano Granata ha balbettato qualcosa per giustificarsi e Manganaro alla fine di questa conversazione ha detto: “Non ti preoccupare che noi adesso a Ceraolo gliela facciamo pagare in quanto ne parlerò con l’avvocato [omissis]”.  FAVA, Presidente della Commissione: E questo episodio da chi le viene riferito?  AVV. CERAOLO: Mi viene riferito da persone che hanno sentito la conversazione FAVA, Presidente della Commissione: I cui nomi e cognomi lei riferisce anche al PM? AVV. CERAOLO: No, i nomi io non li ho riferiti… FAVA, Presidente della Commissione: Mi scusi, se oggi i PM dicessero ci faccia conoscere i nomi di queste persone che sono state testimoni, lei sarebbe nelle condizioni di farli?  AVV. CERAOLO: Perché non me li hanno chiesti il 22 maggio del 2017? Se volevano approfondire, come avrebbero dovuto approfondire… FAVA, Presidente della Commissione: Le chiedo di nuovo, se le venisse chiesto da un pm, si ricorda i nomi delle persone che le riferirono l’episodio? AVV. CERAOLO: Se è necessario arrivare fino a questo punto, io dirò i nomi. Certo.

Sulle morti di Todaro e di Granata, com’è noto, l’autorità giudiziaria ha già fornito una risposta. A seguito dei due decessi sono state avviate due inchieste: una condotta dalla Procura di Messina, territorialmente competente per il decesso di Todaro; l’altra, sulla morte di Granata, da quella di Patti. L’epilogo è identico per ambedue i procedimenti: archiviazione.

“Non si può che concludere ritenendo che la morte di Granata si sia verificata per causa naturale che nulla ha a che dipendere né dalla propria attività professionale né dall’opera di terze persone. Infatti, i dubbi manifestati da Ricciardello Lorena e Manganaro Daniele non trovano riscontro negli accertamenti tecnici che escludevano avvelenamenti o cause esogene né le anomalie sopra indicata dalla prima (il cellulare lontano dal cadavere di Granata, la telefonata muta e l’ordine in casa) sembravano assumere rilievo causale o concausale con l’evento morte.  Inoltre, giova precisare che dalla lettura delle relazioni autoptiche dei due agenti, Granata e Todaro, si evince che il gip di Messina emetterà il suo provvedimento il 26 settembre 2018. Quattro mesi più tardi, invece, il 26 novembre 2018, si pronuncerà quello di Patti. A tal proposito, è utile rinviare ai chiarimenti forniti a questa Commissione dal Procuratore della Repubblica di Patti, dottor Angelo Cavallo: «… il procedimento n. 516/2018 Mod. 44, riguardante il decesso dell’ispettore Granata Tiziano, verificatosi in data 1.3.2018, è stato archiviato dal Gip di Patti con provvedimento del 26.11.2018, su conforme richiesta di questo Ufficio del 7.8.2018. […] Il procedimento in questione è stato svolto in coordinamento investigativo con la Procura della Repubblica di Messina, territorialmente competente per il diverso procedimento n. 5455/2018 Mod. 44, riguardante il decesso del Sovrintendente di Polizia Todaro Calogero Emilio, collega del Granata; anche quest’ultimo procedimento è stato archiviato dal Gip di Messina…». La contestualità temporale dei due decessi sia stata una mera tragica casualità atteso che le cause riscontrate, sebbene entrambi naturali, non possono dirsi riconducibili ad un’unica fonte. Ciò posto, a fronte di del quadro investigativo sopra delineato che ha escluso senza alcun margine di dubbio la presenza di elementi che possano fare pensare all’intervento di terzi nella morte di Granata Tiziano. Dunque vicenda chiusa. O forse non definitivamente, a giudicare dalle parole che il Procuratore di Patti ha consegnato a questa Commissione in chiusura della sua audizione: CAVALLO: Vero è anche che ci troviamo di fronte a delle archiviazioni che sono provvedimenti per loro natura temporanei. Nel momento in cui noi dovessimo avere delle indagini, degli spunti seri, siamo prontissimi a riaprire le indagini non soltanto sulla morte di Granata, ma anche sull’attentato ad Antoci e quant’altro. Questi provvedimenti non sono delle pietre tombali, sono dei provvedimenti che si fanno perché ad un certo punto di dice: «noi le indagini le abbiamo fatte, non abbiamo altri spunti, per ora le chiudiamo». Se un domani si alza un collaboratore che ci viene a dire x o y, sono sicuro che la procura di Messina sarà la prima a riaprire eventuali indagini. Resta il fatto che ancora oggi, il protagonista di questa vicenda, il dottor Antoci, al netto della fitta coltre di dubbi che avvolge il fatto di cui sarebbe rimasto vittima, continua a trovare – lo scrive nella sua relazione – “per lo meno strana” la macabra coincidenza che ha segnato le morti di Granata e Todaro.   

