La fine della latitanza dei fratelli Mignacca (1. servizio): Retroscena e particolari sul blitz di Lentini con l'arresto di Calogero ed il suicidio di Vincenzino. Ritrovato un arsenale a disposizione dei ricercati

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Sono stati illustrati ieri mattina nel corso di una conferenza stampa svoltasi al Comando Provinciale dei carabinieri di Messina (foto in alto in terza fila, da dx i sostituti procuratori della Dda ANGELO CAVALLO e VITO DI GIORGIO, quindi il colonnello SPAGNOL, comandante provinciale dell’Arma), i particolari sul blitz di domenica a Lentini che ha messo fine alla latitanza dei fratelli MIGNACCA con VINCENZINO (foto in alto) che si è suicidato sparandosi alla testa e CALOGERO (foto in alto in seconda fila) che è stato arrestato dai carabinieri del Gis di Livorno. Oltre ai fiancheggiatori arrestati (segue altro servizio), ritrovato un arsenale (foto in basso) con pistole, fucili e munizioni. In questi due primi servizi i particolari sul blitz ed il profilo dei fratelli MIGNACCA…

Sono stati rivelati ieri mattina, nel corso di una affollata conferenza stampa svoltasi al Comando Provinciale dei carabinieri di Messina, i particolari sull’operazione, scattata alle ore 8,10 del mattino di domenica 10, in un casolare di Lentini, finita con l’arresto di Calogero Carmelo Mignacca, 41 anni ed il suicidio del fratello Vincenzino, che avrebbe compiuto 46 anni il prossimo 26 novembre, ricercati per associazione mafiosa ed omicidio dal luglio 2008 ed inseriti nella lista dei 30 primi ricercati sul territorio nazionale. Alla presenza, tra gli altri, del colonnello Spagnol, comandante provinciale dell’Arma di Messina, del colonnello Casarsa, comandante provinciale dell’Arma di Catania e dei sostituti procuratori della Dda di Messina, Angelo Cavallo e Vito Di Giorgio, che ha coordinato tutte le fasi precedenti al blitz, è stato intanto detto che si è arrivati all’arresto di Calogero Mignacca e, quasi, a quello del fratello. Dopo due mesi di pedinamenti ed intercettazioni la conferma della presenza dei Mignacca in quel casolare di Lentini è arrivata una settimana fa. Sulla macchina di uno dei fiancheggiatori che i carabinieri tenevano sotto controllo un passeggero ha iniziato a parlare. I militari che stavano in sala ascolto non hanno avuto dubbi. Era Calogero Mignacca. Dal giorno in cui i militari dei Reparti Operativi di Messina e Catania hanno avuto la conferma di averlo individuato, non si sono più staccati dal segnale proveniente da quell’auto, una Opel Astra, tenuta sotto controllo. Hanno seguito tutti gli spostamenti scoprendo, così, che il latitante si rifugiava insieme al fratello in un modesto casolare di Lentini dove non c’erano nemmeno servizi igienici. E poi ci sono state le foto scattate a Mignacca con il giubbotto antiproiettile e quelle di chi avrebbe aiutato i fratelli nell’ultima fase della fuga. E così appena tutto è stato confermato a Lentini sono arrivati anche i Gis, i carabinieri del Gruppo di intervento speciale di Livorno, che hanno concluso l’operazione. In pochi minuti si è così chiusa la latitanza dei fratelli Mignacca. Erano le 8,10 di domenica quando alcuni furgoni bianchi hanno accerchiato il casolare e i militari incappucciati sono entrati nel casolare facendo esplodere una granata flash bang, di quelle che stordiscono per qualche secondo chi si trova nel raggio di azione, senza procurare ulteriori danni. Calogero Mignacca, che stava accendendo il fornello di una cucina da campo per preparare il caffè, non si è reso conto di cosa stesse succedendo. Il fratello Vincenzino, condannato a 4 ergastoli perché ritenuto uno dei killer della potente cosca tortoriciana dei Bontempo Scavo, si trovava nell’altra stanza e, dopo essersi reso conto di essere stati scoperti, si è sparato alla testa con una pistola. Vincenzino era gravemente malato, per un tumore forse in fase terminale e, probabilmente, il suo gesto è stato dettato anche dal non voler trascorrere gli ultimi mesi di vita rinchiuso in un carcere. Nel casolare i carabinieri hanno trovato anche un arsenale a disposizione dei fratelli Mignacca: un giubbotto antiproiettile, una pistola Beretta calibro 9×21 con matricola abrasa (quella usata da Vincenzino per suicidarsi), una pistola Browning calibro 6,35, un fucile a pompa calibro 12, due doppiette calibro 12 con matricola abrasa, una pistola mitragliatrice Skorpion con silenziatore ed un Kalashnikov calibro 7,62. Tutte armi che sono state inviate al Ris, il Raggruppamento investigazioni scientifiche di Messina, per essere analizzate e verificare se sono state utilizzate in passati o recenti episodi criminali. Al vaglio degli inquirenti adesso l’archivio di un computer e materiale cartaceo ritrovati nel casolare che potrebbero fornire altre risposte ai segreti della lunga latitanza dei fratelli Mignacca. Sulla latitanza, durata 5 anni e 4 mesi, si è detto di tutto: fuga in Romania, copertura da parte della ndrangheta calabrese, un blitz dei carabinieri a Randazzo dove i due Mignacca pare che si fossero nascosti per un certo periodo di tempo. Dei fratelli di Montalbano Elicona ha parlato anche Santo Gullo, il meccanico di Oliveri che faceva parte del clan dei “Mazzarroti” prima del pentimento, che ha raccontato della loro latitanza protetta e degli aiuti ricevuti dal clan. Il ritrovamento a Lentini ricollega i fratelli Mignacca alle cosche di Tortorici, visto che proprio nel centro del siracusano esiste una grossa comunità di allevatori di origini oricensi. Il figlio del proprietario del casolare e del terreno, Giuseppe Caniglia, 31 anni, di Lentini, è stato arrestato con l’accusa di favoreggiamento

