Op. “Vivaio”: La Cassazione conferma le condanne. 16 anni per il boss Tindaro Calabrese, ergastolo per Munafò, 8 anni per l’ex sindaco Giambò

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È diventata definitiva la sentenza contro il clan dei “Mazzarroti” stanato nell’operazione “VIVAIO” (foto in alto il quadro), scattata il 10 aprile 2008 con quindici persone arrestate dai carabinieri del Ros. La Quinta Sezione Penale della Corte di Cassazione, infatti, ha confermato la sentenza emessa, l’11 marzo 2014, dalla Corte d’Assise d’Appello di Messina. Definitivi, quindi, gli oltre 100 anni di carcere inflitti a capi e gregari del clan e due condanne per concorso esterno in associazione mafiosa. Nelle altre foto: in basso, a sx, ALDO NICOLA MUNAFO’, condannato all’ergastolo in quanto ritenuto il killer che, nella notte del 22 agosto 2006, uccise ANTONINO “Ninì” ROTTINO; a dx: l’ex sindaco di Mazzarrà Sant’Andrea ed ex presidente della Tirreno Ambiente, prof. SEBASTIANO “NELLO” GIAMBO’, condannato definitivamente a 8 anni…

È diventata definitiva la sentenza contro il clan dei “Mazzarroti” stanato nell’operazione “Vivaio”. La Quinta Sezione Penale della Corte di Cassazione, infatti, ha confermato, senza annullamenti di singole posizioni o rinvii, la sentenza emessa, l’11 marzo 2014, dalla Corte d’Assise d’Appello di Messina. Definitivi, quindi, gli oltre 100 anni di carcere inflitti a capi e gregari del clan e le due condanne per concorso esterno in associazione mafiosa nei confronti del prof. Sebastiano “Nello” Giambò, ex sindaco di Mazzarrà Sant’Andrea ed ex presidente di Tirreno Ambiente, la società che gestiva la discarica per i rifiuti (chiusa da un anno e sotto sequestro giudiziario) e dell’imprenditore barcellonese Michele Rotella, inteso “’u baruni”.

LA SENTENZA D’APPELLO: 11 MARZO 2014

La conferma di un ergastolo, 13 condanne e 3 assoluzioni erano state decise dalla Corte d’Assise d’Appello di Messina (presidente Carmelo Marino) nel processo di secondo grado relativo all’operazione “Vivaio”, scattata il 10 aprile 2008 quando i carabinieri del Ros arrestarono quindici persone ritenute appartenenti alla famiglia mafiosa di Barcellona e della “costola” dei “Mazzarroti”.

La condanna più alta, 16 anni di reclusione (erano stati 24 anni in primo grado), è stata inflitta al capo del clan dei “Mazzarroti”, l’allevatore di Novara di Sicilia Tindaro Calabrese (da tempo ristretto al 41 bis, il carcere duro); condannato a 13 anni il collaboratore di giustizia di Acireale Alfio Giuseppe Castro, che ha svelato le cointeressenze nei rapporti tra i clan del barcellonese e quello catanese dei Santapaola; condanna a 9 anni per Carmelo Trifirò, esponente di spicco del clan per la famiglia di Terme Vigliatore; inflitti 8 anni e 8 mesi ad Agostino Campisi, altro affiliato al clan per la cellula di Terme Vigliatore e con il figlio Salvatore, considerato un emergente, che si è pentito da circa tre anni ed è stato importante, con le sue dichiarazioni, per questo processo; 8 anni sono stati sentenziati per il prof. Sebastiano “Nello” Giambò (14 anni in primo grado), ex sindaco di Mazzarrà Sant’Andrea e già presidente di Tirreno Ambiente, la società che controllava la discarica dei rifiuti a Mazzarrà. Ed ancora 8 anni per l’imprenditore barcellonese Michele Rotella (12 anni la condanna di primo grado), inteso “’u baruni” (al quale, tempo addietro, sono stati sequestrati i beni) e Nunziato Siracusa, già reggente della “costola” mafiosa di Terme Vigliatore (transitato tra le fila dei pentiti da alcuni mesi); quindi 7 anni e 6 mesi inflitti a Carmelo Bisognano, già a capo del clan dei “Mazzarroti”, dal dicembre 2010 collaboratore di giustizia. Erano stati assolti per non avere commesso il fatto Antonino Calcagno, Cristian Giamboi e Salvatore Campanino. Era intervenuta la prescrizione per la vicenda del cosiddetto “pastazzo”, la lavorazione degli agrumi, nei confronti di Bartolo Bottaro, Aurelio Giamboi, Tindaro Calabrese, Thomas Sciotto e Giuseppe Triolo.

In tutto, quindi, la Corte d’Appello aveva applicato otto riduzioni di pena rispetto alla sentenza di primo grado quando, il 28 marzo 2012, la Corte d’Assise di Messina aveva condannato 16 imputati per complessivi 130 anni di carcere e decretato 4 assoluzioni. Adesso le decisioni della Corte d’Appello sono definitive a seguito del pronunciamento della Suprema Corte. Confermati anche i risarcimenti alle parti civili costituite: i Comuni di Barcellona Pozzo di Gotto, Mazzarrà Sant’Andrea, Furnari e Terme Vigliatore, la Fai (Federazione antiracket italiana), l’associazione antiracket e antiusura Confcommercio “Ugo Alfino”, l’associazione antiracket etnea, Legambiente, Edil Scavi spa, la Mediterranea Costruzioni srl. Ad ognuno sono stati liquidati 5.000 euro relativi alle spese di costituzione in giudizio.

LA VICENDA

L’operazione “Vivaio” aveva consentito di documentare le infiltrazioni di un gruppo criminale affiliato a Cosa Nostra di Barcellona negli appalti pubblici in provincia di Messina. Fra questi i lavori per la metanizzazione dei Nebrodi e il raddoppio ferroviario della tratta Messina-Palermo. Del grande business mafioso facevano parte anche la gestione delle discariche per i rifiuti di Tripi e Mazzarrà Sant’Andrea. Nell’ambito delle indagini e delle sentenze è stato confermato, anche dalla Cassazione, l’ergastolo inflitto in primo grado ad Aldo Nicola Munafò, accusato di omicidio. Anche per la Corte d’Assise d’Appello l’uomo è ritenuto l’esecutore materiale dell’uccisione di Antonino “Ninì” Rottino, avvenuta a Mazzarrà Sant’Andrea la notte del 22 agosto 2006. Secondo l’accusa, sostenuta dalla Dda di Messina sin dalle indagini preliminari, il Rottino era il luogotenente del clan dei “Mazzarroti” quando vi era a capo Carmelo Bisognano e, nel periodo di detenzione di quest’ultimo per l’operazione “Icaro” e con il passaggio del testimone del comando a Tindaro Calabrese, non riconobbe il nuovo corso, restando fedele a Bisognano. Da qui la decisione di ucciderlo.

Giuseppe Lazzaro

Edited by, sabato 14 novembre 2015, ore 16,08.


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