Op. “Nebrodi: In 97 rinviati a giudizio (processo dal 2 marzo), 18 stralci

Si è chiusa con 97 rinvii a giudizio e 18 stralci la maxi udienza preliminare dell’operazione “NEBRODI” scattata quasi un anno fa, il 15 gennaio 2020. Lo ha deciso ieri il Gup del tribunale di Messina SIMONA FINOCCHIARO nell’aula bunker di Gazzi, la stessa sede dove, il 2 marzo 2021, inizierà il processo sulla cosiddetta “mafia dei pascoli”. Il servizio completo con i nomi dei rinviati a giudizio, i riti abbreviati previsti a gennaio, i 4 patteggiamenti già svolti e le costituzioni parte civile. Il commento dell’ex presidente del Parco dei Nebrodi GIUSEPPE ANTOCI e la ricostruzione dell’operazione…

Si è chiusa con 97 rinvii a giudizio la maxi udienza preliminare dell’operazione “Nebrodi” scattata quasi un anno fa, il 15 gennaio 2020. Lo ha deciso ieri il Gup del tribunale di Messina Simona Finocchiaro nell’aula bunker di Gazzi, la stessa sede dove, il 2 marzo 2021, inizierà il processo sulla cosiddetta “mafia dei pascoli”. A rappresentare l’accusa erano presenti il Procuratore aggiunto Vito Di Giorgio e i sostituti procuratori della DDA di Messina Fabrizio Monaco e Antonio Carchietti, che hanno coordinato le indagini condotte dai carabinieri del Ros e dal Gico della Guardia di Finanza.

I pm avevano chiesto 122 rinvii a giudizio. In 7 hanno chiesto di essere giudicati con il rito abbreviato e si procederà il 15 e il 29 gennaio 2021. Si era già completato il quadro delle costituzioni parte civile con il Parco dei Nebrodi, rappresentato dall’avvocato Salvatore Meli. Le altre sono l’imprenditore di Terme Vigliatore Carmelo Gulino, Addiopizzo Messina, l’Aciap (Associazione commercianti imprenditori artigiani pattesi) di Patti, l’Acis (Associazione commercianti imprenditori santagatesi) di Sant’Agata Militello, la Rete per la legalità di Barcellona, Sos Impresa, Solidaria, la A.o.c.m., del comprensorio del Mela, la Fai-Federazione antiracket italiana e l’assessorato regionale al Territorio e Ambiente.

I 97 RINVIATI A GIUDIZIO

Pasqualino Agostino Ninone, Laura Arcodia, Sebastiano Armeli, Giuseppe Armeli, Giuseppe Armeli Moccia, Rita Armeli Moccia, Salvatore Armeli Moccia, Calogero Barbagiovanni, Carmelo Barbagiovanni, Alessio Bontempo, Gino Bontempo, Giovanni Bontempo, Giuseppe Bontempo (1964), Lucrezia Bontempo, Salvatore Bontempo (1978), Sebastiano Bontempo, Sebastiano Bontempo Scavo, Sebastiana Calà Campana, Salvatore Calà Lesina, Maria Chiara Calabrese, Gino Calcò Labruzzo, Antonino Calì, Andrea Caputo, Antonio Caputo, Arturo Carcione, Giuseppe Carcione, Jessica Coci, Domenico Coci, Carolina Coci, Rosaria Coci, Sebastiano Coci, Denise Conti Mica, Sebastiano Conti Mica (prosciolto da due altri capi di imputazione), Ivan Conti Taguali, Massimo Costantini, Antonina Costanzo Zammataro, Claudia Costanzo Zammataro, Giuseppe Costanzo Zammataro (1950), Giuseppe Costanzo Zammataro (1982), Giuseppe Costanzo Zammataro (1985), Loretta Costanzo Zammataro, Romina Costanzo Zammataro, Salvatore Costanzo Zammataro, Valentina Costanzo Zammataro, Barbara Crascì, Katia Crascì, Lucio Attilio Rosario Crascì, Salvatore Antonino Crascì, Sebastiano Crascì, Sebastiano Craxi, Sara Maria Crimi, Salvatore Dell’Albani, Santo Destro Mignino, Sebastiano Destro Mignino, Pietro Di Bella, Marinella Di Marco, Antonino Faranda, Aurelio Salvatore Faranda, Davide Faranda, Gaetano Faranda, Gianluca Faranda, Massimo Giuseppe Faranda, Rosa Maria Faranda, Innocenzo Floridia, Valentina Foti, Vincenzo Galati Giordano (1958), Vincenzo Galati Giordano (1969), Santo Galati Massaro, Daniele Galati Pricchia, Emanuele Galati Sardo (appena decaduto da sindaco di Tortorici), Giuseppina Gliozzo, Mario Gulino, Alfred Hila, Roberta Linares, Pietro Lombardo Facciale, Francesca Lupica Spagnolo, Rosa Maria Lupica Spagnolo, Jessica Mancuso Catarinella, Fabio Cristoforo Mancuso, Agostino Antonino Marino, Rosario Marino, Alessandro Giuseppe Militello, Giuseppe Natoli, Antonino Angelo Paterniti Barbino, Massimo Pirriatore, Elena Pruiti, Francesco Protopapa, Angelamaria Reale, Danilo Rizzo Scaccia, Giuseppina Scinardo, Elisabetta Scinardo Tenghi, Giuseppe Scinardo Tenghi, Angelica Giusy Spasaro, Giuseppe Natale Spasaro, Antonia Strangio, Mirko Talamo, Salvatore Terranova, Giuseppe Villeggiante, Carmelino Zingales.

