L’omicidio di Beppe Alfano: Accolta la richiesta di revisione del processo per Giuseppe Gullotti. In aula il 10 ottobre

Clamorosa decisione quella adottata dalla Corte d’Appello di Reggio Calabria che ha disposto il processo di revisione nei confronti di GIUSEPPE GULLOTTI (foto in alto), considerato il capo del clan dei “barcellonesi”, condannato in via definitiva a 30 anni come mandante dell’omicidio di BEPPE ALFANO, il docente e cronista ucciso a Barcellona Pozzo di Gotto l’8 gennaio 1993. Si torna in aula il 10 ottobre per un nuovo processo…

È una decisione veramente clamorosa quella adottata dalla Corte d’Appello di Reggio Calabria che, senza esame preliminare, ha disposto il processo di revisione nei confronti di Giuseppe Gullotti, considerato il capo del clan dei “barcellonesi”, condannato in via definitiva a 30 anni come mandante dell’omicidio di Beppe Alfano, il docente e cronista ucciso a Barcellona Pozzo di Gotto l’8 gennaio 1993. Come riporta la Gazzetta del Sud in edicola stamane, l’istanza di revisione accolta e rimasta “sotto traccia” per anni, l’ha presentata nel 2016 uno dei difensori di Gullotti, l’avvocato Tommaso Autru Ryolo, del foro di Messina e, dopo l’invio degli atti da Catanzaro (prima sede di presentazione) a Reggio Calabria, è venuto a galla tutto. C’è già il decreto di citazione a giudizio – firmato il 10 maggio scorso -, del presidente della Prima sezione penale della Corte d’Appello di Reggio Calabria Filippo Leonardo. Il giorno prima della firma, il 9 maggio, l’udienza era andata a vuoto per lo sciopero dei penalisti e per la mancata notifica alle parti civili. La data di trattazione stabilita adesso è il 10 ottobre prossimo.

ALFANO-TER, CHIESTA ARCHIVIAZIONE

Beppe Alfano

La Procura di Messina – nelle scorse settimane – ha chiesto l’archiviazione sulla cosiddetta inchiesta Alfano-ter: la richiesta, che risale allo scorso mese di ottobre, alle parti è stata notificata e adesso sarà il Gip a valutare se accoglierla o meno. L’indagine riguarda l’omicidio del prof. Beppe Alfano, docente di educazione tecnica e corrispondente del quotidiano La Sicilia, ucciso l’8 gennaio 1993 sotto la sua abitazione di via Marconi, a Barcellona Pozzo di Gotto, con tre colpi di pistola calibro 22. Stando ai precedenti processi, con sentenze definitive, a sparare sarebbe stato il carpentiere di Merì Antonino Merlino, che sta scontando 21 anni e mezzo di carcere (per lui la richiesta di revisione era stata rigettata in passato) mentre il mandante sarebbe stato l’allora capo della criminalità organizzata barcellonese, Giuseppe Gullotti, arrestato nel 1999 e che, da allora, sta scontando la condanna a 30 anni di reclusione (come detto, adesso il processo d’appello verrà rifatto). Il nuovo procedimento era stato aperto nei confronti di Stefano Genovese e Basilio Condipodero, accusati di omicidio aggravato dalla premeditazione, dal metodo mafioso e dal fine di agevolare l’associazione mafiosa e porto e detenzione abusiva di arma. Il pentito Carmelo D’Amico, in passato capo del braccio armato del clan dei “barcellonesi”, che ha varcato il fronte con la giustizia quattro anni fa, in alcune verbalizzazioni rese ai magistrati della Dda di Messina, aveva ricostruito gli ultimi istanti che precedettero l’omicidio accusando Genovese di esserne stato il sicario e Condipodero il basista e, quindi, togliendo di mezzo la figura di Merlino quale killer.

Il pentito Carmelo D’Amico

“…Mio fratello – aveva detto Carmelo D’Amico ai magistrati -, dopo che uscì dal carcere nel 1995, a seguito del triplice omicidio Raimondo-Geraci-Martino (avvenuto il 4 settembre 1993 a Barcellona ndr), mi disse che quell’omicidio non era stato commesso da Antonino Merlino, che dunque era stato arrestato un innocente e che l’esecutore materiale di quel fatto di sangue era stato, in realtà, Stefano Genovese. Mio fratello non mi disse come fosse venuto a sapere queste circostanze. Per l’omicidio Alfano furono arrestati Merlino e Pippo Gullotti ma mentre Merlino non c’entrava niente, era coinvolto in pieno Gullotti…Mi pare di ricordare che mio fratello mi disse anche che all’omicidio Alfano aveva partecipato tale Basilio Condipodero, soggetto anche lui affiliato ai “barcellonesi”. Specifico però che non sono sicuro che mio fratello mi abbia riferito di tali circostanze. Mi pare di ricordare che la partecipazione di Condipodero all’omicidio Alfano me l’abbia riferita qualcun altro ma in questo momento non ricordo chi”. L’inchiesta ter, dunque, vede indagate due persone, anche se sull’intera inchiesta vige ancora oggi il massimo riserbo. Resta in primo piano anche la vicenda della mancata cattura del boss Benedetto “Nitto” Santapaola, capo dell’omonimo clan catanese, che avrebbe trascorso l’ultima fase della sua latitanza proprio nel messinese a Terme Vigliatore (Santapaola, oggi al carcere duro con l’ergastolo, venne poi arrestato nel maggio 1993 nelle campagne di Mazzarrone, in provincia di Catania). Di questo aspetto Alfano sarebbe venuto a conoscenza e, secondo quanto sostenuto dalla figlia, la ex europarlamentare Sonia Alfano, il padre venne ucciso proprio per aver rivelato all’allora sostituto procuratore di Barcellona Olindo Canali la presenza di Santapaola a Barcellona. Sempre Sonia Alfano raccontò di documenti spariti riguardanti traffici di armi e uranio sui quali il padre stava indagando. “Quegli appunti – ha ricordato in più occasioni Sonia Alfano – sono spariti da casa la sera stessa dell’omicidio, dopo la perquisizione delle forze dell’ordine. Alle 22,45 dell’8 gennaio 1993 piombarono a casa nostra oltre 50 agenti di vari corpi che portarono via numerose carte ed effetti personali ma non tutto ci è stato restituito. Tante cose, anzi, non sono state neanche verbalizzate”.

 

Il Procuratore aggiunto Vito Di Giorgio

Ma la parola fine sulla ricerca di un’altra verità potrebbe arrivare proprio da questa richiesta di archiviazione. L’atto è siglato dal Procuratore aggiunto di Messina Vito Di Giorgio. Dovrà adesso essere il Gip a valutare se accogliere o meno l’atto depositato dalla Procura. Già due volte, in precedenza, la richiesta era stata respinta ordinando nuove indagini.

            Giuseppe Lazzaro

Edited by, mercoledì 31 luglio 2019, ore 16,09.

 

 

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