La fine della latitanza dei fratelli Mignacca (2. servizio): L’arresto dei 7 favoreggiatori, 4 sono di Tortorici. Una lunga catena di omicidi, anche per questioni d’onore

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Una rete di insospettabili fiancheggiatori ha coperto, in questi anni, la latitanza dei fratelli VINCENZINO e CALOGERO MIGNACCA, terminata domenica in un casolare di Lentini. Ieri mattina i carabinieri del Ros hanno arrestato sei persone, quattro a Tortorici e tutti in una unica frazione, quella di Marù. Quasi tutti incensurati, arrestato anche un ex carabiniere ausiliario. Foto in alto, da sx, gli arrestati (risoluzione di Giulio Schiavo): CARMELO BONTEMPO VENTRE (di Randazzo); GIUSEPPE GALATI SANSONE (di Tortorici); OSCAR GALATI SANSONE (figlio di Giuseppe); SEBASTIANO GALATI SANSONE (fratello di Giuseppe e zio di Oscar); SALVATORE LA FORNARA (di Randazzo ma originario di Tortorici); SEBASTIANO TILENNI SCAGLIONE (di Tortorici, fidanzato con la figlia di CESARE BONTEMPO SCAVO, al carcere duro da 12 anni) e GIUSEPPE CANIGLIA (di Lentini, figlio del proprietario del casolare dove i Mignacca si rifiugiavano). In un altro servizio tutti gli omicidi per i quali i MIGNACCA sono rimasti coinvolti: da quelli di MAURIZIO IOPPOLO, GIUSEPPE GUIDARA, CALOGERO MANIACI BRASONE sino a VINCENZO BARTOLONE, ucciso per avere messo gli occhi addosso all’allora fidanzata e futura moglie di VINCENZINO MIGNACCA. Ecco i due articoli in merito pubblicati oggi su Gazzetta del Sud uno a firma e l’altro con sigla del responsabile di questo sito, Giuseppe Lazzaro…

E’ scattata alle 5,30 di ieri mattina, in contrada Marù a Tortorici, l’operazione dei carabinieri del Ros che hanno arrestato i fiancheggiatori che avrebbero favorito ed aiutato la latitanza dei fratelli Vincenzino e Calogero Mignacca. A parte il figlio del proprietario del casolare dove i Mignacca sono stati arrestati, il lentinese Giuseppe Caniglia, la rete dei favoreggiatori aveva come punto cardine Tortorici e con soggetti assolutamente insospettabili oltre che incensurati, ad eccezione di una sola persona. Ecco perché gli arresti effettuati dai militari del Raggruppamento Operativo Speciale hanno lasciato di sorpresa gli abitanti della contrada oricense. In manette sono finiti Giuseppe Galati Sansone, 53 anni, il figlio Oscar Galati Sansone, 28 anni e Sebastiano Galati Sansone, 37 anni, fratello di Giuseppe e, quindi, zio paterno di Oscar. Una famiglia, questa, tutta di allevatori e con la fedina penale immacolata tanto che Oscar ha svolto, in passato, anche il servizio di leva nell’Arma dei Carabinieri da ausiliario. Un altro personaggio arrestato a Tortorici è Sebastiano Tilenni Scaglione, 27 anni, anch’egli residente in contrada Marù, allevatore con il padre, noto alle forze dell’ordine per un solo episodio per una rissa avvenuta a Capo d’Orlando, all’esterno di un locale pubblico invernale, nel 2007. Ma il Tilenni Scaglione è anche il fidanzato della figlia di Cesare Bontempo Scavo, il capo riconosciuto dell’omonimo clan di Tortorici, condannato definitivamente a diversi ergastoli e rinchiuso al “41 bis”, il regime carcere duro, dal 25 febbraio 2001. E la connivenza tra i clan dei Bontempo Scavo e quello del cosiddetto “Gruppo Mignacca”, ha fatto scrivere pagine e pagine di atti e verbalizzazioni ai pm della Dda di Messina in tutte le operazioni antimafia eseguite negli anni: “Mare Nostrum” 1 e 2, “Nebrodi”, “Romanza”, “Icaro”. A Randazzo sono stati arrestati, sempre dai carabinieri del Ros, altri due presunti favoreggiatori. Si tratta di Carmelo Bontempo Ventre, 40 anni e Salvatore La Fornara, 59 anni, quest’ultimo originario di Tortorici ma da anni residente nel centro etneo. Sul ruolo svolto da ognuno dei sei se ne saprà di più nel corso degli interrogatori ai quali i suddetti indagati, accusati del favoreggiamento della latitanza mafiosa, saranno sottoposti nelle prossime ore alla presenza dei loro legali di fiducia. La fine della latitanza dei fratelli Mignacca è stata accolta con soddisfazione anche dalla Polizia di Stato che ha lavorato alacremente, in questi anni, per assicurare alla giustizia i ricercati, così come i carabinieri che hanno raggiunto l’obiettivo. Infatti diversi sono stati i blitz e le ricerche svolti dalla polizia del commissariato di Capo d’Orlando e del posto fisso di Tortorici, su input della Questura di Messina, con perquisizioni e controlli di casolari dispersi nelle 74 contrade del centro oricense. Sull’arresto di Calogero Mignacca ed il suicidio del fratello Vincenzino, anche un commento del sindaco di Montalbano Elicona, Filippo Taranto:”Purtroppo il nome di Montalbano Elicona – dice il primo cittadino – era stato associato in modo negativo agli eventi criminosi dei fratelli Mignacca. Noi, come comune di Montalbano Elicona, abbiamo sempre fatto di tutto per combattere la malavita organizzata valorizzando continuamente il patrimonio storico e culturale del nostro paese. Come vita umana ci dispiace soltanto per la morte di Vincenzino Mignacca”.

