Op. “Concussio”: Condannati Pino Lo Re e la zia (+6). Assolto l’ex consigliere di Mistretta Vincenzo Tamburello

   

Operazione “Concussio”: le mani della mafia sul patrimonio artistico dei beni di Fiumara d’Arte di Tusa. L’operazione, scattata il 20 aprile 2018, ha registrato ieri sera il primo verdetto al Tribunale di Patti: assolto il commercialista ed ex consigliere comunale di Mistretta VINCENZO TAMBURELLO (foto in alto a dx), condannati a 7 anni e 6 mesi GIUSEPPE LO RE, detto Pino (foto in alto a sx), di Caronia e a 3 anni la zia, ISABELLA DI BELLA, cartomante di Acquedolci. Per l’altro capo di imputazione, il trasferimento fraudolento di beni, altre sei condanne fra 2 anni e 4 mesi e 2 anni. Tutti i dettagli e la ricostruzione della vicenda…

Il collegio giudicante del Tribunale di Patti (presidente Ugo Scavuzzo, a latere Francesco Torre ed Eleonora Vona), ieri sera, dopo tre ore di camera di consiglio, ha assolto l’ex consigliere comunale di Mistretta, il commercialista Vincenzo Tamburello e condannato Giuseppe, detto Pino, Lo Re, di Caronia a 7 anni e 6 mesi di reclusione e 2.500 euro di multa e la zia di questi, Isabella Di Bella, cartomante di Acquedolci, a 3 anni di reclusione e 2.100 euro di multa: nipote e zia sono stati accusati di tentata estorsione in concorso, aggravata dal metodo mafioso, la stessa accusa mossa al Tamburello che, invece, ha avuto la piena assoluzione dopo un’appassionata, puntigliosa e ricca di particolari sullo stato delle indagini svolte, arringa del legale di fiducia, l’avvocato Alessandro Pruiti Ciarello (nella difesa di Tamburello è stato impegnato anche l’avvocato Eugenio Passalacqua).

L’avvocato Alessandro Pruiti Ciarello

Tamburello venne arrestato nel corso dell’operazione, scattata il 20 aprile 2018 e si trovava, dopo tanti mesi trascorsi in carcere, ai domiciliari. Giuseppe Lo Re, detto Pino, difeso dall’avvocato Giuseppe Serafino, è ritenuto esponente di spicco del sodalizio mafioso di Mistretta, sottoposto ad altri procedimenti, con i beni sequestrati e confiscati per un valore di 25 milioni di euro, allo stato ai domiciliari. Isabella Di Bella, attualmente sottoposta all’obbligo di dimora, è difesa dall’avvocato Alvaro Riolo. 

Gli altri sei imputati accusati, in concorso con Giuseppe Lo Re, di intestazione fittizia di beni, sono stati condannati rispettivamente a 2 anni e 4 mesi la rumena Annamaria Hristache, difesa dall’avvocato Lucio Di Salvo; 2 anni per Giuseppe Belvedere, la bulgara Dimitrina Dimitrova, il rumeno Florian Florea, la bulgara Dimona Dimitrova Gueorguieva e a 2 anni e 2 mesi Mario Bonelli.

Lo scorso 5 febbraio il pm Francesco Massara, sostituto procuratore della Dda di Messina, a conclusione della requisitoria, aveva chiesto 46 anni di carcere, nel dettaglio: 14 anni e 10.000 euro di multa per Lo Re; 8 anni e 10.000 euro di multa per Tamburello; 8 anni e 10.000 euro di multa per la Di Bella; 3 anni per Belvedere; 4 anni per Bonelli; 2 anni a testa per la Dimitrova (residente a Caronia), Florea (domiciliato a San Filippo del Mela), la Gueorguieva (residente a Caronia); 3 anni e 6 mesi per la Hristache (domiciliata a Torrenova). Le motivazioni della sentenza saranno depositate entro novanta giorni.

Costituiti parte civile al processo il Centro studi “Pio La Torre” di Palermo, rappresentato dall’avvocato Nicola Marchese e la FAI, la Federazione Antiracket Italiana, rappresentata dall’avvocato Mario Ceraolo.

