S.Agata Militello: Omicidio-Vinci. Condanna definitiva a 10 anni e 6 mesi, Francesca Picilli si è costituita

La Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della difesa (avvocato NINO FAVAZZO, che ha scritto una nota) e così è diventata definitiva la condanna, a 10 anni e 6 mesi, nei confronti di FRANCESCA PICILLI (foto in alto a sx), di Sant’Agata Militello, accusata dell’omicidio preterintenzionale del fidanzato BENEDETTO VINCI (foto in alto a dx), morto a Sant’Agata Militello nel marzo 2012 e dieci giorni dopo il fatto. La Picilli si è costituita al carcere di Bollate…

Dopo la decisione della Cassazione, che ha reso la pena a 10 anni e 6 mesi definitiva, si è costituita ieri nel carcere di Bollate (Milano), Francesca Picilli, 34 anni, di Sant’Agata Militello, condannata per l’omicidio preterintenzionale del fidanzato Benedetto Vinci, morto a Sant’Agata Militello nel marzo 2012. Questi i vari passaggi processuali: in primo grado la Picilli, in Corte d’Assise a Messina, fu condannata a 18 anni di reclusione; quindi, in secondo grado, la Corte d’Appello di Messina ridusse la pena a 14 anni; nel maggio 2018 la Cassazione annullò con rinvio la condanna in appello concedendo le attenuanti generiche all’imputata; nel processo di secondo grado-bis, la Corte d’Appello di Reggio Calabria ha condannato la Picilli a 10 anni e 6 mesi, pena adesso confermata dalla Corte di Cassazione dopo che il ricorso, presentato dall’avvocato Nino Favazzo, del foro di Messina, è stato dichiarato inammissibile.

Benedetto Vinci, allora 25 enne, morì per i postumi di una coltellata all’addome ricevuta proprio ad opera della ragazza alcuni giorni prima. Francesca Picilli, come detto, è stata difesa dall’avvocato Nino Favazzo. Parti civili costituite la madre del Vinci, Maria Stella Monacò, le sorelle Angela Florinda e Antonina, rappresentate dagli avvocati Giuseppe Mancuso e Alessandro Nespola. Nei loro confronti riconosciuti 110.000 euro di provvisionali. Con la decisione finale adesso i familiari della vittima potranno passare all’azione civile.

L’avvocato Nino Favazzo

“Nel primo pomeriggio di oggi (ieri il riferimento ndr), Francesca Picilli, avuta notizia dell’ordine di esecuzione per la carcerazione emesso a suo carico dalla Procura Generale della Repubblica di Reggio Calabria, si è costituita presso il carcere di Bollate, per scontare una pena a poco più di dieci anni di reclusione. Dopo la dichiarazione di inammissibilità dell’ultimo ricorso per Cassazione, infatti – scrive in una nota l’avvocato Nino Favazzo -, è divenuta esecutiva una sentenza di condanna che, definire ingiusta, appare riduttivo e a cui si è giunti anche per il comportamento di chi, ben conoscendo i fatti per averli appresi dalla vittima, durante il suo breve ricovero ospedaliero, non ha avvertito la esigenza di testimoniare in giudizio, venendo meno ad un preciso dovere. Queste mie considerazioni – precisa l’avvocato Favazzo – non vanno lette come un inutile esercizio critico nei confronti di una sentenza ormai da eseguire ma vogliono essere uno stimolo che scuota la coscienza di costoro che, con le proprie dichiarazioni, possono ancora consentire di far luce sui fatti, aprendo concretamente la strada ad una possibile revisione del processo e, quindi, ad una corretta qualificazione giuridica della condotta. Se chi sa si deciderà a parlare, all’esito di un giudizio di revisione, la originaria contestazione di omicidio volontario pluriaggravato, potrà essere riqualificata non più in termini di omicidio preterintenzionale, come fin qui avvenuto, ma piuttosto in quella di lesioni personali colpose o al più, di omicidio colposo, in concorso con i sanitari che, per ben dieci giorni, hanno avuto affidato in cura Benedetto Vinci, senza accorgersi della lesione riportata. Non impunità si invoca per la giovane santagatese ma la applicazione di una pena che tenga conto della sua effettiva responsabilità. Chi sa, dunque – conclude il legale messinese -, non abbia remora a parlare”.

LA VICENDA

A dare un quadro chiaro di quel che accadde, come riportato nelle motivazioni, fu lo stesso Benedetto Vinci quando venne sentito dai carabinieri il giorno dopo il ferimento all’ospedale di Sant’Agata Militello. “Vinci riferiva agli inquirenti – si legge nelle motivazioni della sentenza di primo grado – di avere incontrato il pomeriggio precedente (3 marzo 2012 ndr) la sua ex fidanzata, Francesca Picilli e di avere con lei trascorso il resto della giornata. Intorno alle 22 si erano recati insieme ad un bar del lungomare di S.Agata Militello dove consumarono due bottiglie di vino e, successivamente, insieme ad un amico comune, si erano recati presso una discoteca di Capo d’Orlando dove vi rimasero sino alle prime ore del mattino. Intorno alle 4,30 si recavano insieme, tutti e tre, presso la sua abitazione (via Campidoglio a Sant’Agata Militello ndr) entrando in casa soltanto Vinci con la ex fidanzata e raggiungendo la camera da letto. Lo stesso Vinci riferì della presenza nell’abitazione anche della sorella la quale, svegliata dalle voci e dall’abbaiare del loro cane, aveva chiesto ai due di desistere dai rumori molesti. Quindi il Vinci e la Picilli continuarono a litigare, secondo la testimonianza della vittima, nonostante l’invito della sorella. Il litigio andava sempre più animandosi e, dopo qualche graffio e uno schiaffo leggero al volto, la situazione sembrava essere tornata alla normalità facendo assumere all’atmosfera un clima di sfida e gioco. Il giovane, prendendo un coltello a serramanico posto sulla scrivania della sua camera, lo brandiva a mò di scherzo verso Francesca, la quale in quel momento era distesa sul letto, chiedendole se tale gesto la spaventasse e dicendole, ridendo:“E se ti graffio io adesso?”. A quel punto Vinci dichiarava di aver gettato il coltello sul letto e di essersi posizionato a cavalcioni sopra Francesca cercando di bloccarle le mani “per evitare reazioni da parte della stessa”. Mentre le bloccava le mani, Vinci le chiedeva se avesse avuto il coraggio di ferirlo e poco dopo la lasciava libera di afferrare il coltello che prima lui stesso aveva gettato sul letto. La Picilli impugnava il coltello e colpiva al petto il Vinci provocandogli una vistosa ferita che sanguinava abbondantemente”. Questo, quindi, un passo fondamentale riportato nelle motivazioni della sentenza di primo grado che, poi, inquadrano la Picilli “immobile e in stato di shock” durante i primi soccorsi prestati al Vinci all’ospedale santagatese prima del trasferimento al Cervello di Palermo, dove l’operato dei sanitari – spiegano ancora le motivazioni – da dove Vinci venne dimesso due giorni prima di morire, “non può essere considerato – si legge – causa pre-esistente o sopravvenuta, da sole sufficienti a determinare l’evento della morte di Vinci”. Benedetto Vinci fu dimesso, dieci giorni dopo, nella sua abitazione, il decesso.

            Giuseppe Lazzaro

Edited by, martedì 17 settembre 2019, ore 10,15. 

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