Op. “Nebrodi”, il maxi-processo: Parlano i pentiti Barbagiovanni e Costanzo Zammataro

Altra udienza-fiume, ieri, davanti al collegio giudicante del Tribunale di Patti, nell’aula-bunker di Gazzi a Messina, nell’ambito del processo con il rito ordinario scaturito dall’operazione “NEBRODI” scattata il 15 gennaio 2020. Dopo GIUSEPPE MARINO GAMMAZZA hanno parlato gli altri due pentiti, anche loro ex affiliati al clan dei Batanesi: CARMELO BARBAGIOVANNI (foto in alto) e SALVATORE COSTANZO ZAMMATARO…

Giuseppe Lazzaro

Altra udienza-fiume, ieri, davanti al collegio giudicante del Tribunale di Patti (presidente Ugo Scavuzzo, a latere Andrea La Spada ed Eleonora Vona), nell’aula-bunker di Gazzi a Messina, nell’ambito del processo con il rito ordinario scaturito dall’operazione “Nebrodi” scattata il 15 gennaio 2020. Una udienza importante perché hanno parlato, dopo Giuseppe Marino Gammazza (già contro esaminato), gli altri due pentiti che, unitamente al primo, alcuni mesi dopo l’arresto nel blitz dello scorso anno, hanno deciso di varcare il fronte e collaborare con la giustizia.

Per primo ha deposto, siamo alla citazione dei testi dell’accusa rappresentata in aula ieri dai pm della DDA Fabrizio Monaco e Antonio Carchietti, il collaboratore Carmelo Barbagiovanni, prima del pentimento elemento di spicco del clan dei Batanesi di Tortorici. Barbagiovanni ha confermato quanto dichiarato nei verbali ricostruendo nei dettagli il sistema delle truffe all’Unione Europea che per anni ha consentito alle cosche nebroidee e siciliane di incamerare milioni di euro senza alcuna fatica, direttamente sui conti bancari. Barbagiovanni ha ricostruito i rapporti con i clan dei “Mazzarroti” sia con il precedente capo Carmelo Bisognano (pentito da oltre dieci anni), che con quello successivo Tindaro Calabrese (oggi al carcere duro, il “41 bis”) e con le famiglie mafiose di Mistretta, in particolare con Sebastiano Rampulla, uomo di fiducia per conto di Cosa nostra palermitana nel mistrettese, deceduto per cause naturali nel 2010. Il collaboratore ha quindi parlato dei traffici di droga con la Sicilia e la Calabria e, in particolare quale tematica del processo in corso, del sistema delle truffe all’Unione europea citando i nomi come “gestori” di Pietro Lombardo Facciale, Sebastiano Armeli Iapichino e l’ex sindaco di Tortorici Emanuele Galati Sardo in qualità del suo ruolo in un CCA e per il quale è imputato nel processo. Quindi ha parlato il terzo collaboratore, anch’egli già affiliato ai Batanesi, Salvatore Costanzo Zammataro che ha sostanzialmente riferito al Tribunale che da più di dieci anni i Batanesi non si affidavano più alle estorsioni per i traffici illeciti ma al traffico di droga e alle truffe agricole e dei pascoli citando uno degli imputati, Salvatore Faranda, come autore di truffe del genere e vicino al clan dei Bontempo Scavo. Il pentito ha parlato anche di Nino Gammazza sostenendo che, nel settore delle truffe fosse molto attivo, unitamente al figlio Rosario (entrambi sono imputati nel processo). Nella prossima udienza i due collaboratori saranno sottoposti al controesame delle difese e delle parti civili costituite con i loro avvocati.  

