
Quindici condanne, con pene comprese tra 2 anni e 8 mesi e 16 anni e 4 mesi di reclusione e un’assoluzione: è questa la sentenza emessa, a conclusione del procedimento celebrato con il rito abbreviato, dal Gup del Tribunale di Messina (foto in alto) ALESSANDRA DI FRESCO nel processo a 16 presunti appartenenti alla famiglia mafiosa barcellonese degli OFRIA, accusata di avere continuato a gestire una storica azienda di rottamazione, ricambi auto e smaltimento rifiuti, la “BELLINVIA CARMELA”, nonostante la confisca della società. Tra le condanne per gli Ofria: DOMENICO 15 anni e 2 mesi; GIUSEPPE 14 anni, un mese e 10 giorni; SALVATORE 16 anni e 4 mesi. Il servizio…
GIUSEPPE LAZZARO
Quindici condanne, con pene comprese tra 2 anni e 8 mesi e 16 anni e 4 mesi di reclusione e un’assoluzione: è questa la sentenza emessa, a conclusione del procedimento celebrato con il rito abbreviato, dal Gup del Tribunale di Messina Alessandra Di Fresco nel processo a 16 presunti appartenenti alla famiglia mafiosa barcellonese degli Ofria accusata di avere continuato a gestire una storica azienda di rottamazione, ricambi auto e smaltimento rifiuti, la “Bellinvia Carmela”, nonostante la confisca della società.
Le pene più elevate sono state disposte nei confronti di Domenico Ofria, condannato a 15 anni e 2 mesi; quindi Giuseppe Ofria a 14 anni, un mese e 10 giorni e Salvatore Ofria a 16 anni e 4 mesi.
Le altre condanne: Giuseppe Accetta 4 anni, 5 mesi e 10 giorni; Luisella Alesci 9 anni e 20 giorni; Salvatore Crinò 4 anni, 5 mesi e 10 giorni; Antonino Natale De Pasquale 4 anni, 5 mesi e 10 giorni; Francesca Tiziana Foti 4 anni, 5 mesi e 10 giorni; Angelo Munafò 9 anni 4 mesi e 20 giorni; Antonino Ofria 4 anni, 5 mesi e 10 giorni; Carmelo Ofria 4 anni, 5 mesi e 10 giorni; Andrea Fabio Salvo 4 anni, 5 mesi e 10 giorni; Paolo Salvo 8 anni e 10 mesi; Francesco Siracusa 2 anni e 8 mesi; Salvatore Scarpaci 2 anni e 8 mesi. Unica assoluzione per Chiara Ofria che è stata scagionata dalle accuse con la formula “perché il fatto non sussiste”.
Tra i reati contestati, a vario titolo, estorsione, violazione della pubblica custodia di cose e sottrazione di beni sottoposti a sequestro, commessi con l’aggravante del metodo e della finalità mafiosi.
Il gup ha condannato tutti gli imputati al risarcimento, da liquidarsi in separata sede, alla parte civile costituita, solo se la sentenza di condanna diventerà definitiva, l’associazione antimafia Rita Atria che, in una nota, ribadisce come “l’assenza dell’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati” nel processo “rappresenta un grave danno politico e un segnale di estrema gravità rispetto al sistema delle confische” perché così si “determina un messaggio distorto e pericoloso: o la mafia o nessuno”. L’associazione annuncia che “nelle prossime settimane intende presentare ulteriori esposti per approfondire alcune dinamiche emerse nel procedimento e sollecitare gli organi competenti a verificare che altri beni confiscati non risultino ancora occupati o gestiti da soggetti non aventi diritto, al fine di salvaguardare il valore sostanziale e simbolico della confisca e impedirne lo svuotamento”.
LA VICENDA
Sedici persone furono arrestate il 15 gennaio 2025 dalla Squadra Mobile. Secondo la Direzione Distrettuale Antimafia di Messina gli Ofria continuavano a gestire nell’ombra anche dopo la confisca da parte dello Stato, l’azienda di rottamazione e ricambi auto e smaltimento di rifiuti, anche speciali, nata nel 1980 e intestata “Bellinvia Carmela”, la madre dei fratelli Ofria, con la complicità dell’amministratore giudiziario, il commercialista catanese Salvatore Virgillito, accusato di concorso esterno all’associazione mafiosa e peculato aggravato da finalità mafiose e giudicato in separata sede. Un’inchiesta della Dda gestita dall’allora Procuratore aggiunto Vito Di Giorgio e dai sostituti procuratori della DDA Francesco Massara, Antonella Fradà e Fabrizio Monaco. L’operazione venne condotta da 150 poliziotti di Messina in collaborazione con i colleghi della Squadra Mobile di Palermo, Catania, Siracusa, Enna e Vibo Valentia. Era stato ricostruito anche il modus operandi degli accusati i quali, grazie alla complicità dell’amministratore giudiziario e di alcuni storici dipendenti, vendevano pezzi di ricambio usati senza il titolo fiscale e lo smaltimento di rifiuti non censiti. L’impresa veniva utilizzata come strumento di illecito arricchimento, attraverso la continua appropriazione del denaro non contabilizzato dalle casse. Situazione che aveva consentito agli odierni imputati di mettere a segno estorsioni sia nei confronti del personale dipendente ritenuto non “affidabile” e per questo motivo allontanato dall’azienda, sia verso altri imprenditori dello stesso settore, avvalendosi anche della “simbolica” presenza quotidiana nei locali dell’impresa di Ofria e di tutti i suoi familiari.
Edited by, venerdì 3 aprile, ore 9,40.