Randazzo, op. “Terra bruciata”: 16 condanne al processo ordinario

La IV Sezione del Tribunale di Catania ha condannato, con il rito ordinario, 16 persone arrestate, il 26 ottobre 2022, nell’ambito dell’operazione “TERRA BRUCIATA”, scattata a Randazzo e dove venne sgominato il locale clan mafioso dei SANGANI. Tra i condannati il presunto capo, SALVATORE SANGANI a 30 anni di reclusione ed i figli FRANCESCO a 30 anni e MICHAEL a 12 anni e 4 mesi. Altre 12 condanne erano state emesse, nel marzo scorso, con il rito abbreviato. A seguito dell’inchiesta, coordinata dalla DDA di Catania, il Comune di Randazzo venne sciolto per infiltrazioni mafiose e, tutt’ora, è commissariato (si andrà al voto nella primavera 2026). Il servizio sul link Sicilia News…

GIUSEPPE LAZZARO

Traffico e spaccio di sostanze stupefacenti, racket delle estorsioni e associazione mafiosa a Randazzo: sedici persone sono state condannate a conclusione di una tranche, quella con il rito ordinario, nell’ambito del processo scaturito dall’operazione “Terra bruciata”, scattata il 26 ottobre 2022 ed eseguita dai carabinieri del Ros e della Compagnia di Randazzo che colpì il locale clan Sangani, affiliato ai Laudani di Catania. Le indagini sono state coordinate dal Procuratore aggiunto di Catania Ignazio Fonzo, con i pm d’udienza Alessandro Sorrentino e Assunta Musella, entrambi sostituti procuratori della DDA della città etnea.

LA SENTENZA

La sentenza della Quarta sezione penale del Tribunale di Catania (presidente Salvatore Palmieri) ha condannato a 30 anni di carcere Salvatore Sangani e Francesco Sangani. Il primo è considerato il capo del clan mentre il secondo è il figlio.

Condannato a 18 anni Giovanni Farina, mentre Vincenzo Lo Giudice è stato condannato a 17 anni e 6 mesi. E ancora, Salvatore Crastì Saddeo e Vincenzo Gullotto sono stati condannati entrambi a 16 anni e 2 mesi di reclusione, mentre 12 anni e 4 mesi è stata la condanna per Michael Sangani, altro figlio del suddetto Salvatore e fratello minore di Francesco.

Condanna a 10 anni e 6 mesi di reclusione per Giuseppe Costanzo Zammataro, mentre sono stati condannati Remo Arcarisi a 3 anni e 4 mesi+10.000 euro di sanzione; Marco Crastì Saddeo a 2 anni e 10 mesi+10.000 euro di multa; Giuseppe Palermo a 2 anni+7.000 euro di multa e Salvatore Trazzera a 1 anno e 6 mesi di reclusione.

Alfredo Mangione è stato condannato a 1 anno e 3 mesi+2.000 euro di multa; Vincenzo Calà è stato condannato a 10 mesi+1.300 euro di multa; Salvatore Russo è stato condannato a 9 mesi di reclusione+1.200 euro di multa e Michele Camarda è stato condannato a 9 mesi di reclusione+1.200 euro di multa.

Il Tribunale di Catania ha deciso anche otto assoluzioni per alcuni dei reati contestati: Daniele Camarda, Alfredo Mangione, Salvatore Russo, Daniele Lo Giudice sono stati assolti per non avere commesso il fatto; Salvatore Sangani (per alcuni capi di imputazione), Francesco Paolo Giordano, Simone Puglia e Rosario Sebastiano Sorbello perché il fatto non sussiste.

Salvatore Sangani, Francesco Sangani, Giovanni Farina, Vincenzo Lo Giudice, Michael Sangani, Giuseppe Costanzo Zammataro, Salvatore Crastì Saddeo sono stati dichiarati interdetti in perpetuo dai pubblici uffici, nonché legalmente interdetti per il tempo di esecuzione della pena. Gli stessi Salvatore Sangani, Francesco Sangani, Giovanni Farina, Vincenzo Lo Giudice, Michael Sangani, Giuseppe Costanzo Zammataro, Salvatore Crastì Saddeo sono stati dichiarati interdetti dagli uffici direttivi delle persone giuridiche e delle imprese per una durata pari a quella della pena loro inflitta, e incapaci di contrattare con la Pubblica Amministrazione per la durata di tre anni.