IL PROFILO DEI FRATELLI MIGNACCA

Erano ricercati dal 28 luglio 2008, inseriti fra i primi trenta latitanti del Ministero dell’Interno, quando si diedero alla macchia dopo la condanna in primo grado all’ergastolo, confermata in appello e dalla Cassazione il 4 luglio 2012, i fratelli Vincenzino e Calogero Mignacca, personaggi dall’indiscusso peso criminale nella consorteria mafiosa dei Nebrodi, posti a cavallo con i clan del barcellonese e molto vicini alle cosche di Tortorici, in particolare dei Bontempo Scavo anche se, come accertato dalle dichiarazioni dei pentiti e dalle inchieste della Dda di Messina, i Mignacca hanno sempre costituito una sorta di clan in proprio nella gestione delle estorsioni sul territorio e ad altre illecite attività. La condanna, diventata definitiva e che sconterà Calogero Mignacca, visto il suicidio del fratello, è inerente l’agguato che, nella notte fra il 5 ed il 6 febbraio 1994, costò la vita a Maurizio Vincenzo Ioppolo, di Brolo, ucciso al volante della propria Renault 5 dopo essere uscito da un locale danzante di Sant’Angelo di Brolo insieme alla moglie. Quella notte, era un sabato di carnevale, i killer agirono travestiti da monaci con la maschera in testa e, secondo l’accusa, i due sicari, dopo avere seguito ed atteso le mosse di Ioppolo, legato ai Bontempo Scavo ma punito poiché aveva deciso di gestire in proprio le estorsioni nel brolese, lo freddarono prima che andasse via a colpi di pistola. Poche ore dopo i carabinieri del nucleo operativo di Patti fermarono Vincenzino Mignacca lungo la strada provinciale a San Piero Patti e, poche ore dopo, il fratello Calogero nell’abitazione di famiglia a Montalbano. Ma il Tribunale del Riesame di Messina annullò l’arresto rimettendo in libertà i due fratelli, successivamente tirati in ballo dalle dichiarazioni dei pentiti e, per questo, coinvolti nell’operazione “Icaro” (29 novembre 2003) dal cui procedimento fu affiancata la “Romanza” (31 marzo 2000) per un unico procedimento. Vincenzino Mignacca era stato arrestato nel 1990 accusato di fare parte dei clan tortoriciani che taglieggiavano i commercianti di Capo d’Orlando che si ribellarono con le loro dichiarazioni. Al processo conclusosi a Patti il 26 ottobre 1991, il maggiore dei fratelli venne però assolto. Poi fu arrestato il 6 giugno 1994 nell’operazione “Mare Nostrum” venendo condannato definitivamente, il 17 ottobre 2011, dalla Cassazione, a quattro ergastoli per avere partecipato a diversi omicidi che caratterizzarono, dal 1986 al 1993, la faida tra i clan dei gullottiani contro chiofaliani nel barcellonese e tra i Bontempo Scavo ed i Galati Giordano sui Nebrodi. Invece il fratello è stato condannato a 4 anni e 10 mesi. Nel frattempo, dopo essere stato scarcerato per decorrenza dei termini di custodia cautelare, la sera del 23 novembre 1997 proprio Vincenzino fu oggetto di un agguato in contrada Braidi a Montalbano: due sicari lo seguirono in moto esplodendo alcuni colpi di pistola che colpirono la carrozzeria della Mercedes della vittima designata che riuscì a scamparsela seminando i killer fino al centro abitato. Nell’ambito dell’operazione “Icaro” risaltò il ruoli dei fratelli Mignacca nella gestione delle estorsioni che, intanto, avevano esteso sino a Patti sempre con una certa alleanza con i Bontempo Scavo. Titolari di una attività edile a Montalbano, i Mignacca erano, quindi, uccel di bosco, da poco meno di 5 anni e 4 mesi. In questo periodo si è parlato di una copertura della latitanza in Calabria (dove Vincenzino aveva sposato Stefania Buggè, figlia di un elemento di alto calibro del clan ‘ndraghetistico di Seminara) e persino di una fuga in Romania mentre, due anni fa, pare che i due fratelli fossero scampati ad un blitz che i carabinieri effettuarono in un casolare di Randazzo. Alla fine sono stati individuati a Lentini, in quella provincia aretusea da sempre fertile terreno per la copertura ed il rifugio dei latitanti mafiosi nebroidei (Giuseppe Lazzaro, da Gazzetta del Sud, di lunedì 11 novembre 2013).

Edited by, martedì 12 novembre 2013, ore 11,30.

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