Op. “Gotha 7”: In appello 26 condanne e 4 assoluzioni

Ventisei condanne, alcune con riduzione di pena e in continuazione con altre sentenze e quattro assoluzioni per gli imputati che, in primo grado, furono giudicati con il rito abbreviato. E’ questa la decisione della Corte d’Appello di Messina per l’operazione “GOTHA 7” (foto in alto il cartellone del blitz), scaturita dall’inchiesta della Dda di Messina sui clan mafiosi del barcellonese e scattata il 24 gennaio 2018. Il quadro completo che comprende anche 3 abbreviati di primo grado e 5 patteggiamenti…

Ventisei condanne, alcune con riduzione di pena e in continuazione con altre sentenze e quattro assoluzioni. E’ questa la decisione della Corte d’Appello di Messina per l’operazione “Gotha 7”, scaturita dall’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Messina che svelò come la “famiglia” mafiosa barcellonese stesse cercando di ricompattarsi attorno a vecchie e nuove figure imponendo estorsioni a commercianti e imprenditori. La Corte d’Appello, modificando parzialmente la sentenza di primo grado con il rito abbreviato, ha deciso per alcuni condanne in continuazione con altre sentenze mentre per altri ha disposto la conferma. Tre le assoluzioni piene, due quelle parziali.

IL QUADRO

Sono stati quindi condannati:

Mariano Foti a 8 anni; Domenico Giuseppe Molino a 5 anni e 4 mesi, entrambi sono stati assolti da alcune accuse. Inoltre sono stati condannati in continuazione con altre sentenze: Antonino Bellinvia a 2 anni; Santino Benvenga 9 anni; Tindaro Calabrese 2 anni e 8 mesi; Salvatore Chiofalo 10 anni; Alessandro Crisafulli 2 anni e 8 mesi; Antonino D’Amico 8 anni; Francesco Foti 6 anni; Massimo Giardina 8 anni e 4 mesi; Ottavio Imbesi 2 anni e 4 mesi; Carmelo Francesco Messina 5 anni; Massimiliano Munafò 3 anni; Salvatore Santangelo 4 anni; Carmelo Tindaro Scordino 5 anni; Tindaro Santo Scordino 2 anni; Sergio Spada 5 anni; Antonio Giuseppe Treccarichi 2 anni; Carmelo Salvatore Trifirò 2 anni e 8 mesi.

Confermata la sentenza del Gup in primo grado con l’abbreviato per: Antonino Antonuccio (6 anni); Agostino Milone (11 anni); Fabrizio Garofalo (9 anni); Giuseppe Antonio Impalà (9 anni); Sebastiano Chiofalo (9 anni); Domenico Chiofalo (1 anno e 6 mesi).

La Corte d’Appello ha invece assolto Antonino De Luca Cardillo, Carmela Milone, Antonino Polito. Il processo di primo grado si era concluso ad aprile 2019 con 29 condanne per un totale di circa 180 anni di reclusione ed una assoluzione. Questa la decisione di allora:

Le 29 condanne andavano da 1 anno e 6 mesi fino a 12 anni. La condanna più elevata a 12 anni venne disposta per Antonino D’Amico e Agostino Milone mentre 11 anni furono inflitti a Giuseppe Domenico Molino. Condanna a 9 anni e 6 mesi per Mariano Foti mentre 9 anni per Sebastiano Chiofalo, Fabrizio Garofalo, Giuseppe Antonio Impalà. Condanna a 4 anni in continuazione con un’altra sentenza per Tindaro Calabrese. Nel dettaglio: Antonino Antonuccio 6 anni; Antonino Bellinvia 3 anni; Santino Benvenga, 7 anni; Tindaro Calabrese 4 anni; Gianni Calderone 7 anni; Domenico Chiofalo 1 anno e 6 mesi; Salvatore Chiofalo 8 anni, Sebastiano Chiofalo 9 anni; Alessandro Crisafulli 8 anni; Antonino D’Amico 12 anni; Antonino De Luca Cardillo 3 anni; Francesco Foti 7 anni e 6 mesi; Mariano Foti 9 anni e 6 mesi; Fabrizio Garofalo 9 anni; Massimo Giardina 7 anni; Ottavio Imbesi 5 anni; Giuseppe Antonio Impalà 9 anni; Alessandro Maggio assolto; Francesco Carmelo Messina 8 anni; Agostino Milone 12 anni; Carmela Milone 2 anni; Domenico Giuseppe Molino 11 anni; Massimiliano Munafò 4 anni; Antonino Polito 2 anni; Salvatore Santangelo 4 anni; Carmelo Tindaro Scordino 8 anni; Santo Tindaro Scordino 3 anni; Sergio Spada 8 anni; Antonio Giuseppe Treccarichi 4 anni e Carmelo Salvatore Trifirò 4 anni.