È stata ordinata l’applicazione della misura di sicurezza della libertà vigilata per la durata di tre anni, a pena espiata, nei confronti di Salvatore Sangani, Francesco Sangani, Giovanni Farina, Vincenzo Lo Giudice, Michael Sangani, Salvatore Crastì Saddeo, Giuseppe Costanzo Zammataro. Infine, il Tribunale ha condannato l’imputato Salvatore Trazzera al risarcimento dei danni in favore della costituita parte civile, da liquidarsi in separata sede dinanzi al giudice civile competente se e, quando, la sentenza dovesse essere di condanna definitiva. Il termine per il deposito della motivazione è stato fissato in novanta giorni e i termini di custodia cautelare sono stati sospesi durante tale periodo.

LA VICENDA

Nel corso del processo è emersa l’ingerenza della mafia a Randazzo. Storie di imprese nella morsa del racket e chili di droga in giro per le strade. Secondo gli inquirenti, in pratica, vista la prolungata detenzione di Oliviero Sangani, a comandare il clan sarebbe stato suo fratello Salvatore, uscito dal carcere nel 2008, con i due figli Francesco e Michael, e con l’aiuto del nipote Samuele Portale.

Salvatore, inteso “Turi”, Sangani per l’accusa sarebbe divenuto il capo, assumendo un ruolo importante, in grado di fargli sentire addosso i ranghi del boss e pretendere obbedienza. In un’intercettazione avrebbe detto: “Io non mi devo bisticciare con nessuno…si fa come dico io e basta!”.

L’ABBREVIATO A MARZO

Dodici condanne per un totale di 105 anni di reclusione. Si era chiuso così, nel marzo scorso, con il verdetto pronunciato dal Gup del Tribunale di Catania Stefano Montoneri, il processo con il rito abbreviato dell’operazione “Terra bruciata”. Il giudice aveva condannato a 20 anni uno dei fedelissimi della famiglia mafiosa dei Sangani, Samuele Portale. Quindi 12 anni furono inflitti a Marco Portale, 10 anni a Salvatore Bonfiglio, 2 anni e 4 mesi+12.000 euro di multa a Christian Cantali. Francesco Gullotto è stato condannato a 10 anni, Antonino Lupica Tonno a 5 anni e 4 mesi+24.000 euro di multa. E ancora, 20 anni a Pietro Pagano, 10 anni a Fabrizio Rosta e Giuseppe Sciavarello, 2 anni e 8 mesi+10.000 euro di multa per Francesco Rapisarda, 1 anno 8 mesi a Leonardo La Rosa e 1 anno e 10 mesi a Nunzio Urzì.

COMUNE SCIOLTO PER INFILTRAZIONI MAFIOSE

«Un tessuto relazionale e parentale degli amministratori e dei dipendenti comunali con soggetti gravati da condanne per associazione mafiosa, stretti rapporti personali dai quali è deducibile un quadro di condizionamento dell’ente da parte della locale criminalità organizzata». Questo il punto di partenza della relazione prefettizia che ha portato Randazzo, comune in provincia di Catania, a essere il primo sciolto per mafia nel 2024. Cinque pagine in cui vengono messe nero su bianco presunte connivenze, silenzi, immobilismo e aneddoti che rimandano in parte anche all’inchiesta “Terra bruciata” contro il clan dei Sangani. Fascicolo in cui si ipotizzava il reato di scambio elettorale politico-mafioso per l’ex sindaco autonomista Francesco Sgroi e per l’allora presidente del consiglio comunale Carmelo Tindaro Scalisi. La posizione di entrambi è stata archiviata dal Gip del Tribunale di Catania. Un passaggio giudiziario che, per la Prefettura di Catania, non cancellerebbe comunque quanto evidenziato dalle indagini riguardo a un quadro di condizionamento del municipio da parte della mafia. Tra le contestazioni c’è anche la gestione finanziaria – in cui è emersa la morosità nei confronti dell’ente anche di alcuni amministratori pubblici -, le politiche, ritenute troppo morbide, sull’abusivismo edilizio e quelle sulla gestione dei beni tolti alla mafia.

