Op. “Nebrodi”: Il TdR scarcera 20 indagati, che sono 33 con i provvedimenti del Gip

Ampio servizio sull’operazione “NEBRODI” scattata lo scorso 15 gennaio. Sono 33 gli indagati in origine arrestati tornati liberi dei quali 20 con la decisione, di ieri, del Tribunale del Riesame di Messina+13 con i precedenti provvedimenti, dopo gli interrogatori, del Gip di Messina SALVATORE MASTROENI. Tre arrestati in carcere sono passati ai domiciliari. Tutti restano, comunque, indagati. Restano sotto sequestro 151 società (per 6 il TdR ha rigettato il ricorso)…

Il Tribunale del Riesame di Messina ha annullato l’ordinanza di custodia cautelare e, quindi, rimesso in libertà, i seguenti 20 indagati:

Danilo Rizzo Scaccia; Giuseppe Valerio Labia (avvocati Laura Todaro e Tino Celi); Giuseppe Villeggiante; Giuseppe Ferrera; Innocenzo Floridia; Salvatore Dell’Albani; Andrea Caputo; Sebastiano Bontempo Scavo; Massimo Pirriatore; Antonino Marino Agostino; Samuele Conti Mica; Salvatore Armeli Moccia; Carmelo Barbagiovanni; Lucrezia Bontempo (avvocati Nino Favazzo e Benedetto Ricciardi); Giovanni Bontempo; Giuseppe Bontempo (classe 1991); Vincenzo Galati Giordano (classe 1958); Salvatore Costanzo Zammataro (classe 1985); Claudia Costanzo Zammataro; Romina Costanzo Zammataro (avvocato Laura Todaro), Rosario Marino Agostino (figlio del suddetto Antonino, entrambi difesi dall’avvocato Stefano Rametta).

Il TdR ha modificato il provvedimento restrittivo nei confronti di:

Giuseppe Costanzo Zammataro (classe 1950, avvocati Laura Todaro e Salvatore Silvestro); Mirko Talamo (avvocato Laura Todaro) e Katia Crascì (avvocati Laura Todaro e Alessandro Pruiti Ciarello) che passano dagli arresti in carcere ai domiciliari.

GLI ALTRI SCARCERATI PRIMA DEL TDR

Come già riportato sono tornati in libertà il sindaco di Tortorici Emanuele Galati Sardo (reintegrato anche nella carica, vedere servizio pubblicato a parte), quindi Alessio Bontempo ed Elena Pruiti, entrambi difesi dall’avvocato Alessandro Pruiti Ciarello. Ed erano tornati liberi, su decisione del Gip di Messina Salvatore Mastroeni, due altri indagati di Tortorici. Si tratta di Rosa Maria Faranda, che era in carcere, alla quale è stata revocata la custodia cautelare, difesa dagli avvocati Laura Todaro e Fabio Armeli Iapichino e Barbara Crascì, difesa dell’avvocato Laura Todaro, che si trovava ai domiciliari. Altri cinque indagati sono tornati in libertà pochi giorni dopo l’operazione. Si tratta di Carmelino Zingales, di Caprileone, difeso dagli avvocati Alvaro Riolo e Calogero Monastra, al quale è stato applicato un obbligo. Zingales è operatore di un Centro di assistenza agricola, come Massimo Costantini, di Messina, adesso pensionato, difeso dall’avvocato Carlo Faranda; Antonia Strangio, originaria di Locri (operatrice del Caa Unic di Tortorici, difesa dall’avvocato Carmelo Occhiuto); Marinella Di Marco (operatrice del Caa Acli di Cesarò) e Angelica Giusy Spasaro, difesa dall’avvocato Alessandro Pruiti Ciarello, tutti arrestati ai domiciliari e adesso in libertà.

Quindi erano sopraggiunte, seguendo l’ordine, altre tre scarcerazioni: Giusy Conti Pasquarello, di Tortorici (obbligo di firma), Roberta Linares e Giovanni Vecchio. Tutti i suddetti indagati, compreso il sindaco Galati Sardo, sono accusati nell’ambito della loro attività lavorativa: quella di operatori dei C.A.A., i Centri di Assistenza Agricola.

