Op. “Nebrodi”: Gli indagati sono 135, e ci sono 3 collaboratori di giustizia

Sono 135 gli indagati (tra di loro anche il sindaco di Tortorici EMANUELE GALATI SARDO) a conclusione delle indagini preliminari e spuntano anche tre collaboratori di giustizia in relazione all’operazione “NEBRODI”, la maxi-inchiesta delle truffe all’Unione Europea, portata avanti dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Messina e sfociata nel blitz del 15 gennaio scorso con 94 persone arrestate. E spuntano tre collaboratori di giustizia di Tortorici: CARMELO BARBAGIOVANNI, SALVATORE COSTANZO ZAMMATARO e GIUSEPPE MARINO GAMMAZZA. Dettagli, tutti i nomi dei 135 indagati, l’inchiesta…

Sono 135 gli indagati a conclusione delle indagini preliminari e spuntano anche tre collaboratori di giustizia in relazione all’operazione “Nebrodi”, la maxi-inchiesta delle truffe all’Unione Europea, portata avanti dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Messina e sfociata nel blitz del 15 gennaio scorso con 94 persone arrestate, la maggior parte delle quali, dopo un paio di mesi, ha ottenuto i domiciliari per il pericolo del contagio del Covid-19 in carcere. In sette mesi sono emersi ulteriori e importanti elementi nella conclusione delle indagini preliminari firmata, pochi giorni fa, dal Procuratore aggiunto di Messina Vito Di Giorgio e dai sostituti procuratori Fabrizio Monaco, Francesco Massara e Antonio Carchietti. La novità principale riguarda la nuova posizione di collaboratori di giustizia assunta da tre degli arrestati, tutti di Tortorici. Si tratta di Carmelo Barbagiovanni, 49 anni, inteso “Muzzuni”; Salvatore Costanzo Zammataro, 37 anni e Giuseppe Marino Gammazza, 49 anni, inteso “Scarabocchio”. Le loro verbalizzazioni potrebbero dare ulteriore impulso quando si andrà in udienza preliminare. In ogni caso, la DDA ha bruciato i tempi chiudendo le indagini, appunto, a sette mesi dal blitz.

I NOMI

I magistrati della DDA di Messina hanno emesso 135 avvisi di garanzia a carico di:

Foto in alto, da sx: Sebastiano Bontempo “Uappo”; Giuseppe Marino Gammazza; Gino Bontempo; seconda fila, da sx: Antonino Faranda; Aurelio Salvatore Faranda, Gaetano Faranda; terza fila, da sx: Sebastiano Conti Mica, Vincenzo Galati Giordano, Sebastiano Bontempo “biondino”. Ricordiamo che i soprannomi di alcuni indagati sono citati direttamente nelle carte agli atti