LA PRECEDENTE UDIENZA

L’udienza precedente (30 marzo) era stata dedicata al controesame del collaboratore di giustizia Giuseppe Marino Gammazza, già affiliato al clan dei Batanesi di Tortorici. Il pentito aveva confermato le accuse nel corso della seconda udienza. Il pentito tortoriciano, altro ex affiliato dei Batanesi, aveva risposto alle domande dei pm, i sostituti procuratori della DDA di Messina Fabrizio Monaco e Antonio Carchietti, confermando quanto aveva già raccontato nei mesi scorsi e verbalizzato dagli inquirenti. Il collaboratore di giustizia si era soffermato su dettagli che riguardavano il clan di appartenenza e sugli equilibri della geografia mafiosa dell’area tirrenico-nebroidea nel passato. In particolare Marino Gammazza aveva fatto riferimento ai lavori sull’autostrada A/20 Messina-Palermo e a come le famiglie mafiose nebroidee, in un incontro che vide la partecipazione dello stesso Marino Gammazza, di Giuseppe Lo Re (considerato elemento di spicco della malavita organizzata di Caronia), Giuseppe Bontempo (di Tortorici), Sebastiano Rampulla (al tempo a capo della cosca di Mistretta, deceduto nel 2010) e Michele Cammarata (di Enna), concordarono la spartizione territoriale delle estorsioni sui lavori della rete autostradale, nel tratto di interesse. Il tutto riferito al periodo in cui, nella seconda metà degli anni ’90, tra Furiano di Caronia e Tusa, le imprese appaltanti procedevano al completamento della A20 poi inaugurata nel 2004.

IL PROCESSO

Nella prima udienza, il 2 marzo scorso, era stata ammessa la costituzione di parte civile richiesta dal Comune di Tortorici, rappresentato dall’avvocato prof. Corrado Rizzo e deliberata dalla commissione straordinaria che regge le sorti dell’Ente, dopo lo scioglimento per infiltrazioni mafiose, seguito ad un procedimento ispettivo scaturito proprio a seguito dell’operazione “Nebrodi”. Tra gli imputati, infatti, c’è anche il sindaco in carica all’epoca dei fatti, Emanuele Galati Sardo, coinvolto per il suo ruolo all’interno di un CCA e non come amministratore. Ammessa anche la richiesta di costituzione di parte civile di Agea (l’agenzia che eroga i fondi agricoli), dell’associazione “Libera”, del Centro Studi “Pio La Torre”. Respinta, invece, quella di Legambiente Sicilia. All’udienza preliminare si erano già costituite parti civili l’assessorato regionale Territorio e Ambiente, il Parco dei Nebrodi, l’Acis (Associazione commercianti e imprenditori) di Sant’Agata Militello, la Fai Antiracket, Addio Pizzo di Messina, Aciap (Associazione commercianti, imprenditori e artigiani) di Patti, S.o.s. impresa, A.O.C.M., Solidaria e Rete per la legalità di Barcellona Pozzo di Gotto.

Il procedimento nasce da un’inchiesta della Dda di Messina guidata dal Procuratore Maurizio De Lucia che ha decapitato la mafia dei Nebrodi e ha scoperto una truffa milionaria all’Ue che ha portato nelle casse dei clan milioni di euro di fondi europei. L’accusa in aula è rappresentata dal Procuratore aggiunto Vito Di Giorgio e dai pm Fabrizio Monaco, Francesco Massara e Antonio Carchietti. A fiutare il business dei fondi Ue erano stati i clan dei Batanesi e dei Bontempo Scavo che, anche grazie all’aiuto di un notaio compiacente, Antonino Pecoraio di Canicattì (sarà giudicato con il rito abbreviato) e di funzionari dei Centri Commerciali Agricoli (CCA) che istruiscono le pratiche per l’accesso ai contributi europei per l’agricoltura, incassarono – secondo l’accusa – fiumi di denaro. I due clan, invece di farsi la guerra, si allearono, spartendosi virtualmente gli appezzamenti di terreno, in larghissime aree della Sicilia ed anche al di fuori dalla regione, necessari per le richieste di sovvenzioni. “Ciò – scrisse il Gip che dispose gli arresti su richiesta della Dda di Messina – con gravissimo inquinamento dell’economia legale, e con la privazione di ingenti risorse pubbliche per gli operatori onesti”. La truffa si basava sulla individuazione di terreni liberi (quelli, cioè, per i quali non erano state presentate domande di contributi). A segnalare gli appezzamenti utili spesso erano i dipendenti dei CCA che avevano accesso alle banche dati. La disponibilità dei terreni da indicare era ottenuta o imponendo ai proprietari reali di stipulare falsi contratti di affitto con prestanome dei mafiosi o attraverso atti notarili falsi. Sulla base della finta disponibilità delle particelle veniva istruita da funzionari complici la pratica per richiedere le somme che poi venivano accreditate al richiedente prestanome dei boss spesso su conti esteri.

Edited by, mercoledì 7 aprile 2021, ore 11,01. 

 

 

 

 

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