RESTANO RISTRETTI IN CARCERE (in basso alcune foto):

In alto, da sx: Sebastiano Bontempo (classe 1969); Giuseppe Marino Gammazza; Gino Bontempo;

Al centro, da sx: Antonino Faranda (è ai domiciliari); Aurelio Salvatore Faranda; Antonino Faranda (è ai domiciliari);

In basso, da sx: Sebastiano Conti Mica; Vincenzo Galati Giordano (classe 1969); Sebastiano Bontempo (classe 1972)

Pasqualino Agostino Ninone, Calogero Barbagiovanni, Gino Bontempo, Salvatore Bontempo, Sebastiano Bontempo (classe 1969), Sebastiano Bontempo (classe 1972), Salvatore Calà Lesina, Gino Calcò Labruzzo, Domenico Coci, Giuseppe Condipodero Marchetta, Sebastiano Conti Mica detto “U Bellocciu”, Ivan Conti Taguali, Giuseppe Costanzo Zammataro (classe 1982), Giuseppe Costanzo Zammataro (classe 1985), Salvatore Costanzo Zammataro (classe 1982), Santo Destro Mignino, Sebastiano Destro Mignino, Vincenzo Galati Giordano (classe 1969) detto “Lupin”, Alfred Hila, Giuseppe Marino Gammazza, Francesco Protopapa, Giuseppe Scinardo Tenghi, Giuseppe Armeli Moccia, Rita Armeli Moccia, Sebastiano Coci, Sebastiano Crascì, Sebastiano Craxi, Aurelio Salvatore Faranda, Davide Faranda, Emanuele Antonino Faranda, Gaetano Faranda, Gianluca Faranda, Massimo Giuseppe Faranda.

AI DOMICILIARI:

Sebastiana Calà Campana, Vincenzo Ceraulo (consigliere comunale di Randazzo), Jessica Coci, Loretta Costanzo Zammataro, Valentina Costanzo Zammataro, Daniele Galati Pricchia, Alessandra Sciuto, Giuseppe Armeli, Antonio Caputo, Carolina Coci, Rosaria Coci, Lucio Attilio Rosario Crascì, Salvatore Antonino Crascì, Antonino Faranda, Giuseppina Gliozzo, Giuseppe Natoli, Pietro Lombardo Facciale, Francesca Lupica Pasquale, Rosa Maria Lupica Pasquale, Antonia Strangio, Giorgio Marchese, Antonino Pecoraro, Giuseppe Natale Spasaro, Salvatore Terranova.

L’elenco delle 151 fra aziende, società agricole e altre ditte e sigle finite sotto sequestro nell’ambito dell’operazione “Nebrodi”. Per sei di queste il TdR ha rigettato i ricorsi.

A Caltagirone: Riserva Siciliana Tirrenia, Davide Spataro, La Campagnola, San Pietro, San Francesco, Kalat Allevamenti, il Dottorello, Cooperativa Braila, La Principessa ditta, Belladonna, Minosse, Messina Luigi. Ditte individuali: Carcadi Davide, Tizza Salvatore, Nicolae Josif Marian, Paolo Messina e Dell’Albani Salvatore, Dipasquale Malventano, Ferrera Fabio, Ferrera Giuseppe, Faranda Desirè, Di Stefano Maurizio, Marcinnò Loredana.