I 18 STRALCI

Dichiarando la propria incompetenza territoriale il Gup Finocchiato ha deciso lo stralcio di 18 posizioni ed inviato gli atti al Tribunale di Catania. Si tratta di: Rosario Anzalone; Angela Caliò; Vincenzo Ceraulo; Rita Franca Cirnigliaro; Concetta Cusumano; Rosanna D’Amico; Maria Felice; Biagio Ferraccù; Livia Galati Rando; Michele Longo; Loredana Marcinnò; Graziella Marzullo; Valeria Musara Pizzo; Giuseppe Principato Vavo; Fabio Ragonesi; Salvatore Enrico Rau; Fabio Vinci.

RICHIESTA DI RITI ABBREVIATI

Il 4 novembre c’era stata la richiesta di alcuni riti abbreviati presentata dai legali dei tre collaboratori di giustizia Carmelo Barbagiovanni, Salvatore Costanzo Zammataro, Giuseppe Marino Gammazza, da parte di Sebastiano Bontempo, classe 1969, inteso “u uappu” e considerato il capo del clan dei Batanesi, Samuele Conti Mica, Giuseppe Bontempo (classe 1964), Francesco Protopapa e Maria Felice oltre al notaio di Canicattì Antonino Pecoraro. Come detto tutto sarà trattato a gennaio.

I 4 PATTEGGIAMENTI

Quattro patteggiamenti sono stati decisi davanti al Gup del tribunale di Messina Monia De Francesco lo scorso 23 novembre. Si tratta di Giuseppe Condipodero Marchetta, di Brolo; Antonino Russo, Enza Tindara Parisi e Marco Merenda, posizioni che il giudice Finocchiaro aveva separato e che sono state trattate ovviamente da un altro giudice, Monia De Francesco. Il brolese Condipodero Marchetta, che è stato assistito dall’avvocato Carmelo Occhiuto, ha patteggiato la pena ad 1 anno di reclusione in “continuazione” con la condanna che ha subito a suo tempo al maxi-processo dell’operazione “Mare Nostrum” scattata il 6 giugno 1994. Gli altri tre, Russo, Parisi e Merenda, che sono stati assistiti dall’avvocato Lucio Di Salvo, hanno patteggiato 1 anno e 4 mesi di reclusione. Ovviamente i suddetti quattro sono usciti dal procedimento.

IL COMMENTO DI ANTOCI

Quella del 15 gennaio 2020 è stata una delle più importanti operazioni antimafia eseguite in Sicilia, sicuramente la più imponente, sul versante dei Fondi Europei dell’Agricoltura in mano alle famiglie mafiose, mai eseguita in Italia. Più di mille uomini della guardia di finanza e dei carabinieri hanno assicurato alla giustizia numerosi componenti di famiglie mafiose contestando loro reati che ruotano attorno al lucroso affare dei Fondi Europei per l’Agricoltura in mano alle mafie combattuto con forza con il cosiddetto “Protocollo Antoci”, ideato e voluto dall’ex presidente del Parco dei Nebrodi Giuseppe Antoci (foto sopra) e, dal 27 settembre 2017, Legge dello Stato. Da anni venivano utilizzate queste ingenti risorse comunitarie per foraggiare le varie attività svolte dalle famiglie mafiose e, come ha evidenziato l’indagine di carabinieri e della guardia di finanza, alla “spartizione virtuale del territorio”. Un meccanismo interrotto proprio da quel Protocollo che Antoci ha fortemente voluto, rischiando la vita ma che ha posto le basi per una normativa che consente di porre argine alla problematica, consentendo anche azioni di rientro delle somme indebitamente percepite a favore di allevatori e agricoltori onesti, stragrande maggioranza della popolazione dei Nebrodi. “Per anni – dichiara Antoci – tutto rimaneva sotto traccia e mentre ciò accadeva, nel silenzio e nella paura di tutti, le famiglie mafiose introitavano milioni di euro nei loro conti correnti. Tutti incredibilmente soldi pubblici. Adesso la Giustizia farà il suo corso e il processo restituirà, certamente, dignità e coraggio ad un territorio che non meritava di essere tenuto sotto scacco da questi personaggi” – conclude Antoci.