Pasqualino Agostino Ninone; Rosario Anzalone; Laura Arcodia; Sebastiano Armeli; Giuseppe Armeli; Giuseppe Armeli Moccia; Rita Armeli Moccia; Salvatore Armeli Moccia; Calogero Barbagiovanni; Carmelo Barbagiovanni; Valentina Belmonte; Alessio Bontempo; Gino Bontempo; Giovanni Bontempo; Giuseppe Bontempo (classe 1964); Giuseppe Bontempo (classe 1991); Lucrezia Bontempo, Salvatore Bontempo, Sebastiano Bontempo (classe 1969); Sebastiano Bontempo (classe 1972); Sebastiano Bontempo Scavo, Sebastiana Calà Campana; Salvatore Calà Lesina; Maria Chiara Calabrese; Filadelfio Calcò; Gino Calcò Labruzzo; Antonino Calì; Angela Caliò; Andrea Caputo; Antonio Caputo; Arturo Carcione; Giuseppe Carcione; Alfio Cartia; Vincenzo Ceraulo; Franca Rita Cirnigliaro; Jessica Coci; Domenico Coci; Carolina Coci; Rosaria Coci; Sebastiano Coci; Giuseppe Condipodero Marchetta; Giusi Conti Pasquarello; Denise Conti Mica; Samuela Conti Mica; Sebastiano Conti Mica; Ivan Conti Taguali; Massimo Costantini; Antonina Costanzo Zammataro; Claudia Costanzo Zammataro; Giuseppe Costanzo Zammataro (classe 1950); Giuseppe Costanzo Zammataro (classe 1982); Giuseppe Costanzo Zammataro (classe 1985); Loretta Costanzo Zammataro; Romina Costanzo Zammataro; Salvatore Costanzo Zammataro; Valentina Costanzo Zammataro; Barbara Crascì; Katia Crascì; Lucio Attilio Rosario Crascì; Salvatore Antonino Crascì; Sebastiano Crascì; Sebastiano Craxi; Sara Maria Crimi; Concetta Cusumano; Rossana D’Amico; Salvatore Dell’Albani; Santo Destro Mignino; Sebastiano Destro Mignino; Pietro Di Bella; Marinella Di Marco; Maurizio Di Stefano; Antonino Faranda; Aurelio Salvatore Faranda; Davide Faranda; Emanuele Antonino Faranda; Gaetano Faranda; Gianluca Faranda; Massimo Giuseppe Faranda; Rosa Maria Faranda; Maria Felice; Biagio Ferraccù; Giuseppe Ferrera; Innocenzo Floridia; Valentina Foti; Vincenzo Galati Giordano (classe 1958); Vincenzo Galati Giordano (classe 1969); Santo Galati Massaro; Daniele Galati Pricchia; Livia Galati Rando; Emanuele Galati Sardo (attuale sindaco di Tortorici); Giuseppina Gliozzo; Mario Gulino; l’albanese di origine Alfred Hila; Roberta Linares; Pietro Lombardo Facciale; Michele Longo; Francesca Lupica Spagnolo; Rosa Maria Lupica Spagnolo; Jessica Mancuso Catarinella; Fabio Cristoforo Mancuso; Giorgio Marchese; Loredana Marcinnò; Agostino Antonino Marino; Rosario Marino; Giuseppe Marino Gammazza; Graziella Marzullo; Marco Merenda; Alessandro Giuseppe Militello; Valeria Musarra Pizzo; Giuseppe Natoli; Enza Tindara Parisi; Antonino Angelo Paterniti Barbino; Antonino Pecoraro; Massimo Pirriatore; Giuseppe Principato Vavo; Elena Pruiti; Francesco Protopapa; Fabio Ragonesi; Enrico Salvatore Rau; Angelamaria Reale; Danilo Rizzo Scaccia; Antonino Russo; Giuseppina Scinardo; Elisabetta Scinardo Tenghi; Giuseppe Scinardo Tenghi; Alessandra Sciuto; Angelica Giusy Spasaro; Giuseppe Natale Spasaro; Antonia Strangio; Mirko Talamo; Salvatore Terranova; Giovanni Vecchio; Giuseppe Villeggiante; Fabio Vinci; Carmelino Zingales.

L’INCHIESTA

ll provvedimento custodiale emesso dal Gip presso il tribunale di Messina Salvatore Mastroeni, all’alba del 15 gennaio scorso aveva riguardato 94 soggetti (48 in carcere e 46 agli arresti domiciliari) ed il sequestro di 151 imprese, conti correnti, rapporti finanziari e vari cespiti. Agli indagati sono contestati, a vario titolo, i reati previsti e puniti dagli artt. 416 bis (associazione per delinquere di stampo mafioso), 424 (danneggiamento seguito da incendio), 468 (uso di sigilli e strumenti contraffatti), 476 (falsità materiale commessa da pubblico ufficiale in atto pubblico), 479 (falsità ideologica commessa da pubblico ufficiale in atto pubblico), 512 bis (trasferimento fraudolento di valori), 629 (estorsione), 640 bis (truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche) e 648 ter(impiego di denaro, beni ed utilità di provenienza illecita) del Codice penale. Il procedimento convenzionalmente definito “Nebrodi” è il frutto di due diverse deleghe di indagini – che la DDA di Messina ha affidato al G.I.C.O. della Guardia di Finanza di Messina ed ai Carabinieri del R.O.S., del Comando Provinciale di Messina e del Comando Tutela Agroalimentare – entrambe relative al territorio dei Nebrodi.