A Tortorici: La Perla Calatina, Balchino, Tempesta srl, La Contessa sarls, La Stella. La ditta individuale Faranda Emanuele Antonino. Azienda agricola Conti Pasquarello Giusy, Rosa sarls, Il Gabbiano, Birba coop. Ditta individuale Lupica Spagnolo Rosa Maria, Pascolo Calatino, La Speranza, La Risorsa, Società Lupica Spagnolo Francesca, Azienda agricola Spagnolo Angelica Giusy, Terra e Sole, Le Quattro Stelle, Siria. Ditta individuale Andrea Favazzo, Mercurio società agricola. Ditte individuali: Conti Pasquarello Giuseppe, Mirici Cappa Giuseppe, Favazzi Carmelina, Armeli Moccia Rita,  Montemagno Emanuele, Coci Domenico, Bontempo Scavo Emilia e Dolcemaschio Mirko Sebastiano, Armeli Moccia Giuseppe, Altobrando, Natura Verde, Azienda Agricola Oricense, Allevamento Crascì, Allevamento Alba, Allevamento Nebro Faranda, La Licra, Società SC srl, Società cooperativa Craxi, D.I. Craxi Sebastiano, La Primula, Aurora, La Rosa, Nocciola d’Oro, La Galassia scarl, Crascì Sebastiano, Pruiti Elena, CS srl, L’Altra Terra, AMCL, Sa.Sha, La Vallata, La Fenicia, L’Airone, La Prateria, Lula. Ditta individuale Faranda Antonino, Faranda Antonino Mattia, D.I. Coci Vincenzo, Zootecnica, Campi Verdi, Bontempo Lucrezia ditta individuale, Le Chiuse, Vitello d’oro, La Lince, Musarra Pizzo Valeria, I Nebrodi Srl, Monteverde srl, Galati Pricchia Daniele, L’Anghera, Costanzo Zammataro Valentina, Bontempo Scavo Sebastiano, Zaffiro, Tassita, Bontempo Alessio, Ritrovo dei Nebrodi, Giglio Bianco.

A Bronte: impresa individuale Arcodia Laura;

A Noto la ditta individuale Belmonte Valentina;

A Capizzi la ditta individuale Scinardo Giuseppina, Principato Vavo Giuseppe, Geo Zoot.

A Grammichele: Di Stefano Maurizio ditta individuale, Felice Maria, Cusumano Concetta.

Sotto sequestro anche la società La Conciglia a Cerignola (Foggia), La Quercia sas con sede a Roma.

Ancora, a Galati Mamertino: Cooperativa San Rocco, San Basilio coop agricola, ditta individuale Giacomo Lombardo, ditta individuale Emanuele Giuseppe, Delizia società coop.

A Mazzarrone: ditta individuale Carmelo Messina;

Ditta individuale Antonio Miceli a Francofonte;

A Biancavilla Galati Massaro Santo;

A Regalbuto: le ditte individuali Barberi Mark Ermes, Amarù Giuseppe, Vito Trovato, Gammido Vito, Duina Maria Nives, Geraci Davide.

A Pedara: ditta individuale Visconte Antonina.

A Capizzi: ditta individuale Rizzo Giacomo;

A Catenanuova: ditta individuale Mantineo Alessandro.

A Leonforte: ditta individuale Calì Antonino;

A Caltanissetta: d.i Anzalone Rosario:

A Campofelice di Roccella: Russo Antonino d.i;

A Santo Stefano di Camastra: Parisi Enza Tindara d.i.;

A Castell’Umberto: Galati Rando Livia d.i.; d.i. Mazzullo Graziella;

A Motta Sant’Anastasia: Longo Michele;

A Lentini: le ditte individuali Ragonesi Fabio e D’Amico Rossana;

A Messina Vinci Fabio;

A Mistretta: Ferracù Biagio;

A Militello Val di Catania Cirnigliaro Franca Rita;

Rau Enrico Salvatore a Giardini Naxos;

A Naso: Caliò Angela ditta individuale;

Cartia Fabio a Castiglione di Sicilia.