ABBREVIATO: TRE CONDANNE

Tre imputati, che avevano scelto di essere giudicati con il rito abbreviato dopo il cambio di imputazione, sono stati condannati l’1 giugno scorso dal tribunale di Barcellona Pozzo di Gotto nell’ambito di uno dei tronconi giudiziari dell’operazione “Gotha 7”. Il tribunale ha inflitto la condanna a 7 anni e 2 mesi di reclusione a Francesco Salamone, detto Carmelo, un passato da ex consigliere comunale di Terme Vigliatore e noto nel mondo calcistico provinciale per essere stato prima un ottimo difensore e poi un eccellente allenatore e direttore sportivo in particolare della compagine termale della Ciappazzi. I pm della Dda Francesco Massara e Francesco Monaco, a conclusione della requisitoria, avevano chiesto una pena maggiore, a 11 anni. Salamone è accusato di concorso esterno all’associazione mafiosa e tentata estorsione con metodo mafioso.

Condanna a 10 anni (richiesta 14 anni) per l’imprenditore di Terme Vigliatore Salvatore Piccolo per associazione mafiosa, tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso e intestazione fittizia del “Lido di Venere” della società Stea. Infine Francesca Cannuli, originaria di Messina e residente a Terme Vigliatore, moglie di Tindaro Carmelo Scordino (condannato a 8 anni in appello come visto sopra), è stata condannata a 8 anni e 4 mesi, pena più alta rispetto alla richiesta formulata dall’accusa (6 anni). La donna è accusata di avere recapitato ordini del marito ad altri affiliati del clan dei “Barcellonesi” e, quindi, accusata di associazione mafiosa. Nel contempo Salamone e Piccolo hanno incassato un’assoluzione parziale in merito ad un caso di violenza privata nei confronti dell’imprenditore Giuseppe Torre, di Terme Vigliatore.

I PATTEGGIAMENTI

Cinque patteggiamenti erano stati disposti dal Gup del tribunale di Messina Salvatore Mastroeni, il 14 gennaio 2019. Si tratta di Agostino Campisi, di Terme Vigliatore; Antonino Merlino, di Merì; Aurelio Micale, di Barcellona Pozzo di Gotto, poi diventati collaboratore di giustizia; Angelo Porcino, di Barcellona e Maurizio Trifirò, di Rodì Milici. Queste le pene disposte in continuazione con altre sentenze dal giudice:

Agostino Campisi, 6 mesi di reclusione e 700 euro di multa; Antonino Merlino, 7 anni e 6.000 euro di multa; Aurelio Micale, 6 mesi – in “continuazione” con la pena di 6 anni e 8 mesi decisa a suo carico nel 2014; Angelo Porcino, 8 anni, 1 mese e 10 giorni e 11.853 euro di multa; Maurizio Trifirò, 1 anno e 7.500 euro di multa – in “continuazione” con la sentenza dell’operazione “Gotha 5”.