L’ipotesi dello scambio di voto politico-mafioso

L’ex sindaco, che alle ultime elezioni regionali del 25 settembre 2022 si era candidato senza centrare l’elezione all’Assemblea regionale siciliana, avrebbe «una personale vicinanza, nonché uno stretto e continuo legame, assai risalente nel tempo e ancora attuale, con soggetti contigui ad ambienti malavitosi, oltre a frequentazioni con pregiudicati della zona alcuni dei quali accusati di mafia», si legge nella relazione. E sarebbe stato proprio un esponente di vertice della locale consorteria mafiosa a intervenire in prima persona, insieme ad altri, durante una violenta aggressione armata ai danni di un uomo. Dietro i fatti, secondo gli inquirenti, ci sarebbe stato un furto subito da Sgroi all’interno della propria abitazione. Il pregiudicato in questione, si evidenzia nella relazione, in più occasioni avrebbe dichiarato di avere una fraterna amicizia con l’ex sindaco, rivelando anche, nonostante non si sia mai arrivati a una condanna per questo, di avere fatto in suo favore campagna elettorale durante le elezioni comunali del 2013 e del 2018. Rapporti e frequentazioni che avrebbero riguardato anche un ex assessore e titolare di alcune imprese che hanno ottenuto dei lavori all’interno del cimitero comunale di Randazzo. In queste società avrebbe lavorato uno stretto parente di un pregiudicato per mafia coinvolto nell’operazione “Terra mia”. Il giorno in cui l’uomo si è costituito alle forze dell’ordine ad accompagnarlo in carcere sarebbe stato proprio l’allora amministratore pubblico, mettendo a disposizione la propria macchina. L’ente, inoltre, avrebbe utilizzato in maniera «artificiosa» le procedure di somma urgenza per l’affidamento dei lavori, favorendo anche imprese ritenute vicine alla criminalità organizzata.

Il Comune di Randazzo, secondo i commissari prefettizi, versava in uno «stato confusionale e di sostanziale illegalità amministrativa», si legge nella relazione. Nella cittadina medievale ci sarebbe stata anche «una totale assenza delle cautele antimafia». Riferimento, quest’ultimo, al fatto che l’ente avrebbe avuto l’accesso alla banca dati nazionale antimafia soltanto da novembre 2022. Tra i casi emersi quello di un terreno confiscato in via definitiva al boss Francesco Rosta, che sarebbe rimasto nella disponibilità del figlio Giuseppe, legato sentimentalmente alla consigliera comunale di minoranza Cristina Gullotto. A Randazzo l’azione amministrativa sarebbe stata inefficiente anche in relazione alla grave situazione finanziaria, con l’ente dichiarato in dissesto. Un quadro economico a cui, secondo la Prefettura di Catania, non si è provato a mettere dei correttivi. Scelta, quest’ultima, che potrebbe essere stata «strumentale e giustificativa per la successiva alienazione di terreni di proprietà comunale a favore di famiglie mafiose».

Al Comune, inoltre, non avrebbero avuto la reale conoscenza del patrimonio pubblico. L’elenco consegnato ai commissari era infatti composto da 238 beni a fronte degli oltre 1.700 accertati dalla Prefettura con il contributo dell’Agenzia delle Entrate. Tra quelli non dichiarati ci sarebbero stati anche dei terreni che poi si è scoperto erano stati dati in concessione, o erano in uso, a persone che gravitavano nel contesto criminale della zona. Il municipio sarebbe rimasto immobile anche per quanto riguarda un abuso edilizio, perpetrato da un amministratore locale, all’interno di un terreno confiscato alla mafia, che non è stato assegnato dal Comune. Davanti alle sollecitazioni di alcune associazioni locali, l’ente avrebbe giustificato la propria posizione sottolineando la distanza dal centro cittadino. Una lontananza, poi accertata dall’organo ispettivo, di 800 metri dal municipio. Un capitolo a parte è quello che riguarda gli alloggi popolari, alcuni dei quali si è scoperto essere in uso, senza titolo, a persone legate alla mafia locale. Dagli uffici, scrivono i commissari, ci sarebbero state anche delle difficoltà nel fornire gli elenchi degli assegnatari. Documenti poi bollati come incompleti e non corrispondenti alla realtà dei fatti.

Il Prefetto di Catania del tempo, Maria Carmela Librizzi, aveva già nominato i commissari che si stanno ancora occupando dell’amministrazione provvisoria del Comune di Randazzo, sciolto per mafia il 25 gennaio 2024. I commissari sono il vice prefetto Alfonsa Caliò, il vice prefetto aggiunto Cosimo Gambadauro ed il funzionario economico-finanziario Isabella Giusto. Resteranno in carica sino alla primavera 2026 quando, presumibilmente, ci saranno le elezioni amministrative e il ritorno dei cittadini alle urne.

Edited by, venerdì 25 luglio 2025, ore 15,18. 

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