L’OPERAZIONE

L’operazione, scattata il 20 aprile 2018, è scaturita dagli esiti di una complessa indagine condotta, sin dal 2015, dal Nucleo Investigativo dei carabinieri di Messina – coordinata dai sostituti procuratori della DDA Angelo Cavallo (oggi Procuratore capo a Patti) e Vito Di Giorgio (oggi Procuratore aggiunto a Messina) – nei confronti della famiglia mafiosa di Mistretta, che ha permesso di disvelare un tentativo di estorsione – posto in essere da un consigliere comunale di Mistretta, il Tamburello, in concorso con altri due soggetti, di cui uno già destinatario di un provvedimento di sequestro dei beni, Giuseppe Lo Re, in ragione della sua riconosciuta intraneità a Cosa nostra palermitana (mandamento di San Mauro Castelverde) – ai danni di due imprenditori titolari dell’impresa “Pegaso” di Brolo, Rosario Fortunato e la moglie Barbara Scaffidi, aggiudicatari dell’appalto, del valore di circa 1 milione di euro, indetto dal citato Comune e finanziato dall’Unione Europea per la riqualificazione dei dodici siti dove sono installate le opere d’arte contemporanea che costituiscono il noto percorso culturale Fiumara d’Arte del maestro Antonio Presti. Le investigazioni, che avevano già consentito di trarre in arresto, il 6 ottobre 2017, una coppia di imprenditori edili per trasferimento fraudolento di valori, hanno altresì permesso di documentare l’intestazione fittizia, in favore dei complici di due locali notturni ed uno stabilimento balneare ed un’attività di compravendita on line di auto usate, attività ubicate a Torrenova e Nicosia (due night club) e un lido a Santo Stefano di Camastra. Venne data anche esecuzione ad un decreto di sequestro preventivo disposto nei confronti delle medesime attività commerciali, del loro compendio aziendale, dei conti correnti e depositi bancari, nonché di cinque autovetture nella disponibilità degli indagati, per un valore complessivo di oltre 2 milioni di euro. L’inchiesta è stata avviata nel settembre 2015 quando una coppia di coniugi imprenditori edili, i titolari della “Pegaso”, si rivolgeva ai carabinieri del Comando Provinciale di Messina raccontando di essere vittima di un tentativo di estorsione. Gli imprenditori si erano aggiudicati, a seguito di una pronuncia giurisdizionale del Tar di Catania conseguente ad un ricorso, l’appalto indetto dal Comune di Mistretta per i lavori di  valorizzazione e fruizione del patrimonio artistico contemporaneo nebroideo denominato Fiumara d’Arte – opere finanziate dalla Comunità Europea, con un importo a base d’asta pari ad 1 milione di euro ed aggiudicati alla sua A.T.I. (Associazione Temporanea d’Imprese) con un’offerta pari a 802.000 euro e spiegava che era stata avvicinato dal consigliere comunale di Mistretta Vincenzo Tamburello, il quale gli aveva rappresentato che la ditta che aveva ottenuto l’appalto prima del suo ricorso aveva già versato la somma di 50.000 euro ad alcuni soggetti del luogo, i quali li avevano successivamente restituiti dal momento che quella ditta era stata poi estromessa dai lavori. Pertanto il Tamburello  gli aveva richiesto  di corrispondere la somma di 35.000 euro – da devolvere ad una donna che veniva indicata come la “signorina” la quale aveva un fratello detenuto (per le cui spese legali sarebbero stati destinati i soldi versati alla donna) – e, inoltre, lo invitava ad assumere nei  propri cantieri tre operai dei quali gli avrebbe successivamente indicato i nomi e infine lo esortava a  rifornirsi del conglomerato cementizio presso l’impianto dei fratelli Lamonica di Caronia e assicurandogli che assolvendo a questi obblighi, non ci sarebbe stata alcuna richiesta estorsiva né danneggiamenti di sorta aggiungendo che, per il resto delle ulteriori  forniture, egli avrebbe potuto rivolgersi al libero mercato. Le investigazioni immediatamente avviate attraverso servizi di osservazione, intercettazioni telefoniche e acquisizioni documentali, permettevano di riscontrare le prime dichiarazioni rese informalmente dall’imprenditore ampliandole ed identificando i complici di Tamburello e