LA CATENA DI OMICIDI

Lunga è la lista degli omicidi nei quali i fratelli Mignacca sono rimasti implicati secondo le indagini condotte dalla Dda, in particolare sulla scorta delle rivelazioni dei pentiti. Il delitto per eccellenza, quello per il quale i due fratelli sono stati condannati all’ergastolo in maniera definitiva, è l’uccisione di Maurizio Vincenzo Ioppolo, “esattore” delle tangenti per conto del clan dei Bontempo Scavo che, ad un certo punto come rivelato dal pentito di Brolo Santo Lenzo negli atti dell’operazione “Icaro”, decise di mettersi in proprio. Per questo fu eseguita la condanna a morte con l’agguato della notte fra il 5 ed il 6 febbraio 1994 all’uscita di un locale danzante di Sant’Angelo di Brolo: la vittima designata era con la moglie, non appena stava mettendo in moto la sua Renault 5 fu raggiunto dal fuoco incrociato di due pistole che lo fulminarono al volante. Secondo l’accusa e la sentenza di primo grado, confermata in Appello ed in Cassazione, a sparare furono i fratelli Mignacca in quell’occasione, essendo periodo di carnevale, travestiti da monaci. Quindi l’omicidio di Giuseppe Guidara, assassinato a colpi di fucile a Sant’Angelo di Brolo la sera della festa patronale di San Michele Arcangelo, il 29 settembre 1996. L’uomo era seguito dalla mafia nebroidea per essersi assicurato una sorta di “pizzo” sulle false assunzioni dei braccianti agricoli che non voleva spartire con i clan e, per questo, fu eliminato. Per questo omicidio, comunque, la sentenza definitiva di condanna all’ergastolo è stata emessa nei confronti del tortoriciano Sergio Antonino Carcione che sta scontando la pena al “41 bis”, il carcere duro. Dagli atti della “Icaro” arriva un altro episodio inquietante e fuori dalla lotta delle cosche per la gestione delle illecite attività. Si tratta dell’omicidio di Vincenzo Bartolone, incensurato, avvenuto a Tripi nel maggio 1996. L’accusa sostenne che l’uomo aveva rivolto delle attenzioni nei confronti di Stefania Buggè, l’allora fidanzata calabrese e poi diventata moglie di Vincenzino Mignacca. Anche per questo delitto i sospetti caddero sui Mignacca. Un’altra vicenda nella quale i due fratelli sono rimasti coinvolti è il tentato omicidio di Nunziato Alosi, avvenuto a Barcellona Pozzo di Gotto nel giugno del 1997, motivato da rivalità di mestiere ed esigenza di riaffermare il “primato” criminale nel territorio da parte dei fratelli di Montalbano Elicona che, in quel periodo, erano titolari di una impresa di attività edile. Infine il coinvolgimento, non come esecutore ma come partecipante ai summit svolti, di Vincenzino Mignacca in relazione alla decisione di uccidere Calogero Maniaci Brasone, scomparso nel nulla da Piraino la sera del 10 gennaio 1997 e mai più ritrovato.

       Giuseppe Lazzaro, da Gazzetta del Sud

Edited by, martedì 12 novembre 2013, ore 12,14.

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