L’OPERAZIONE

Era scattata il 24 gennaio 2018, in provincia di Messina ed in altre località del territorio nazionale, l’operazione “Gotha 7” con la quale i carabinieri del Comando di Provinciale di Messina e del ROS e la Polizia di Stato, eseguirono una ordinanza di custodia cautelare emessa dal Gip del tribunale di Messina, sulla base della richiesta della DDA di Messina, a carico di 40 soggetti gravemente indiziati, a vario titolo, dei delitti di associazione di tipo mafioso e di numerosissimi reati, quali estorsione (consumata e tentata), rapina, trasferimento fraudolento di valori, reati in materia di armi e violenza privata, reati aggravati dal cosiddetto metodo mafioso per aver fatto parte dell’associazione mafiosa denominata “Famiglia barcellonese” riconducibile a “Cosa Nostra” ed operante prevalentemente sul versante tirrenico della provincia di Messina. L’operazione, sulla scia di quelle precedenti iniziate il 24 giugno 2011, venne denominata “Gotha 7”. I carabinieri diedero esecuzione al provvedimento a carico di 29 soggetti (22 in stato di libertà e 7 già detenuti per altra causa) mentre, contestualmente, la Polizia di Stato diede esecuzione al medesimo provvedimento nei confronti degli ulteriori 11 soggetti (8 in stato di libertà e 3 già detenuti per altra causa). L’indagine costituiva la fase più recente e numericamente più consistente della manovra di contrasto condotta da Arma dei Carabinieri e Polizia nell’ultimo decennio e che ha consentito di disarticolare sistematicamente la “famiglia” mafiosa barcellonese. In particolare, la misura cautelare segue le precedenti operazioni “Gotha” compiute negli ultimi anni dai carabinieri del Comando Provinciale di Messina, del ROS e dalla Polizia di Stato e scaturiva dagli esiti delle attività d’indagine condotte dalla Compagnia carabinieri di Barcellona Pozzo di Gotto, dalla Sezione Anticrimine di Messina, dalla Squadra Mobile di Messina e dal Commissariato P.S. di Barcellona P.G., che hanno avuto originariamente ad oggetto il riscontro delle dichiarazioni del capo mafia Carmelo D’AMICO, tratto in arresto il 30 gennaio 2009 a seguito dell’operazione “POZZO” e di alcuni altri esponenti di spicco della medesima consorteria (tra cui i collaboratori di giustizia Salvatore CAMPISI, Franco MUNAFÒ e Alessio ALESCI), anch’essi destinatari di analoghe misure cautelari (operazioni “GOTHA 4” e “5”), condotte a termine dall’Arma e dalla Polizia di Stato rispettivamente nel 2013 e nel 2015. L’inchiesta, che colpiva vertici e affiliati alla fazione più ortodossa e militarmente organizzata della criminalità mafiosa della provincia peloritana, capace di documentate interlocuzioni con esponenti di Cosa nostra palermitana e catanese, ha consentito, da un lato, di documentare come il sodalizio sia stato sistematicamente in grado di riorganizzare i propri assetti interni a seguito delle operazioni di polizia che, nell’ultimo decennio, ne hanno ripetutamente decimato le fila e, dall’altro, di fare piena luce su decine di episodi estorsivi, verificatisi nell’area tirrenica barcellonese tra il 1990 e il dicembre 2017, individuandone puntualmente mandanti ed esecutori materiali. Come emerge dall’ordinanza di custodia cautelare il sodalizio criminale, avvalendosi della forza intimidatrice promanante dal vincolo associativo e dalla condizione assoluta di assoggettamento ed omertà che ne derivava sul territorio, programmava e commetteva delitti della più diversa natura, contro la persona, il patrimonio, la pubblica amministrazione, l’ordine pubblico ed altro, con l’obiettivo precipuo di acquisire in forma diretta e indiretta la gestione ed il controllo di attività economiche, di appalti pubblici, di profitti e vantaggi ingiusti per l’associazione. Inoltre, per raggiungere questi fini, si avvaleva di un consistente arsenale di armi micidiali, necessarie al clan per affermare il controllo criminale nell’area di riferimento e non esitava a porre in essere condotte violente nei confronti dei pochi che osavano rompere il diffuso muro di omertà relativo alla sistematica attività estorsiva posta in essere nei confronti dei locali imprenditori. Sono circa una trentina gli episodi estorsivi ricostruiti dalle indagini. A tal riguardo si evidenzia che alcuni degli arrestati si dedicavano stabilmente al racket delle estorsioni. Il “modus operandi” prevedeva dapprima il collocamento di una bottiglia con liquido infiammabile nei pressi della saracinesca dell’esercizio commerciale e, successivamente, “l’avvicinamento” da parte di taluni degli arrestati per richiedere il pagamento del “pizzo”, da corrispondere, di norma, in occasione delle festività di Natale, Pasqua e Ferragosto. Come è emerso dalle indagini, inoltre, oggetto delle estorsioni, talvolta, non era il solo “pizzo” ma anche quello di subentrare nei lavori pubblici, imponendo agli imprenditori titolari degli appalti, il sub-appalto in favore delle ditte controllate dagli esponenti dell’associazione. In taluni casi alcuni titolari di un esercizio commerciale sono stati vittime di rapina a mano armata col fine di finanziare la predetta consorteria barcellonese. Tra gli episodi più eclatanti si segnalano: oltre una ventina di commercianti – di genere di ogni specie (dal più piccolo esercizio commerciale ai più rilevanti), nonché una decina di imprenditori vittime di costanti episodi estorsivi, commessi con le modalità sopra descritte; degli arrestati, in una circostanza, hanno selvaggiamente picchiato un imprenditore edile che aveva osato “pretendere” il legittimo compenso a fronte di una precedente fornitura di calcestruzzo in favore di uno degli associati; l’imposizione, attraverso una società di comodo operante nel settore della vigilanza privata, della guardiania a tutti i vivaisti del comprensorio barcellonese (in particolar modo a Terme Vigliatore), oppressi dai continui furti. Nell’ambito dell’indagine è emerso anche il movente della brutale aggressione avvenuta, nel settembre del 2017, in pieno giorno e nel centro di Barcellona, nei confronti di un professionista barcellonese, Luigi La Rosa, ex presidente dell’Aias (Associazione italiana assistenza spastici) di Milazzo, il quale si era “permesso” di denunciare un’estorsione commessa ai suoi danni da tre membri dell’associazione, successivamente condannati per tale reato alla pena di oltre 8 anni di reclusione. E’ stato accertato che l’associazione aveva la disponibilità di enormi quantità di armi da sparo, comuni e da guerra. Infatti, sono stati rinvenuti nell’ambito delle indagini – in due distinte perquisizioni nel territorio di Barcellona – due consistenti arsenali di armi appositamente reperite ed occultate dagli appartenenti all’associazione, al fine di garantirsi il pieno controllo del territorio. In particolare vennero rinvenuti quattro pistole semiautomatiche ed un revolver di grosso calibro, due fucili a pompa nonchè un fucile mitragliatore da guerra unitamente a centinaia di munizioni di vario genere e calibro. Nel corso delle indagini sono state individuate due società, riconducibili a cinque esponenti dell’associazione che, al fine di eludere le disposizioni di legge in materia di misure di prevenzione patrimoniale, erano state attribuite fittiziamente a due prestanome – incensurati – quali teste di legno. In particolare era stata trasferita in un caso la disponibilità del compendio aziendale e, nell’altro, era stato affidato in locazione un ramo d’azienda.       

          Giuseppe Lazzaro

Edited by, venerdì 24 luglio 2020, ore 11,43.

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