
Si è chiusa con una piena assoluzione la lunga vicenda giudiziaria che ha coinvolto ANTONIO DI DIO, imprenditore agricolo di Capizzi e la sua famiglia, implicati nelle operazioni antimafia “Nibelunghi” e “Terre Emerse”, scattate nel 2018 e nel 2019. Dopo sette anni di indagini, misure cautelari e un patrimonio di 7 milioni di euro posto sotto sequestro preventivo, il Tribunale di Enna ha pronunciato la sentenza: tutti gli imputati sono stati assolti “perché il fatto non sussiste”. Hanno difeso gli avvocati BENEDETTO RICCIARDI (foto in alto) del foro di Patti, GIUSEPPE SIVILLO FASCETTO e GIUSEPPE GRECO del foro di Enna. Il servizio…
GIUSEPPE LAZZARO
Si è chiusa con una piena assoluzione la lunga vicenda giudiziaria che ha coinvolto Antonio Di Dio, imprenditore agricolo di Capizzi e la sua famiglia, implicati nelle operazioni antimafia “Nibelunghi” e “Terre Emerse”. Dopo sette anni di indagini, misure cautelari e un patrimonio di 7 milioni di euro posto sotto sequestro preventivo, il Tribunale di Enna, in composizione collegiale, ha pronunciato la sentenza: tutti gli imputati sono stati assolti “perché il fatto non sussiste”.
Il verdetto è arrivato dopo sei ore di camera di consiglio e ha completamente scagionato Antonio Di Dio e tutti i familiari coinvolti dalle pesanti accuse di concorso esterno in associazione mafiosa, intestazione fittizia di beni, riciclaggio e truffa ai fondi comunitari Agea.
Le due maxi-inchieste della guardia di finanza, coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Caltanissetta, avevano interessato le province di Palermo, Messina, Catania ed Enna tra il 2018 e il 2019. L’operazione “Nibelunghi” scattò il 15 gennaio 2018 e portò all’arresto di sei persone mentre la “Terre Emerse” venne eseguita il 30 maggio 2019 coinvolgendo complessivamente 23 indagati.
Al centro dell’attenzione investigativa era finita la famiglia Di Dio, attiva nel settore agricolo da tre generazioni. Antonio Di Dio, 38 anni, agronomo e imprenditore agricolo, era considerato dalla Procura il punto di collegamento tra le diverse province siciliane con presunti rapporti con clan mafiosi dei Nebrodi e delle Madonie.
Le indagini avevano portato anche al sequestro di un patrimonio imponente riconducibile ad Antonio Di Dio: due società agricole, un’azienda individuale, tre fabbricati tra stalle e fienili, circa 500 capi di bestiame tra bovini, equini e ovini, 800 ettari di terreni distribuiti tra le province di Palermo ed Enna oltre a conti correnti e rapporti finanziari collegati alle attività imprenditoriali.
Insieme ad Antonio Di Dio erano finiti in carcere il padre Domenico Di Dio (66 anni), il fratello Giacomo (41 anni), oltre alla madre Caterina Primo (67 anni) e Giuseppe Sivillo Fascetto (47 anni), tutti di Capizzi. Le accuse ruotavano attorno alla presunta gestione di aziende agricole intestate a prestanome e alla facilitazione di operazioni legate ai fondi europei.
La difesa è stata affidata agli avvocati Benedetto Ricciardi del foro di Patti per Antonio Di Dio e Giuseppe Sivillo Fascetto e Giuseppe Greco, entrambi del foro di Enna, per gli altri familiari. Al termine della requisitoria il pubblico ministero aveva chiesto condanne pesanti: 10 anni e 6 mesi di reclusione per ciascuno dei tre Di Dio (Antonio, Domenico e Giacomo), ritirando però le accuse contro Caterina Primo e Giuseppe Sivillo Fascetto.
Le arringhe difensive, svolte il 25 e 26 giugno scorsi, hanno evidenziato le incongruenze nelle ricostruzioni della Procura e le irregolarità procedurali. In particolare, è emerso come gli inquirenti non avessero mai analizzato le posizioni individuali, trattando la numerosa famiglia Di Dio come un’unica entità, creando un quadro investigativo “confuso e non corrispondente alla realtà dei fatti”.
La vicenda ha riguardato una famiglia che, pur operando nel settore agricolo da oltre sessant’anni con allevamenti e proprietà in diverse province siciliane, non era mai stata coinvolta in indagini della DDA né in arresti precedenti. Un elemento che ha pesato nella valutazione finale del Tribunale di Enna, confermando l’estraneità dei Di Dio agli ambienti criminali. L’assoluzione piena e il conseguente dissequestro di tutti i beni rappresenta la chiusura di una vicenda che ha messo in luce l’importanza di distinguere l’attività economica legittima dalle ricostruzioni giudiziarie, anche in contesti investigativi complessi come quelli delle inchieste antimafia.
Edited by, mercoledì 24 settembre 2025, ore 15,12.