 L’OPERAZIONE

Il provvedimento custodiale emesso dal Gip presso il Tribunale di Messina ed eseguito la notte del 15 gennaio 2020 ha riguardato 94 soggetti (48 in carcere e 46 agli arresti domiciliari) ed il sequestro di 151 imprese, conti correnti, rapporti finanziari e vari cespiti. Agli indagati sono contestati, a vario titolo, i reati previsti e puniti dagli artt. 416 bis(associazione per delinquere di stampo mafioso), 424 (danneggiamento seguito da incendio), 468 (uso di sigilli e strumenti contraffatti), 476 (falsità materiale commessa da pubblico ufficiale in atto pubblico), 479 (falsità ideologica commessa da pubblico ufficiale in atto pubblico), 512 bis(trasferimento fraudolento di valori), 629 (estorsione), 640 bis(truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche) e 648ter(impiego di denaro, beni ed utilità di provenienza illecita) del codice penale.

Il procedimento, convenzionalmente definito “Nebrodi”, è il frutto di due diverse deleghe di indagini – che la DDA di Messina ha affidato al G.I.C.O. della Guardia di Finanza di Messina ed ai Carabinieri del R.O.S., del Comando Provinciale di Messina e del Comando Tutela Agroalimentare – entrambe relative al territorio dei Nebrodi.

L’indagine delegata al R.O.S. ha consentito di ricostruire l’attuale assetto e operatività del clan dei BATANESI, diretto da BONTEMPO Sebastiano (cl. ’69), BONTEMPO Sebastiano (cl. ’72), CONTI MICA Sebastiano, GALATI GIORDANO Vincenzo, gruppo mafioso operante nella zona di Tortorici e in gran parte del territorio della provincia di Messina. L’altro filone d’indagine, quella Guardia di Finanza, si è concentrato su una costola del clan BONTEMPO SCAVO, capeggiata da FARANDA Aurelio Salvatore che, dopo le vicissitudini giudiziarie derivanti da diverse vicende processuali, nel corso del tempo ha esteso il centro dei propri interessi fino al calatino. Sono emersi importanti elementi, reputati gravi dal Gip di Messina, in ordine non solo all’area di operatività delle famiglie mafiose ma anche alla loro capacità di interlocuzione. Dalle investigazioni rese particolarmente complesse dal contesto territoriale ostile ed ermetico è emersa l’immagine di un’associazione mafiosa estremamente attiva, osservante delle regole e dei canoni dell’ortodossia mafiosa, in posizione egemone nell’area nebroidea della provincia di Messina ma capace, al tempo stesso, di rapportarsi – nel corso di riunioni tra gli affiliati – con le articolazioni territoriali mafiose Catania, Enna e finanche del mandamento delle Madonie di Cosa Nostra palermitana. In tale ambito, sono stati documentati importanti momenti dell’evoluzione dei Batanesi, rappresentati dall’operatività di una loro “cellula” in territorio di Centuripe, dalla capacità di intervenire in dinamiche mafiose a Regalbuto e Catenanuova, mediante rapporti con esponenti della locale criminalità organizzata e dall’estensione della loro influenza al territorio di Montalbano Elicona, un tempo controllato dalla famiglia mafiosa di Barcellona Pozzo di Gotto.

