Op. “Alastra”: In carcere 8 su 11 indagati, compresi Alberti e Spinnato

Otto fermi tramutati in ordinanze di custodia cautelare in carcere e 3 indagati liberi. Con varie rogatorie si sono così definiti gli interrogatori degli 11 originari fermati coinvolti nell’operazione “ALASTRA”, scattata la settimana scorsa con la quale la DDA di Palermo ha stabilito che, a San Mauro Castelverde, continua a comandare lo storico clan mafioso dei FARINELLA, privilegiando le estorsioni (nel mirino anche l’imprenditore di Castel di Lucio MICHELANGELO MAMMANA). Tra gli indagati in carcere anche due esponenti della cosca nebroidei: ANTONIO ALBERTI, di Castel di Lucio (foto in alto a sx) e GIOACCHINO SPINNATO, di Tusa (foto in alto a dx)…

Di Giuseppe Lazzaro, da Gazzetta del Sud (edizione di domenica 5 luglio 2020)

Il Gip del tribunale di Patti ha emesso una ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di Antonio Alberti, 46 anni, di Castel di Lucio e Gioacchino Spinnato, 68 anni, storico esponente della criminalità organizzata dei Nebrodi, di Tusa, fermati nell’ambito dell’operazione “Alastra” quali presunti appartenenti o fiancheggiatori del clan mafioso dei Farinella di San Mauro Castelverde. Alberti e Spinnato sono accusati di avere operato al fianco di Giuseppe Farinella, Giuseppe Scialabba e Francesco Rizzuto, intervenendo con un ruolo centrale ed in modo consapevole nelle dinamiche estorsive perpetrate ai danni dell’imprenditore di Castel di Lucio Michelangelo Mammana, sottoposto ad estorsione da parte del clan madonita. Per rogatoria il Gip di Vicenza ha invece disposto l’immediata scarcerazione di Antonino Dimaggio, 63 anni, difeso dall’avvocato Santo Vincenzo Trovato, del foro di Patti. Fermo non convalidato e scarcerazione, disposta dal Gip di Termini Imerese Valeria Gioeli, anche per Rosolino Anzalone, 56 anni, difeso dall’avvocato Michele Rubino e Pietro Ippolito, 60 anni, assistito dall’avvocato Domenico Trinceri. Lo stesso giudice ha emesso ordinanza di custodia cautelare in carcere per Giuseppe Scialabba, 35 anni, Mario Venturella, 57 anni e Vincenzo Cintura, 47 anni, per i quali ha disposto la custodia cautelare in carcere. Restano in cella anche Domenico Farinella, 60 anni (la convalida è avvenuta a Pavia) e suo figlio Giuseppe, 27 anni (l’unico che è comparso davanti al Gip di Palermo, Rosario Di Gioia). Si tratta, rispettivamente, del figlio e nipote (stesso nome) del capo storico del clan, Giuseppe Farinella, deceduto per cause naturali alcuni anni fa. Stessa decisione è stata presa per Francesco Rizzuto, 51 anni, dal Gip di Trapani. L’inchiesta, coordinata dal procuratore aggiunto Salvatore De Luca e dai sostituti procuratori della Dda di Palermo Bruno Brucoli e Gaspare Spedale, ha consentito di ricostruire come il boss Domenico Farinella, dopo la recente scarcerazione seguita ad una lunga reclusione in carcere, avrebbe continuato a controllare il suo “feudo”. L’operazione, scattata martedì scorso ed eseguita dai carabinieri, aveva portato al fermo di 11 persone (adesso sono 8 arrestati in carcere e 3 liberi), accusate a vario titolo di associazione mafiosa, estorsione, trasferimento fraudolento di beni, corruzione, atti persecutori, furto aggravato e danneggiamento. Sono emersi anche diversi episodi estorsivi e come, secondo l’accusa, sarebbero state imposte persino forniture di carne a commercianti e imprenditori.

