Omicidio di Ignazio Artino (Mazzarrà S.A., aprile 2011): Condanna definitiva a 28 anni per Carmelo Maio

La Corte di Cassazione, confermato la sentenza della Corte d’Appello di Messina, ha condannato definitivamente a 28 anni di reclusione CARMELO MAIO (foto in alto), di Terme Vigliatore, ritenuto un affiliato al clan dei “Barcellonesi”, accusato di omicidio per avere preso parte, secondo l’accusa, all’agguato che, la sera del 12 aprile 2011, costò la vita a IGNAZIO ARTINO, elemento di spicco del clan dei “Mazzarroti”…

La Prima sezione della Corte di Cassazione, confermando la sentenza emessa dalla Corte d’Appello di Messina (presidente Maria Pina Lazzara), il 20 dicembre 2016, concedendo le attenuanti generiche, ha confermato la condanna, adesso definitiva, a 28 anni di reclusione nei confronti di Carmelo Maio, 25 anni, di Terme Vigliatore. Il giovane, ritenuto un affiliato al clan dei “Barcellonesi”, è stato definitivamente condannato per omicidio in quanto prese parte, secondo l’accusa, all’agguato che, la sera del 12 aprile 2011, costò la vita a Ignazio Artino, elemento di spicco del clan dei “Mazzarroti”. In primo grado, il 3 luglio 2015, Maio, difeso dagli avvocati Nunzio Rosso e Tommaso Calderone, venne condannato all’ergastolo dalla Corte d’Assise di Messina. Ad inguaiare il Maio, mentre si trovava ristretto in carcere a seguito dell’operazione “Mustra”, scattata nell’aprile 2012, fu Salvatore Campisi, dapprima emergente rampollo della costola dei “Barcellonesi” a Terme Vigliatore e, dal 2013, diventato collaboratore di giustizia. In una delle numerose verbalizzazioni rese agli inquirenti, Campisi rivelò che ad uccidere Artino fossero stati lui stesso e Maio, tra l’altro legati da vincoli di amicizia da prima. Ignazio Artino aveva 58 anni ed era il responsabile della gestione delle estorsioni in zona per conto della cosca dei “Mazzarroti”. Anzi, sulla sua posizione si considerava anche una possibile temporanea reggenza del clan dopo l’arresto, il 10 aprile 2008 per l’operazione “Vivaio”, del capo Tindaro Calabrese, tutt’ora ristretto al carcere duro e che aveva “sottratto” lo scettro allo storico capo Carmelo Bisognano, altro attuale pentito, durante la sua carcerazione per l’operazione “Icaro”. La sera del 12 aprile 2011 Artino stava rientrando nella sua abitazione di Mazzarrà Sant’Andrea ma venne freddato a colpi di fucile “per dare un segnale forte sull’egemonia delle nuove leve sul territorio”, come lo stesso pentito Salvatore Campisi riferì ai pm della Dda di Messina Vito Di Giorgio e Angelo Cavallo. Contro Maio non ci sono state solo le accuse di Salvatore Campisi ma anche dell’ultimo collaboratore dei “Barcellonesi” in ordine di tempo, Nunziato Siracusa, un tempo esponente di spicco del clan a Terme Vigliatore. Al termine delle arringhe difensive in appello gli avvocati Rosso e Calderone avevano comunque chiesto l’assoluzione per il loro assistito. In particolare i legali ribadirono, come avvenne al processo di primo grado, le contraddizioni emerse dalle perizie rispetto alle dichiarazioni del pentito Campisi che disse che i colpi esplosi contro Artino furono quattro: due con una doppietta da lui stesso sparati e altri due esplosi da Maio con un fucile a pompa ma furono cinque i colpi complessivamente rinvenuti dai carabinieri del Ris di Messina sul luogo dell’agguato. Quindi venne citata una captazione ambientale dove la figlia della vittima avrebbe riferito ad una persona, avendo casualmente assistito al delitto in quanto si trovava affacciata al balcone della residenza familiare: e cioè che avrebbe riconosciuto il Campisi ma non il Maio, descrivendo il secondo killer come impostato fisicamente quando il Maio, tra l’altro inteso “Spillo”, è mingherlino. Ma nei tre gradi di giudizio è stata confermata la tesi del pentito Salvatore Campisi che, a sua volta, grazie alla riduzione concessa per la sua collaborazione, per l’omicidio-Artino è stato condannato definitivamente a 13 anni più di un anno fa.

           Giuseppe Lazzaro

Edited by, giovedì 19 luglio 2018, ore 16,00.

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