Op. “Majari”: TdR, in 4 restano in carcere e 3 ai domiciliari

Regge, davanti al Tribunale del Riesame di Messina, il teorema accusatorio dell’operazione “MAJARI” (foto in alto il cartellone), condotta dagli agenti della sezione di polizia giudiziaria del tribunale di Patti ed eseguita, lo scorso 12 maggio, dagli agenti di polizia dei Commissariati di Capo d’Orlando e Patti. Le accuse per gli indagati, a vario titolo, sono di associazione a delinquere finalizzata alla truffa aggravata, violenza privata e tentata estorsione. In 4 restano in carcere, 3 ai domiciliari, un solo indagato passa dagli arresti domiciliari all’obbligo di presentazione alla p.g…

Regge, davanti al Tribunale del Riesame di Messina (presidente Massimiliano Micali, componenti Maria Vermiglio e Miraglia) il teorema accusatorio dell’operazione “Majari”, coordinata dal Procuratore di Patti Angelo Cavallo e dai sostituti procuratori Alessandro Lia e Federica Urban, condotta dagli agenti della sezione di polizia giudiziaria del tribunale di Patti ed eseguita, lo scorso 12 maggio, dagli agenti di polizia dei Commissariati di Capo d’Orlando e Patti. Le accuse per gli indagati, a vario titolo, sono di associazione a delinquere finalizzata alla truffa aggravata, violenza privata e tentata estorsione.

Il TdR ha confermato la detenzione in carcere per Elvira Parisi, Dorina Negru Rodica, Lidia Messina (ristrette nella sezione femminile del carcere di Messina Gazzi) e Gino Paterniti (detenuto alla Casa circondariale “Madia” di Barcellona Pozzo di Gotto). Alla Parisi e al Paterniti, comunque, il TdR ha annullato alcuni dei capi di imputazione contestati (i due sono difesi dagli avvocati Alessandro Pruiti Ciarello e Tonino Ricciardo). Rimangono agli arresti domiciliari Teresa Prinzi, Gaetano Capra e Francesco Ranno, ex compagno della suddetta Dorina Negru Rodica. Come riportato ieri, unico provvedimento accolto in toto dalla difesa, rappresentata dall’avvocato Bernardette Grasso, nei confronti di Rosario Lombardo Facciale, originario di Tortorici, residente a Rocca di Caprileone, adesso all’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria dopo quasi un mese di arresti domiciliari.

L’OPERAZIONE

A capo del sodalizio criminale vi erano PARISI Elvira, di Santo Stefano di Camastra e PATERNITI Gino, di Tortorici, detto “il conte”, promotori ed organizzatori della compagine associativa, i “perni” del sodalizio, fantomatici operatori dell’occulto, in continuo contatto tra loro, i quali si consigliavano sulle migliori “strategie” da adottare per “gestire” i clienti, che sovente si scambiavano, ripartendosi in percentuale i guadagni così illecitamente ottenuti.

NEGRU RODICA Doina, rumena e domiciliata a Capo d’Orlando, svolgeva un ruolo di collegamento tra i due indagati principali, PARISI Elvira e PATERNITI Gino, forniva assistenza nell’attività esoterica, interpretava il ruolo della fantomatica “Alessia” (donna dall’accento straniero) per la circonvenzione delle vittime, metteva a disposizione la propria carta Postepay per riceverne i pagamenti.

La stefanese MESSINA LIDIA, molto vicina a PARISI Elvira, le forniva costante assistenza, dandole suggerimenti e consigli, individuando, procacciando e gestendo numerose vittime, interpretando in alcuni casi il ruolo della fantomatica “Ester”.

PRINZI Teresa, anch’essa di Santo Stefano di Camastra, detta “Titti”, nipote di PARISI Elvira, forniva assistenza alla propria zia nella circonvenzione di diverse vittime.

LOMBARDO FACCIALE Rosario, originario di Tortorici, residente a Rocca di Caprileone, detto “Carlo”, dapprima assumeva il ruolo di vittima e, successivamente, di consociato, in quanto divenuto stretto collaboratore di PARISI Elvira, fornendole consulenza ed assistenza, procacciandole nuovi clienti, interpretando anche il ruolo di intermediario tra la stessa PARISI Elvira ed alcune delle vittime.

CAPRA GAETANO, detto “Tanino”, dapprima anch’egli “vittima”, è poi divenuto il compagno di PARISI Elvira e le ha fornito assistenza nella circonvenzione di altri soggetti, occupandosi di ritirare il denaro contante e, anch’egli, era intestatario di una delle carte prepagate su cui avvenivano le ricariche. Le vittime, per procurarsi la liquidità necessaria a soddisfare le incessanti richieste degli indagati, non solo attingevano a tutti i loro risparmi, vendendo gioielli, attrezzature di lavoro (in un caso, addirittura, un intero allevamento di bestiame) e persino immobili di proprietà (le stesse case di abitazione) ma erano costrette anche a contrarre gravosi debiti con amici e parenti (ai quali tacevano il reale motivo del prestito), fino a contrarre debiti a tassi usurari che non riuscivano poi ad onorare. Per ogni consulenza/rito i malcapitati clienti versavano una “parcella” di qualche centinaio di euro, fino ad arrivare a corrispondere, nel corso del tempo, in totale, cifre anche superiori ai 10.000 euro. Nei casi più gravi, due vittime hanno consegnato, rispettivamente, oltre 1 milione di euro uno e 70.000 euro un altro. In alcune conversazioni erano gli stessi indagati a suggerire alle vittime come procurarsi ancora ulteriore denaro, per esempio chiedendo prestiti ai familiari o vendendo gioielli al compro-oro.

           Giuseppe Lazzaro

Edited by, giovedì 11 giugno 2020, ore 15,05. 

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