L’indagine delegata al R.O.S. ha consentito di ricostruire l’attuale assetto e operatività del clan dei “BATANESI”, diretto da BONTEMPO Sebastiano, inteso “Uappo” (classe 1969), BONTEMPO Sebastiano, inteso “Biondino” (classe 1972), CONTI MICA Sebastiano, GALATI GIORDANO Vincenzo, gruppo mafioso operante nella zona di Tortorici e in gran parte del territorio della provincia di Messina. L’altro filone d’indagine, quello della Guardia di Finanza, si è concentrato su una costola del clan dei “BONTEMPO-SCAVO”, capeggiata da FARANDA Aurelio Salvatore che, dopo le vicissitudini giudiziarie derivanti da diverse vicende processuali, nel corso del tempo ha esteso il centro dei propri interessi fino al calatino. Sono emersi importanti elementi, reputati gravi dal G.I.P. di Messina, in ordine non solo all’area di operatività delle famiglie mafiose, ma anche alla loro capacità di interlocuzione. Dalle investigazioni, rese particolarmente complesse dal contesto territoriale ostile ed ermetico, è emersa l’immagine di un’associazione mafiosa estremamente attiva, osservante delle regole e dei canoni dell’ortodossia mafiosa, in posizione egemone nell’area nebroidea della provincia di Messina ma capace, al tempo stesso, di rapportarsi – nel corso di riunioni tra gli affiliati – con le articolazioni territoriali mafiose di Catania, Enna e finanche del mandamento delle Madonie di Cosa nostra palermitana. In tale ambito sono stati documentati importanti momenti dell’evoluzione dei Batanesi, rappresentati dall’operatività di una loro “cellula” in territorio di Centuripe, dalla capacità di intervenire in dinamiche mafiose a Regalbuto e Catenanuova, mediante rapporti con esponenti della locale criminalità organizzata e dall’estensione della loro influenza al territorio di Montalbano Elicona, un tempo controllato dalla famiglia mafiosa di Barcellona Pozzo di Gotto. Inoltre, sono emersi profili di allarmante riconoscimento del ruolo rivestito da alcuni suoi componenti, anche da parte di pubblici ufficiali: basti pensare che uno dei membri più attivi della famiglia mafiosa batanese è stato interpellato da un funzionario della Regione Siciliana, in relazione a furti e danneggiamenti di un mezzo meccanico dell’amministrazione regionale, impiegato nell’esecuzione di taluni lavori in area territoriale diversa dal comprensorio di Tortorici (e ciò a riprova di un forte radicamento della famiglia tortoriciana anche in zone distanti dai territori di origine). Sono stati ricostruiti, altresì, numerosi episodi delittuosi, riconducibili ad attività illecite tradizionali dell’organizzazione mafiosa tra le quali due distinte associazioni finalizzate al traffico di stupefacenti ed estorsioni, finalizzate, principalmente, all’accaparramento di terreni, la cui disponibilità è presupposto per accedere ai contributi comunitari. E proprio l’interesse – perseguito senza alcun contrasto e dunque in completo accordo dai gruppi mafiosi oggetto delle indagini – ad ottenere le illecite percezione di ingenti contributi comunitari concessi dall’Agenzia per le Erogazioni in Agricoltura (A.G.E.A.) si è rivelato essere la principale attività rilevante per tutta l’organizzazione mafiosa presente sul territorio. In particolare, è stata accertata, a partire dal 2013, l’illecita percezione di erogazioni pubbliche per oltre 10 milioni di euro, con il coinvolgimento in tale attività di oltre 150 imprese agricole (società cooperative o ditte individuali), tutte direttamente o indirettamente riconducibili alle due famiglie mafiose, alcune delle quali meramente cartolari ed inesistenti nella realtà. La percezione fraudolenta delle somme è stata possibile grazie all’apporto compiacente di colletti bianchi identificati dalle indagini: ex collaboratori dell’Agea, il notaio di Canicattì Antonino Pecoraro, numerosi responsabili dei centri C.A.A. Soggetti muniti del know-hown necessario per realizzare l’infiltrazione della criminalità mafiosa nei meccanismi di erogazione di spesa pubblica, e conoscitori dei limiti del sistema dei controlli. Il meccanismo fraudolento si fonda