ricostruendo i rapporti tra loro. La donna citata come la “signorina” è stata identificata in Maria Rampulla, deceduta nel maggio 2016, sorella di Pietro (condannato per essere stato l’artificiere della strage di Capaci ed all’epoca dei fatti detenuto) e di Sebastiano, storico capo della “famiglia di Mistretta”, deceduto nel 2010. Gli ulteriori due complici sono stati identificati in Giuseppe Lo Re detto Pino, di Caronia, personaggio ritenuto intraneo all’associazione mafiosa e colpito da una misura di prevenzione personale e patrimoniale nel 2015 e dalla zia di questi, Isabella Di Bella, una cartomante di Acquedolci alla quale, durante le vicissitudini che avevano preceduto l’aggiudicazione dell’appalto, l’imprenditrice si era rivolta per domandare quale sarebbe stata la sorte della controversia sull’appalto. La Di Bella, avendo appreso di questa situazione, la volgeva a proprio favore, facendo apparire necessario ai coniugi l’intervento del nipote presentato come persona di rispetto ed in grado di intervenire in loro favore in relazione all’aggiudicazione dell’appalto ed al contenzioso aperto di fronte al Tar. I due imprenditori accettavano l’aiuto ed incontravano il Lo Re in uno dei suoi night club. Pino Lo Re – in questo primo incontro – riferiva ai coniugi che la ditta che precedentemente era stata aggiudicataria aveva comprato l’appalto versando 50.000 euro e che egli avrebbe attivato un amico per intervenire in loro favore nella gara. I due erano stati successivamente contattati da Vincenzo Tamburello con il quale si incontravano all’interno del Comune di Mistretta. Questi confermava la versione fornita da Lo Re. Quando nel settembre 2015 il Tar di Catania ha dato ragione ai due imprenditori, il Lo Re dapprima attraverso la Di Bella e, successivamente di persona, avanzava ai coniugi la richiesta di denaro e le altre richieste specificando che erano state concordate con la “signorina”. I due imprenditori, che attraverso ricerche su internet acquisivano notizie sulla caratura criminale del Lo Re, si preoccupavano e rappresentavano a Tamburello la richiesta ricevuta da Lo Re e questi, per nulla sorpreso, riferiva loro di aspettare spiegando che sarebbe stato lui a dare loro le indicazioni in merito al pagamento, con il ciò dimostrando quasi una sovra ordinazione rispetto al Lo Re. Solo successivamente, molti mesi dopo, quando ormai le indagini avevano in gran parte dipanato la vicenda, gli imprenditori, superati i timori che gli avevano inculcato i soggetti coinvolti nell’estorsione, integravano le prime sommarie indicazioni fornite ai carabinieri con ulteriori dettagli che permisero agli inquirenti di ricostruire completamente la vicenda. Inoltre le indagini accertarono come il Lo Re, in ragione della sottoposizione ad una misura di prevenzione personale e patrimoniale, al fine di sottrarsi ad eventuali ulteriori provvedimenti ablativi, attraverso dei complici (undici iniziali, di cui cinque stranieri) che nel tempo si sono prestati a fare da teste di legno alle sue attività economiche – tutti colpiti dalla misura cautelare dell’obbligo di presentazione alla P.G. – , gestisse di fatto due night club, uno a Torrenova ed uno a Nicosia, un lido balneare a Santo Stefano di Camastra ed un’attività di compravendita di auto usate esercitata principalmente attraverso la vendita on line. In particolare, l’attività investigativa accertò che il Lo Re disponeva dei conti correnti bancari delle società ancorché formalmente intestati ai fittizi titolari nonché come lo stesso gestisse quotidianamente i suoi night club occupandosi personalmente del reclutamento e del pagamento delle ragazze impiegate. Tornando al Tamburello accuse tutte crollate al dibattimento e la cui vicenda giudiziaria è stata il trampolino di lancio per lo scioglimento del consiglio comunale di Mistretta per infiltrazioni mafiose e con il commissariamento tutt’ora in atto.       

             Giuseppe Lazzaro

Edited by, giovedì 13 febbraio 2020, ore 11,02. 

 

 

 

 

 

 

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