Inoltre, sono emersi profili di allarmante riconoscimento del ruolo rivestito da alcuni suoi componenti, anche da parte di pubblici ufficiali: basti pensare che uno dei membri più attivi della famiglia mafiosa “batanese” è stato interpellato da un funzionario della Regione Siciliana, in relazione a furti e danneggiamenti di un mezzo meccanico dell’amministrazione regionale, impiegato nell’esecuzione di taluni lavori in area territoriale diversa dal comprensorio di Tortorici (e ciò a riprova di un forte radicamento della famiglia tortoriciana anche in zone distanti dai territori di origine). Sono stati ricostruiti, altresì, numerosi episodi delittuosi, riconducibili ad attività illecite tradizionali dell’organizzazione mafiosa tra le quali due distinte associazioni finalizzate al traffico di stupefacenti ed estorsioni, finalizzate, principalmente, all’accaparramento di terreni, la cui disponibilità è presupposto per accedere ai contributi comunitari. E proprio l’interesse – perseguito senza alcun contrasto e dunque in completo accordo dai gruppi mafiosi oggetto delle indagini – ad ottenere le illecite percezione di ingenti contributi comunitari concessi dall’Agenzia per le Erogazioni in Agricoltura (AGEA) si è rivelato essere la principale attività rilevante per tutta l’organizzazione mafiosa presente sul territorio. In particolare, è stata accertata, a partire dal 2013, l’illecita percezione di erogazioni pubbliche per oltre 10 milioni di euro, con il coinvolgimento in tale attività di oltre 150 imprese agricole (società cooperative o ditte individuali), tutte direttamente o indirettamente riconducibili alle due famiglie mafiose, alcune delle quali meramente cartolari ed inesistenti nella realtà. La percezione fraudolenta delle somme è stata possibile grazie all’apporto compiacente di colletti bianchi identificati dalle indagini: ex collaboratori dell’Agea, un notaio, numerosi responsabili dei centri C.A.A. Soggetti muniti del know-how necessario per realizzare l’infiltrazione della criminalità mafiosa nei meccanismi di erogazione di spesa pubblica, e conoscitori dei limiti del sistema dei controlli. Il meccanismo fraudolento si fonda sulla “spartizione virtuale” del territorio, operata dall’organizzazione mafiosa, ai fini della commissione di un numero elevatissimo di truffe, con rapporti anche con consorterie mafiose operanti in altre province. Nello specifico, con modus operandi diversi ma improntati a sistematicità, gli indagati hanno falsamente esibito – in un arco temporale che va dal 2012 ad oggi – la asserita titolarità, in capo a membri dell’associazione ovvero a “prestanomi”, di particelle di terreni in realtà riconducibili a persone o enti diversi dai richiedenti il contributo europeo. Esaminando le istanze (con contenuto falso) finalizzate ad ottenere i contributi è emersa una suddivisione pianificata delle aree di influenza tra i sodalizi, finalizzata a scongiurare la duplicazione (o la moltiplicazione) di istanze diverse afferenti alle medesime particelle. Questo specifico aspetto investigativo è stato confermato attraverso intercettazioni ed acquisizioni documentali, presso diversi Centri di Assistenza Agricola, dei fascicoli aziendali delle singole ditte/società attraverso le quali venivano perpetrate le truffe; e mediante perquisizioni eseguite presso le abitazioni dei principali indagati e presso alcuni Centri di Assistenza Agricola. E’ emerso, così, come gli operatori di detti Centri di Assistenza e gli appartenenti all’organizzazione mafiosa, concordassero: 1) la predisposizione di falsa documentazione attestante la titolarità di terreni da inserire nelle domande di contribuzione, anche mediante l’utilizzo di timbri falsi; 2) la cessazione delle ditte/aziende già utilizzate (mettendole in liquidazione); 3) il trasferimento dei titoli autorizzativi da una società/ditta ad altre da utilizzare nel contesto dell’organizzazione; 4) lo spostamento delle particelle dei terreni da una azienda a favore di altre riconducibili agli stessi sodali; 5) la revoca dei mandati riferiti a precedenti Centri di Assistenza Agricola a favore di altri, e ciò al fine di rendere più difficile il reperimento della documentazione utile agli organi di controllo. Tra gli elementi di novità raccolti dall’indagine emerge in maniera significativa un profilo di carattere internazionale degli illeciti, commessi nell’interesse delle associazioni mafiose. In alcuni casi, infatti, le somme provento delle truffe sono state ricevute dai beneficiari su conti correnti aperti presso istituti di credito attivi all’estero e, poi, fatte rientrare in Italia attraverso complesse e vorticose movimentazioni economiche, finalizzate a fare perdere le tracce del denaro. Ciò a dimostrazione del fatto che l’organizzazione mafiosa, grazie all’apporto di professionisti, dimostra di avere una fisionomia modernissima e dinamica, decisamente lontana dallo stereotipo della “mafia dei pascoli”: muovendo dal controllo dei terreni, forti di stretti legami parentali e omertà diffusa (e, quindi, difficilmente permeabili al fenomeno delle collaborazioni con la giustizia), essa mira all’accaparramento di utili, infiltrandosi in settori strategici dell’economia legale, depredandolo di ingentissime risorse, nella studiata consapevolezza che le condotte fraudolente, aventi ad oggetto i contributi comunitari – praticate su larga scala e difficilmente investigabili in modo unitario e sistematico – presentino bassi rischi giudiziari, a fronte di elevatissimi profitti.

             Giuseppe Lazzaro

Edited by, sabato 19 dicembre 2020, ore 11,31. 

 

         

 

 

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