L’OPERAZIONE

Il provvedimento custodiale emesso dal Gip presso il Tribunale di Messina Salvatore Mastroeni ha riguardato 94 soggetti (48 in carcere e 46 agli arresti domiciliari) ed il sequestro di 151 imprese, conti correnti, rapporti finanziari e vari cespiti. Agli indagati sono contestati, a vario titolo, i seguenti reati  previsti e puniti dagli articoli 416 bis (associazione per delinquere di stampo mafioso), 424 (danneggiamento seguito da incendio), 468 (uso di sigilli e strumenti contraffatti), 476 (falsità materiale commessa da pubblico ufficiale in atto pubblico), 479 (falsità ideologica commessa da pubblico ufficiale in atto pubblico), 512 bis (trasferimento fraudolento di valori), 629 (estorsione), 640 bis (truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche) e 648 ter (impiego di denaro, beni ed utilità di provenienza illecita) del Codice penale. L’entità dell’azione investigativa svolta, le dimensioni dell’esecuzione della misura cautelare eseguita, le caratteristiche in termini di ricaduta economica e di fenomeni interessanti il territorio, impongono di dare succintamente conto del contenuto delle indagini sino ad ora svolte. Il procedimento, convenzionalmente definito “Nebrodi”, è il frutto di due diverse deleghe di indagini – che la DDA di Messina ha affidato al G.I.C.O. della Guardia di Finanza di Messina ed ai Carabinieri del R.O.S., del Comando Provinciale di Messina e del Comando Tutela Agroalimentare – entrambe relative al territorio dei Nebrodi. L’indagine delegata al R.O.S. ha consentito di ricostruire l’attuale assetto e operatività del clan dei BATANESI, diretto da BONTEMPO Sebastiano (classe 1969), BONTEMPO Sebastiano (classe 1972), CONTI MICA Sebastiano, GALATI GIORDANO Vincenzo, gruppo mafioso operante nella zona di Tortorici e in gran parte del territorio della provincia di Messina. L’altro filone d’indagine, quello della Guardia di Finanza, si è concentrato su una costola del clan dei BONTEMPO-SCAVO, capeggiata da FARANDA Aurelio Salvatore che, dopo le vicissitudini giudiziarie derivanti da diverse vicende processuali, nel corso del tempo ha esteso il centro dei propri interessi fino al calatino. Sono emersi importanti elementi, reputati gravi dal Gip di Messina, in ordine non solo all’area di operatività delle famiglie mafiose ma anche alla loro capacità di interlocuzione. Dalle investigazioni, rese particolarmente complesse dal contesto territoriale ostile ed ermetico, è emersa l’immagine di un’associazione mafiosa estremamente attiva, osservante delle regole e dei canoni dell’ortodossia mafiosa, in posizione egemone nell’area nebroidea della provincia di Messina ma capace, al tempo stesso, di rapportarsi – nel corso di riunioni tra gli affiliati – con le articolazioni territoriali mafiose di Catania, Enna e finanche del mandamento delle Madonie di Cosa nostra palermitana. In tale ambito sono stati documentati importanti momenti dell’evoluzione dei Batanesi, rappresentati dall’operatività di una loro “cellula” in territorio di Centuripe, dalla capacità di intervenire in dinamiche mafiose a Regalbuto e Catenanuova, mediante rapporti con esponenti della locale criminalità organizzata e dall’estensione della loro influenza al territorio di Montalbano Elicona, un tempo controllato dalla famiglia mafiosa di Barcellona Pozzo di Gotto. Inoltre sono emersi profili di allarmante riconoscimento del ruolo rivestito da alcuni suoi componenti, anche da parte di pubblici ufficiali: basti pensare che uno dei membri più attivi della famiglia mafiosa batanese è stato interpellato da un funzionario della Regione Siciliana, in relazione a furti e danneggiamenti di un mezzo meccanico dell’amministrazione regionale, impiegato nell’esecuzione di taluni lavori in area territoriale diversa dal comprensorio di Tortorici (e ciò a riprova di un forte radicamento della famiglia tortoriciana anche in zone distanti dai territori di origine). Sono stati ricostruiti, altresì, numerosi episodi delittuosi, riconducibili ad attività illecite tradizionali dell’organizzazione mafiosa tra le quali due distinte associazioni finalizzate al traffico di stupefacenti ed estorsioni, finalizzate, principalmente, all’accapparramento di terreni, la cui disponibilità è presupposto per accedere ai contributi comunitari. E proprio l’interesse – perseguito senza alcun contrasto e dunque in completo accordo dai gruppi mafiosi oggetto delle indagini – ad ottenere le illecite percezione di ingenti contributi comunitari