sulla “spartizione virtuale” del territorio, operata dall’organizzazione mafiosa, ai fini della commissione di un numero elevatissimo di truffe, con rapporti anche con consorterie mafiose operanti in altre province. Nello specifico, con modus operandi diversi ma improntati a sistematicità, gli indagati hanno falsamente esibito – in un arco temporale che va dal 2012 ad oggi – la asserita titolarità, in capo a membri dell’associazione ovvero a “prestanomi”, di particelle di terreni in realtà riconducibili a persone o enti diversi dai richiedenti il contributo europeo. Esaminando le istanze (con contenuto falso) finalizzate ad ottenere i contributi è emersa una suddivisione pianificata delle aree di influenza tra i sodalizi, finalizzata a scongiurare la duplicazione (o la moltiplicazione) di istanze diverse afferenti alle medesime particelle. Questo specifico aspetto investigativo è stato confermato attraverso intercettazioni ed acquisizioni documentali, presso diversi Centri di Assistenza Agricola, dei fascicoli aziendali delle singole ditte/società attraverso le quali venivano perpetrate le truffe; e mediante perquisizioni eseguite presso le abitazioni dei principali indagati e presso alcuni Centri di Assistenza Agricola. E’ emerso, così, come gli operatori di detti Centri di Assistenza e gli appartenenti all’organizzazione mafiosa, concordassero: 1) la predisposizione di falsa documentazione attestante la titolarità di terreni da inserire nelle domande di contribuzione, anche mediante l’utilizzo di timbri falsi; 2) la cessazione delle ditte/aziende già utilizzate (mettendole in liquidazione); 3) il trasferimento dei titoli autorizzativi da una società/ditta ad altre da utilizzare nel contesto dell’organizzazione; 4) lo spostamento delle particelle dei terreni da una azienda a favore di altre riconducibili agli stessi sodali; 5) la revoca dei mandati riferiti a precedenti Centri di Assistenza Agricola a favore di altri, e ciò al fine di rendere più difficile il reperimento della documentazione utile agli organi di controllo. Tra gli elementi di novità raccolti dall’indagine emerge in maniera significativa un profilo di carattere internazionale degli illeciti, commessi nell’interesse delle associazioni mafiose. In alcuni casi, infatti, le somme provento delle truffe sono state ricevute dai beneficiari su conti correnti aperti presso istituti di credito attivi all’estero e, poi, fatte rientrare in Italia attraverso complesse e vorticose movimentazioni economiche, finalizzate a fare perdere le tracce del denaro. Ciò a dimostrazione del fatto che l’organizzazione mafiosa, grazie all’apporto di professionisti, dimostra di avere una fisionomia modernissima e dinamica, decisamente lontana dallo stereotipo della “mafia dei pascoli”: muovendo dal controllo dei terreni, forti di stretti legami parentali e omertà diffusa (e, quindi, difficilmente permeabili al fenomeno delle collaborazioni con la giustizia), essa mira all’accaparramento di utili, infiltrandosi in settori strategici dell’economia legale, depredandolo di ingentissime risorse, nella studiata consapevolezza che le condotte fraudolente, aventi ad oggetto i contributi comunitari – praticate su larga scala e difficilmente investigabili in modo unitario e sistematico – presentino bassi rischi giudiziari, a fronte di elevatissimi profitti.

Nell’indagine è rimasto coinvolto il sindaco di Tortorici Emanuele Galati Sardo (foto sopra), eletto alle amministrative del 28 aprile 2019. Inizialmente arrestato, posto ai domiciliari e sospeso dal Prefetto di Messina Maria Carmela Librizzi, il primo cittadino è stato successivamente rimesso in libertà dal Tribunale del Riesame di Messina riprendendo le funzioni di sindaco. Anche per lui avviso di garanzia a conclusione delle indagini: Galati Sardo è coinvolto non come amministratore ma come operatore di uno dei C.C.A. al centro delle indagini ed è accusato di associazione a delinquere e truffa.

         Giuseppe Lazzaro

Edited by, lunedì 10 agosto 2020, ore 16,08.   

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