Di Giuseppe Lazzaro, da Gazzetta del Sud (Pagina Sicilia, edizione di giovedì 2 luglio 2020)

C’è anche l’imprenditore di Castel di Lucio Michelangelo Mammana nell’elenco delle vittime delle estorsioni praticate, secondo le indagini, dal clan mafioso dei Farinella di San Mauro Castelverde. Lo si legge negli atti dell’operazione “Alastra” (in alto il cartellone del blitz), scattata martedì, con i carabinieri del Comando Provinciale di Palermo che hanno eseguito undici fermi di persone accusate, a vario titolo, di associazione mafiosa, estorsione, trasferimento fraudolento di beni, corruzione, atti persecutori, furto aggravato e danneggiamento, su inchiesta coordinata dalla DDA di Palermo. E Michelangelo Mammana non è nuovo a richieste estorsive che, in passato, ha anche coraggiosamente denunciato. Già nel 2013, nell’ambito dell’operazione “Black Cat”, eseguita dai carabinieri della Compagnia di Termini Imerese, era emerso che l’imprenditore castelluccese era stato oggetto di “attenzioni estorsive” da parte dei responsabili del mandamento di San Mauro Castelverde. Lo stesso imprenditore è risultato vittima di propositi estorsivi da parte di alcuni esponenti del clan mafioso di Polizzi Generosa, come risulta negli atti delle inchieste della DDA di Messina che ha decapitato, negli anni, i clan di Tortorici dei Batanesi e dei Bontempo Scavo. Adesso, per l’operazione “Alastra”, le indagini hanno consentito di monitorare, praticamente in diretta, la fase esecutiva di due distinte estorsioni, di cui la prima già in parte perfezionata, ai danni dell’imprenditore Mammana, con riguardo alla quale sono sorti alcuni contrasti in merito al pagamento dell’ultima tranche di 5.000 euro ed alla destinazione del denaro alla cassa della cosca. Nello specifico agli atti si legge della richiesta estorsiva inoltrata da Antonio Alberti per conto del mandamento di San Mauro e che il denaro, 20.000 euro in contanti, corrisposto dalla vittima, era stato invece ricevuto dall’imprenditore caseario Pietro Ippolito, che aveva taciuto l’incasso ai Farinella trattenendo il denaro per sé. Antonio Alberti, di Castel di Lucio, è uno dei fermati di martedì. Dalle indagini si evince chiaramente che l’Ippolito, dopo essere stato aspramente rimproverato dal duo Scialabba-Farinella, ha dovuto ammettere che il denaro doveva essere restituito ai vertici della famiglia di San Mauro. “Inoltre – è riportato nell’ordinanza – nei frangenti monitorati l’imprenditore Mammana ha effettuato un ultimo pagamento pari a 5.000 euro, soddisfacendo così per intero la pretesa estorsiva. Il monitoraggio di Scialabba Giuseppe ha consentito di evidenziare e valorizzare i suoi contatti con Alberti Antonio, allevatore originario di Castel di Lucio. I due, senza mai menzionarne il motivo e utilizzando modalità comunicative palesemente criptiche, hanno sovente fissato appuntamenti presso l’abitazione rurale dell’Alberti o nel centro nebroideo. Il tenore riservato delle telefonate e dei loro appuntamenti emergeva con tutta chiarezza nelle conversazioni censite a partire dal 13 marzo 2018, data in cui Alberti contattava Scialabba per informarlo che non era ancora andato a controllare come fossero le “provole”, uno scambio di informazioni apparentemente legato al rispettivo ambito lavorativo di entrambi. La successione cronologica, gli avvenimenti ed i riscontri effettuati – scrivono i magistrati – consentiva di acclarare che il riferimento alle “provole” (termine utilizzato in più telefonate) costituiva un espediente per organizzare appuntamenti finalizzati, piuttosto, a discutere delle estorsioni ai danni dell’imprenditore Mammana.

Edited by, lunedì 6 luglio 2020, ore 11,12. 

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