CONCLUSIONI

Sull’attentato del 18 maggio 2016 il lavoro di questa Commissione, più che esprimere conclusioni certe e definitive, si trova costretto a dar atto delle molte domande rimaste senza risposta, delle contraddizioni emerse e non risolte, delle testimonianze divergenti, delle criticità investigative registrate che qui proviamo sommariamente a riepilogare. Non è plausibile che quasi tutte le procedure operative per l’equipaggio di una scorta di terzo livello, qual era quella di Antoci, siano state violate (l’auto blindata abbandonata, la personalità scortata esposta al rischio del fuoco nemico, la fuga su un’auto non blindata, l’aver lasciato due agenti sul posto esposti ad una reazione degli aggressori…). Non è plausibile che gli attentatori, almeno tre (a giudicare dalle tre marche di sigarette riscontrate sui mozziconi), presumibilmente tutti armati (non v’è traccia nelle cronache di agguati di stampo mafioso a cui partecipino sicari non armati), non aprano il fuoco sui due poliziotti sopraggiunti al momento dell’attentato. Non è plausibile che, sui 35 chilometri di statale a disposizione tra Cesaro e San Fratello, il presunto commando mafioso scelga di organizzare l’attentato proprio a due chilometri dal rifugio della forestale, presidiato anche di notte da personale armato, né è plausibile che gli attentatori non fossero informati su questa circostanza. Non è comprensibile la ragione per cui il vicequestore aggiunto Manganaro non trasmetta le sue preoccupazioni ai poliziotti di scorta di Antoci (per “non agitarli”, sostiene) salvo poi cercare di raggiungerli temendo che potesse accadere qualcosa senza nemmeno tentare di mettersi in contatto telefonico con loro. Non è comprensibile la ragione per cui non sia stato disposto dai questori p.t. di Messina e dai PM incaricati dell’indagine un confronto tra i due funzionari di polizia, Manganaro e Ceraolo, che su molti punti rilevanti hanno continuato a contraddirsi e ad offrire ricostruzioni opposte.  E’ censurabile il fatto che il dottor Manganaro abbia offerto su alcuni punti (la visita al vicequestore aggiunto Ceraolo, la paternita dell’espressione “vedette mafiose”) versioni diverse da quelle che aveva fornito ai PM in sede di sommarie informazioni. E’ per lo meno inusuale che di fronte ad un attentato ritenuto mafioso con finalità stragista la delega per le indagini venga ristretta alla squadra mobile di Messina e al commissariato di provenienza dei quattro poliziotti protagonisti del fatto, fatta eccezione per un contributo meramente tecnico dello SCO e per l’intervento del gabinetto della polizia scientifica di Roma molto tempo dopo. Non si comprende la ragione per cui al gabinetto della polizia scientifica di Roma, tra i vari quesiti sottoposti, non sia stato chiesto di valutare se la Thesis blindata di Antoci avrebbe potuto o meno superare il “blocco” delle pietre poste sulla carreggiata (e soprattutto quanto tempo e quante persone occorressero per posizionare quelle pietre). È impensabile che di un attentato di siffatta gravità nulla sapessero (stando ai risultati delle intercettazioni ambientali e al lavoro di intelligence investigativa) la criminalità locale né le famiglie di Cosa Nostra interessate al territorio nebroideo (Barcellona Pozzo di Gotto, Tortorici, Catania). È insolito infine che sull’intera ricostruzione dei fatti permangano versioni dei diretti protagonisti divergenti su più punti dirimenti: gli aggressori erano due o più di due? Sono stati visti mentre facevano fuoco o no? Sono stati visti fuggire nel bosco o no? Sono stati esplosi altri colpi dopo che il presidente Antoci era stato messo in salvo? Difficilmente si sarebbe potuti arrivare ad esiti investigativi diversi dall’archiviazione d’un fatto tuttora attribuito ad ignoti, ma certamente indagini più estese e soprattutto più coinvolgenti rispetto ad altri apparati di forze dell’ordine avrebbero potuto contribuire a fornire alcune risposte che mancano. Su altri punti, tutti dirimenti, la non plausibilità dei comportamenti resta invece senza spiegazioni. A giudizio di questa Commissione restano attuali le tre ipotesi formulate in premessa: un attentato mafioso fallito, un atto puramente dimostrativo, una simulazione. Ipotesi, tutte, che vedono il dottor Antoci vittima (bersaglio della mafia nelle prime due; strumento inconsapevole di una messa in scena nella terza). Alla luce del lavoro svolto da questa Commissione corre l’obbligo di evidenziare che, delle tre ipotesi formulate, il fallito attentato mafioso con intenzioni stragiste appare la meno plausibile. L’auspicio è che su questa vicenda si torni ad indagare (con mezzi certamente ben diversi da quelli di cui dispone questa Commissione) per un debito di verità che va onorato. Qualunque sia la verità.

4a puntata- FINE (Puntate precedenti pubblicate negli aggiornamenti di lunedì 14, martedì 15 e mercoledì 16 ottobre, visibili in archivio sul link Cronaca).

Edited by, giovedì 17 ottobre 2019, ore 16,24.                                                                 

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