
Ricercatori dell’Università di Chicago hanno determinato che le caratteristiche del microbiota intestinale e dei metaboliti fecali, rilevabili in campioni di feci, possono predire con buona precisione il rischio di morte di una persona nei successivi 30 giorni. E’ un po’ particolare, ma va letto con attenzione, l’argomento di questa settimana presentato dalla dottoressa ISABELLA SALVIA, nutrizionista con studio in Torrenova ed esperta di medicina in generale, per la rubrica “Salute&Benessere”. Il servizio…
Ricercatori dell’Università di Chicago hanno determinato che le caratteristiche del microbiota intestinale e dei metaboliti fecali, rilevabili in campioni di feci, possono predire con buona precisione il rischio di morte di una persona nei successivi 30 giorni.
Gli autori dello studio sono giunti alle loro conclusioni dopo aver raccolto i campioni fecali di circa 200 pazienti in condizioni critiche, ricoverati in terapia intensiva sotto shock o con insufficienza respiratoria, e averne esaminato il microbiota attraverso il sequenziamento metagenomico definito shotgun.
Lo step successivo è stato quantificare con la spettrometria di massa i metaboliti legati alla flora batterica intestinale. Grazie a questo processo, è stato possibile individuare nel materiale fecale 13 metaboliti associati al rischio di mortalità entro 30 giorni, che sono alla base del punteggio di disbiosi metabolica, condizione di squilibrio microbico innescata da una crescita eccessiva di batteri nocivi nell’intestino che ne provocano l’irritazione.
Gli esiti dello studio sono stati pubblicati sulla rivista scientifica Science Advances. Diversi studi hanno esaminato le associazioni tra i profili tassonomici del microbioma fecale e la mortalità nei pazienti critici.
Una bassa diversità e ricchezza del microbioma è comune nei pazienti in unità di terapia intensiva (ICU) e una bassa diversità, o una riduzione della diversità durante la degenza in ICU, è stata associata a un aumento della mortalità.
I microbiomi dei pazienti critici hanno ridotto l’abbondanza di specie batteriche commensali e ampliato le popolazioni di patobionti durante la degenza in terapia intensiva. La dominanza dell’enterococco è stata associata ad un aumentato rischio di morte o infezione nei pazienti in terapia intensiva.
Inoltre, l’arricchimento di Enterobacterales è associato allo sviluppo di infezioni nosocomiali dovute a un disturbo delle risposte delle cellule mieloidi e ad un’infiammazione sistemica amplificata, ma non è stato dimostrato un legame diretto con la mortalità.
I disturbi nelle concentrazioni dei metaboliti fecali possono rappresentare un altro tratto curabile correlato al microbioma.
Il ricovero in terapia intensiva è associato a disturbi dei metaboliti derivati dal microbioma fecale, soprattutto dopo il trattamento con antibiotici.
Uno studio retrospettivo ha collegato bassi livelli fecali di propionato e acetato (entrambi SCFA) alla mortalità. Inoltre, un basso contenuto di acido fecale indolo-3-propionico (un metabolita del triptofano) è associato a una maggiore gravità della malattia e mortalità nei pazienti critici con sepsi.
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ISABELLA SALVIA
I contenuti di questo articolo hanno esclusive finalità informative e divulgative, non essendo destinati ad offrire consulenza medica/nutrizionale personale. La dottoressa Isabella Salvia consiglia sempre di rivolgersi ad un professionista qualificato della nutrizione (un biologo nutrizionista, un medico dietologo o un dietista) per ricevere un piano alimentare personalizzato, redatto sulla base di una diagnosi individuale, sia per soggetti sani che per le persone affette da patologie accertate.
Edited by, venerdì 27 giugno 2025, ore 20,03.