concessi dall’Agenzia per le Erogazioni in Agricoltura (AGEA) si è rivelato essere la principale attività rilevante per tutta l’organizzazione mafiosa presente sul territorio. In particolare, è stata accertata, a partire dal 2013, l’illecita percezione di erogazioni pubbliche per oltre 10 milioni di euro, con il coinvolgimento in tale attività di oltre 150 imprese agricole (società cooperative o ditte individuali), tutte direttamente o indirettamente riconducibili alle due famiglie mafiose, alcune delle quali meramente cartolari ed inesistenti nella realtà. La percezione fraudolenta delle somme è stata possibile grazie all’apporto compiacente di colletti bianchi identificati dalle indagini: ex collaboratori dell’AGEA, un notaio, numerosi responsabili dei centri C.A.A. Soggetti muniti del know how necessario per realizzare l’infiltrazione della criminalità mafiosa nei meccanismi di erogazione di spesa pubblica e conoscitori dei limiti del sistema dei controlli. Il meccanismo fraudolento si fonda sulla “spartizione virtuale” del territorio, operata dall’organizzazione mafiosa, ai fini della commissione di un numero elevatissimo di truffe, con rapporti anche con consorterie mafiose operanti in altre province. Nello specifico, con modus operandi diversi ma improntati a sistematicità, gli indagati hanno falsamente esibito – in un arco temporale che va dal 2012 ad oggi – la asserita titolarità, in capo a membri dell’associazione ovvero a “presta nomi”, di particelle di terreni in realtà riconducibili a persone o enti diversi dai richiedenti il contributo europeo. Esaminando le istanze (con contenuto falso) finalizzate ad ottenere i contributi, è emersa una suddivisione pianificata delle aree di influenza tra i sodalizi, finalizzata a scongiurare la duplicazione (o la moltiplicazione) di istanze diverse afferenti alle medesime particelle. Questo specifico aspetto investigativo è stato confermato attraverso intercettazioni ed acquisizioni documentali, presso diversi Centri di Assistenza Agricola, dei fascicoli aziendali delle singole ditte/società attraverso le quali venivano perpetrate le truffe; e mediante perquisizioni eseguite presso le abitazioni dei principali indagati e presso alcuni Centri di Assistenza Agricola. E’ emerso, così, come gli operatori di detti Centri di Assistenza e gli appartenenti all’organizzazione mafiosa, concordassero: 1) la predisposizione di falsa documentazione attestante la titolarità di terreni da inserire nelle domande di contribuzione, anche mediante l’utilizzo di timbri falsi; 2) la cessazione delle ditte/aziende già utilizzate (mettendole in liquidazione); 3) il trasferimento dei titoli autorizzativi da una società/ditta ad altre da utilizzare nel contesto dell’organizzazione; 4) lo spostamento delle particelle dei terreni da una azienda a favore di altre riconducibili agli stessi sodali; 5) la revoca dei mandati riferiti a precedenti Centri di Assistenza Agricola a favore di altri, e ciò al fine di rendere più difficile il reperimento della documentazione utile agli organi di controllo. Tra gli elementi di novità raccolti dall’indagine emerge in maniera significativa un profilo di carattere internazionale degli illeciti, commessi nell’interesse delle associazioni mafiose. In alcuni casi, infatti, le somme provento delle truffe sono state ricevute dai beneficiari su conti correnti aperti presso istituti di credito attivi all’estero e, poi, fatte rientrare in Italia attraverso complesse e vorticose movimentazioni economiche, finalizzate a fare perdere le tracce del denaro. Ciò a dimostrazione del fatto che l’organizzazione mafiosa, grazie all’apporto di professionisti, dimostra di avere una fisionomia modernissima e dinamica, decisamente lontana dallo stereotipo della “mafia dei pascoli”: muovendo dal controllo dei terreni, forti di stretti legami parentali e omertà diffusa (e, quindi, difficilmente permeabili al fenomeno delle collaborazioni con la giustizia), essa mira all’accapparramento di utili, infiltrandosi in settori strategici dell’economia legale, depredandolo di ingentissime risorse, nella studiata consapevolezza che le condotte fraudolente, aventi ad oggetto i contributi comunitari – praticate su larga scala e difficilmente investigabili in modo unitario e sistematico – presentino bassi rischi giudiziari, a fronte di elevatissimi profitti. 

           Giuseppe Lazzaro

Edited by, sabato 8 febbraio 2020, ore 12,50.   

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